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I fiori non hanno spalle

venerdì, agosto 23rd, 2013

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

Reduci dalle luci della ribalta internazionale, la mattina dopo alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash, (del quale vi metterò a parte in altra sede) si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

La giovin bellissima figliola - Foto Davide Lipparini

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine,

Paradiso fruttato - Foto Davide Lipparini

e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Tè al fuoco - Foto Professor Pi

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono nè i monumenti nè i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Salam Aleykhom - Foto Professor Pi

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

Invito a cena con delitto

giovedì, agosto 22nd, 2013

29 luglio – Zanjan

Ma era la sera a riservarci, in quel di Zanjan, quel quarto d’ora di celebrità che, come profetizzava Andy Wharol, prima o poi nella vita non si nega a nessuno.

Accade dunque che, arrivati in albergo con il bus e con peripezie che ci vorrebbe un tomo a parte per tentare di spiegarle, poco prima di cena Iraj Shaih, Architect, ci metteva a parte di una notizia terribile:

-Signori, è stata uccisa una personalità religiosa di primo piano, importantissima, pugnalato mentre pregava. La città è in lutto e fra poco migliaia di persone affluiranno nella Moschea.

Già vedevo la Farnesina doversi attivare per tentare il rimpatrio forzato di sti 15 in ostaggio di un’insurrezione sciita e mi stavo mettendo le mani nei veli (che i capelli li avevamo tutte persi di vista dalla scaletta del Dubai-Teheran) quando, affranta, chiedevo:

-Iraj, ma quando è successo??

E lui -Millequattrocento anni fa

Il che, sia chiaro, non toglie nulla alla gravità e alla drammaticità dei fatti in oggetto ma diciamo che quantomeno ne allontanava un po’ la comprensibile reazione a caldo. Tra le manifestazioni celebrative previste Iraj ci consigliava di assistere alla processione dei flagellanti che si sarebbe svolta alle 23 proprio sotto al nostro albergo. Vedi poi tu a volte la fortuna eh. Spettacolo cruento, specificava, adatto a un pubblico adulto, soprattutto raccomandandosi di fare attenzione agli schizzi di sangue. Che Tarantino, Quentin, sia chiaro, non s’è inventato niente.

Alle 23 non solo non essendosi visto nulla ma neanche un accenno di preparativi del nulla si decideva che se Maometto non andava alla montagna si sarebbe mossa la montagna per stanarlo. Ci mettevamo dunque in cerca di flagellanti mischiandoci al brulichio delle moltitudini di uomini e donne completamente vestiti di nero, stavolta anche gli uomini, che sbucavano da ogni dove.

Si scopriva nel frattempo che al normale divieto di fotografare si aggiungeva l’aggravante “mai comunque un uomo fotografi una donna”.

Da ore, comunque, dall’arrivo in città con visita alla Moschea, alle madrasse e al profumatissimo bazar, appariva del tutto evidente che, essendo gli unici stranieri presenti, l’attrazione del giorno stavamo diventando noi. Al punto che, a mezzanotte e mezza, una volta individuata finalmente la processione dei “battenti”, uomini incolonnati in fila con la mano sulla spalla del precedente e l’altra a battersi ritmicamente coscia e petto, autodandosi delle pezze fortissime e contestualmente intonando dei lamenti in onore del martire Alì (dei flagellanti non s’è comunque vista traccia, sapendo che eravamo italiani devono aver ritenuto che ci eravamo flagellati abbastanza in Patria) dicevo è stato a quel punto che una tv iraniana si avvicinava al Professor Pi chiedendogli un’intervista.

Manifestazione sciita a Zanjan - Foto Professor Pi

Iraj Shaih, Architect, si trasformava immantinente tipo Toni Capuozzo e, traducendo e reggendo microfoni, rafficava domande piene di pathos quali
-Ma che caspita ci fate voi qua?
-Come siete finiti in questa manifestazione?

mentre con altrettanta accorata partecipazione sentivo proferire dal Professor Pi parole di pace, bene, rispetto e conoscenza fra popoli. Sostanzialmente mancava solo che concludesse “Stasera, rientrando nelle vostre case, date una carezza ai vostri bambini e ditegli che gliela manda il Professor Pi da Sesto Fiorentino”.

Credo che in realtà avesse anche in animo di dirlo ma forse, per evitare pericoli di inviare freudiane sberle agli iraniani ragazzini, si era prudentemente astenuto.

Il giornalista e l’operatore, già dopo la prima risposta, chiedevano a tutte noi componente italica velata, di fargli una sorta di coreografica corona ancellare d’intorno, cosa alla quale non ci sottraevamo in segno di pace fra i viaggiatori.

Ed è così che su Zanjan Channel è probabile che in questi giorni qualche iraniana utentessa dell’italico blogghe stia sobbalzando all’ora del tiggì esclamando:

-Aò, ma quella non è Meripo’?

Ciò che mi sento infine di aggiungere è che chiunque partecipasse alla sciita imponente manifestazione veniva a salutarci ed ossequiarci. E un giovin signore, dal giovin baffo, a un certo punto mi ha presa in disparte dicendo

-Madame, posso presentarle mia moglie?

Il mio sconcerto, nello stringere fra complici inchini di donne quella bianca manina che sola emergeva scoperta sotto tutto un bardamento nero, è stato accompagnato dal pensiero che -mi piace sognarlo- anche lei ha avuto da voi il passaparola e sia una nostra affezionata e puntuale supercalifragilina. E il giorno dopo, andando al tè con le amiche, dopo aver preso un bus per il quale si fanno file separate uomini-donne e si hanno posti diversi assegnati a bordo e cioè uomini tutti avanti e donne tutte dietro, e beh magari lei abbia detto

-Oh ragazze, ieri ho conosciuto la Meri e il Professor Pi e altri emissari controrivoluzionari

Ovemai vi giungesse quindi notizia che intanto a Zanjan, Islamic Republic of Iran, ora sono le donne a viaggiare davanti e gli uomini dietro, sapete con chi prendervela: con voi, savasandìr.

Cera una volta

mercoledì, agosto 21st, 2013

29 luglio – Qatzvin-Zanjan

Accade poi che se qualcosa merita realmente di essere visitata essa sarà chiusa per riposo settimanale l’unico giorno in cui tu ci capiti arrivando dopo un viaggio di seimila chilometri. Infatti il portone dei lavatoi di Zanjan (-Signori, ora andremo a vedere un posto veramente particolare, prego signori andiamo) è sbarrato perché chiude il lunedì, tipo i parrucchieri.

Portone sbarrato con due batacchi, uno a destra l’altro a sinistra, uno a forma di asso di bastone l’altro di asso di picche. Avete capito, si? Uno se bussa un uomo uno se bussa una donna. Che non ci si crede che questi ci hanno l’apartheid antidonne persino sui portoni: vogliono sapere se bussa un uomo o una donna “per regolarsi”. Ma regolarsi de che? Vabbè.

Dicevo dunque che il povero Iraj Shaih, Architect, era lì nella delusione generale e cercava almeno di spiegare con dimostrazione pratica questa cosa del differente suono del bussamento porte maschio-femmina e veementemente sbatteva il batacchio a bastone (marescià, stia calmo, è roba di portoni) quando dal silenzio della chiusura settimanale si apriva con sinistro cigolio il portone destro, a noi apparendo un presunto guardiano di iraniano lavatoio.

Usciva a confermarci che Sì, come tutte le apparenze confermavano, era chiuso. Gli astanti italianamente imploravano un’aperturina ad personam, anche solo poter dare un’occhiatina al buio. Iraj Shaih, Architect, intentava una mediorientale trattativa con il guardiano che a sua volta la iniziava, telefonicamente, con il capo guardiano.

Nel frattempo, fuori, un gruppetto di ragazzini locali si stava esibendo in una partitella a pallone capitanati da un novenne indossante la maglietta di Messi. La trattativa andando per le lunghe e i ragazzini già avendo calciato un par di volte sulla luna, mandando il pallone nei cortili vicini indi poi andando anch’essi supplicando il guardiano per il recupero, succedeva che, a quella vista, alla parte maschile della nostra formazione, si accendesse un lampo nello sguardo e un irrefrenabile scatto alla rimessa. Che il Del Piero ch’entro ti rugge può venir fuori quando -e dove- meno te lo aspetti.

Stava dunque lì lì per scattare Italia-Iran quando il guardiano diceva che Sì, se vi sbrigate e fate un giro di corsa, vi faccio entrare senza pagare il biglietto.

Il lavatoio, costruito un’ottantina di anni fa e dismesso da poco per farne un museo, è davvero uno splendido locale. Tipo l’hammam dei pedalini.

Lavatoio a Zanjan - Foto Davide Lipparini

La ricostruzione delle varie funzioni (insaponatura, sbattimento, sciacquatura) è stata realizzata tramite statue di cera di perfette donne, una delle quali io infatti ho calorosamente salutato entrando con l’entusiasmo del mio ormai acquisito e fluente

-Salam Aleykhom!

E parecchio stupendomi di averne incontrata una che, per la prima volta da quando siamo atterrati, non rispondesse inchinandosi a mani giunte al saluto.