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L’estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda

venerdì, settembre 18th, 2015

Una volta chiesi a mio padre, munito di una invidiabile saggezza in testa e di alcuni bypass al cuore, cosa avesse provato la volta in cui finì in sala rianimazione. E lui rispose

-Meripo’, sai quanto voglia bene a voi. Ma in quel momento mi son passati davanti in un lampo tutti i bei posti che avevo visto viaggiando

Ora, vista la maratona alla quale vi ho sottoposti, mentre cerco una formula di congedo mi corre l’obbligo di confessare che anche stavolta io mica l’ho poi veramente capito macchiccaspita me lo faccia fare ogni volta. Ma probabilmente è quello che dice papà: mettere da parte cose ed emozioni da ripescare nella memoria all’occorrenza.

Quanto al fatto di come le si vada raccattando a giro per il mondo so solo che non vedo l’ora di decollare quando parto ma soprattutto non vedo l’ora di riatterrare quando torno. Il punto è che il mobbasta dura poco e piano piano si riaffaccia l’insano perquantoeffettivamente.

E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un problema non geografico ma psichiatrico. E dunque che dire per chiudere l’avventura maora?

Nonostante il sabbatico che da alcuni anni mi sto prendendo nei confronti della fede, nel senso anche quella del credere oltre che di quella al dito, inizio seriamente a pensare che il padreterno, quando ha deciso di creare il mondo, sia partito dalla Nuova Zelanda e qui abbia concentrato il meglio di ciò che gli è venuto in mente. Poi nel prosieguo, in qualche circostanza, è altrettanto probabile che si sia rotto i cabasisi pure lui.

Ma qui, qui ha fatto con la natura ciò che Brunelleschi ha fatto con la Cupola di Santa Maria del Fiore e Michelangelo con la Sistina. Si sta ancora qui a chiederci come caspita abbiano fatto.

Un viaggio in Nuova Zelanda è un po’ un viaggio a matrioska: come farne dieci, uno dentro all’altro.

NZ dall'alto

Queenstown, skyline (Foto Meri Pop)

Sono un pezzo di Hawaii in Irlanda. Con accanto la Norvegia. E subito dopo le Ande. Come trasportare il Cervino sopra ai Grandi laghi americani o assemblare il Grand Canyon in mezzo al Pacifico.

E perché risparmiare sugli arcobaleni? Piazzatene un paio, anche doppi, ovunque, di quelli in cui si veda anche l’indaco. Poi prendete un po’ di zucchero a velo e spargetelo col colino intorno alle scogliere di Dover su quelli che per me ormai sono i monti del Pandoro e chissà se mai saprò come caspita si chiamino davvero.

Surfate, surfate pure alla HotWater beach hawaiiana ma con intorno cime di Lavaredo per centinaia di chilometri.

In tre settimane attraverserete otto paralleli e assaggerete parecchio del mondo, geyser e pozze sulfuree comprese (ricordando però che a Dallol, in Dancalia, dovete andare. Perché quello, davvero, non lo troverete manco qua).

Perderete la nozione spazio temporale (e te credo dopo una frullata di 48 ore di viaggio). E vi piacerà.

NZ Paola

Foto Paola Gallorini

Vi piacerà attraversare tre Continenti in uno e quattro stagioni in due giorni. E i Mohai nel mare. E Stonehenge nell’Oceano. Qui dove riescono a stare insieme la palma e l’abete.

Quindi, al netto di tutto ciò che vi ho fin qui raccontato e che dovrebbe scoraggiare qualsiasi persona sana di mente ad andarci, volevo dirvi, parafrasando Mark, che sì: la mia estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda.

E ora sipario e numeri:

5.085 km
1.000 litri di benzina
19 strade sbagliate
2 strade chiuse
4 strade interrotte
13.482 foto di Paola Gran Canon
18 ostelli
22 tipi di birre neozelandesi
8 tipi di vino tra australiani e neozelandi
3 siti importanti mai raggiunti (Milford Sound, Fly beach, Elephant rock)
1.800 metri di dislivello superati nei trekking
da +20 a -6 le temperature attraversate
3 ombrelli comprati
2 ombrelli rotti
1 pastora incazzata
6 foche avvistate
1 leone marino
3 pinguini. Questi:

NZ pinguini

Penguins (Foto Meri Pop)

 

P.S.
Grazie a Agostino, Bianca, Maci, Marina, Paola, Pietro, Roberta.

Ma dove arrivo se parto

sabato, ottobre 29th, 2011

E allora mi sono detta: sai che c’è? Che dopo Ponte Milvio, Ponte sullo Stretto e Ponte Silvio io quasi quasi mi prendo pure sto Ponte Giglio. Nel senso che me ne vado nel Granducato di Toscana, altezza Orsigna. Il suo inzio della sua fine. Di Tiziano Terzani.

No, non è che vado a ritrovare me stessa, che certe volte è meglio perdermi. E manco vado a cercare il nirvana. O la via. Che comunque pure lui diceva che “Finirai per trovarla la Via… se prima hai il coraggio di perderti”, cosa per la quale ho un talento naturale. Perdermi, intendo.

L'Orsigna

Però la cosa veramente grave è che, dopo anni di Tom Tom, Tuttocittà e fotocopie di MappeViaMichelin, ora comincia a piacermi il perdermi. E sperdermi.

Tutto questo per dirvi che se il 2 non trovate un post… venitemi a cercà fra i boschi, quantomeno mandateme la protezione Civile. No, facciamo i boy scout. No. Vabbè torno da sola.
(E comunque lascio un paio di cosette surgelate tipo dispenser. Quel coso che ci ha anche Tequila, il cagnone della giovane older, che a una certa ora anche quando loro non ci sono si apre una finestrella ed escono i croccantini)

P.S.
E ancora comunque il mio suo preferito resta “Un indovino mi disse”.
Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove.
La miniera è esattamente la dove si è: basta scavare
“.
(Tiziano Terzani – Un indovino mi disse)

Rockin’ Around The Professor Pi

mercoledì, dicembre 22nd, 2010

Caro Professor Pi,
vengo a Lei con questa mia per significarLe che, a fronte di ripetuti e insistiti tentativi protrattisi fino alla tarda notte di ieri, ogni ipotesi di collocare tutta l’attrezzatura da Lei richiesta per il viaggio in Dancalia -del quale mi è gradito ricordarLe che Lei alla mia domanda “scusa ma sei sicuro che sono in grado?” ha risposto “Meripo’, dopo quello che hai fatto quest’estate puoi andare pure sulla luna”- dicevo ogni tentativo di collocare tutto il contenuto dell’elenco attrezzatura, medicinali, abbigliamento, presìdi igienico sanitari, in uno zaino del peso massimo di 15 chili si sono rivelati non infruttuosi, DE PIU’: un casino.

Professor Pi, Lei che è uno scienziato, ora mi deve spiegare come si fa a far pesare 15 kg una cosa che -nel peso totale dei singoli elementi obbligatori- fa almeno 25. E guardi Professor Pi che non è che ne pesa 25 perché ci ho da farci entrare la collezione di stivali a stiletto di Jimmy Choo. Ennò io, che gli altri anni a quest’ora me ne andavo in giro per Galleria Colonna con la busta di Braccialini o, come prova estrema di atletismo provavo a mettere il puntale sull’albero, ora vado solo per ferramenta in cerca di gavette e teli copri tenda o, proprio in una botta di vita, al “Paradiso del campeggiatore” in cerca di torce da fronte, ecco io a fare questo zaino pieno di materassini, teli, torce, mascherine antiesalazioni pestifere, sacco a pelo, sacco lenzuolo, sacco, scarponi da trek, io non ci riesco.

Ecco. Oh.

Meri

P.S.
Professor Pi, ma tipo uno di quei Natali e Capodanni al Paradiso dei Tropici invece che del campeggiatore no, eh?

Di quelli che non sanno dove vanno. Però ci vanno

mercoledì, dicembre 15th, 2010

DRIIINNN
-Meri?
-Professor Pi!
-Mi sembra che il clima qui si stia surriscaldando
Brucia, per meglio dire
-A questo punto ci vuole il piano A
-In effetti: quello B è appena stato riconfermato
-Meri Pop, ti è passato il mal d’Africa?
-No
-Allora toccherà tornarci
-Eh si, prima o poi
-Facciamo prima
-Eh, si. Quanto prima?
-Fra dieci giorni
-Fra dieci giorni è subito. Ed è Natale
-E allora torniamoci subito a Natale
-E tipo dove?
-Tipo in Dancalia
-Osssiiii professorpììììì
-Bene, ti mando l’operativo dei voli
-Grazie
-Prego
-Ciao Professor Pi
-Ciao Meri
CLIC

Ma dove caspita sta la Dancalia?

Ti aspetto. Se serve vengo a prenderti

lunedì, ottobre 4th, 2010

Istruzioni per Alessandra.
Mi scusino i miei 25 lettori. Dice: potevi mandarle una mail. No.

Alessà, lo so. Lo so che oggi ti sembra tutto in salita. A chi lo dici.
Io aprivo la valigia alle 9 e ci mettevo i vestiti.
Alle 10 ripassavo e la svuotavo.
alle 11 dicevo madovecaspitavado. 
Alle 12 invece arrivava il  “macchiccavolomelhafattofareammè”.  
Alle 13 guardavo il biglietto aereo e piangevo direttamente.
Alle 14 pausa pranzo.
Alle 15 impanicamento da oddioecomefaccio.
Alle 16 si ricominciava con madovecaspitavado.
Alle 17 era l’ora del te: cheTEpossinomeripo’macheseiscemadovevaidasola.
Alle 18 emergenza taxi: esenonarrivaeperdolaereopercubaèmeglio.
Alle 19 tiggittrè.
Alle 19,30 tiggittrè regionale e nuovo riempimento della valigia.
Alle 20 tiggiuno e risvuotamento.
Alle 21 sms al coordinatore del viaggio: dimenticatemi.
Alle 22 sms al coordinatore del viaggio: ripeto, dimenticatemi.
Alle 23 sms al coordinatore del viaggio: disperdi le ceneri del mio biglietto.
Alle 23,30 Porta a Porta. Col vicino: mi sa che ti sta andando a fuoco la pentola che mi entra il tuo fumo dalla mia finestra che già devo disperdere le ceneri del biglietto e comunque io non ce la posso fare a partire buonanotte e ciao e dimenticami pure tu.

Ecco, Alessà. Pensa come è cominciato, uno dei viaggi più belli della mia vita.

Ricapitolando: io ti aspetto. Roma pure. Se serve veniamo insieme a prenderti.
Quindi, come direbbe l’amico Luciano, niente paura.

Going home – Diario africano/Fine

mercoledì, settembre 8th, 2010

19-22 agosto – Zambia e Zimbabwe: Victoria Falls           

Per la serie “nella vita niente è gratis” ci è gradito comunicare che non solo è una verità sacrosanta ma che per le cose migliori spesso tocca pagare interessi da strozzinaggio.           

Uno dei conti più salati ce lo ha presentato quel chilometro e mezzo di lunghezza per 128 metri di altezza, che porta 1 milione di litri d’acqua al secondo, che segna il confine tra Zambia e Zimbabwe, che è patrimonio dell’umanità, che c’è un motivo e cavolo se c’è se è una delle 7 meraviglie del mondo, che si chiama Victoria Falls.           

Delle 14 ore di dolon dolon impiegate per arrivarci, del primo esplosivo mal di schiena della mia vita, dell’infinito scorrere di una strada, della stanchezza che non ti fa chiudere più manco gli occhi, dei chili di polvere che ti avvolgono dai capelli ai polmoni, della capacità di sopportazione esplosa come le 5 ruote e la mia schiena, è magicamente e improvvisamente scomparso tutto quando, dopo due giorni di marcia di avvicinamento, di fronte ai nostri occhi è finalmente esploso pure questo:       

Victoria Dart Fener Falls - Foto professor Pi

   e questo:          

Over the rainbow – Foto Meri Pop

  e ancora questo:          

Over the double rainbow - Foto Meri Pop

 e infine questo:          

Witouth words - Foto Meri Pop

 E io non riesco: non riesco ancora oggi, dopo tanto che sono tornata, a disincagliarli dal cuore e farli scendere sulla tastiera. E pure allora stavo lì, impalata. E non me ne sarei voluta andare via mai.
Così ho deciso di restarci.
Perché mentre me ne stavo come un baccalà, pure ammollato per l’acqua che ti arriva a secchiate o vaporizzata a pioggerella da ogni dove, ho sentito che -dopo 23 giorni, 6.000 km., 6 frontiere attraversate, 5 ruote esplose, 4 vetri incrinati, 3 barre laterali perse e 1 penna lasciata al sicuro nella savana- io ce l’avevo fatta.           

Ero arrivata.   

Ero nell’unico posto in cui avrei voluto essere.   

Ero a casa: ero in Africa.        

Verso Livingstone, I presume – Diario/6

martedì, settembre 7th, 2010

16 agosto – Dal Luangwa National Park a Livingstone 

Il giorno non ancora albeggiava quando i nostri eroi venivano prelevati dal ranger Martin su una gippetta da 20 per essere scarrozzati in due diversi game drive, all’alba e al tramonto, in quel del Luangwa National Park, Zambia, Africa: un concentrato di bellezza e suggestione (e mica solo crick e distintivo, eh), in un’alternanza di baobab, laghi, pozze, radure, spianate, fiori e colori nei quali scorazza ogni genere di branco di bestiole. Uno spettacolo mozzafiato accoglieva il gruppetto nella puntata pomeridian-serale al tramonto, rosseggiando e violeggiando qua e là sull’infinito.   

Tramonto sul Luangwa - Foto Professor Pi

Rosseggiando ovunque, però, tranne che sui felini. Dei quali non si intravedeva neanche l’ombra. Manco una sagoma. Una controfigura. Manco illuminando a giorno il circondario, calate le tenebre, con un occhio di bue.  Finché, rassegnati e ormai sulla strada del rientro, un guizzo fulmineo da predatore tra le frasche richiamava la generale attenzione: fiato sospeso, trambusto, momenti di concitazione e finalmente si, eccolo là, spuntare infine dalla buia savana: un opossum appresso a un topo. E’ a quel punto che si è scatenata la più accanita gara di flash e di clic che il Luangwa e l’opossum ricordino. In particolare l’opossum, bersagliato dai flash -che neanche Sharon Stone sulla Croisette- e illuminato a giorno dal faro, si girava incredulo col topo in bocca opportunamente chiedendosi “Aò, ma chi so ‘sti imbecilli?”.  In contemporanea il capogruppo non faceva mancare, una volta quietatasi l’orgia magnetica dei clic, il lapidario commento: “Certo però, ragazzi, questa tempesta di foto all’opossum è proprio frustrazione da leone”.  

Una volta mestamente rientrati, cenati e annoccati dalla rituale passata di rum -oltre che dall’altra tempesta magnetica che da giorni imperversava, rispondente al nome di Paolaquelladellefoto per distinguerla da quell’altra che pure foto ne faceva ma non in quantità export cinese- dicevo Meri Pop tranquillizzatasi sullo scampato pericolo da cracker, si addormentava serena nel buio della seconda notte al Luangwa, cullata dall’ormai familiare e quasi rassicurante “snorf snorf” degli ippopotami a mollo sul fiume a pochi metri dalla sua riverita tenda, veniva sorpresa a un certo punto della notte dalla decisione del suo condomino capogruppo di uscire dall’igloo per un pipì break. Meri Pop lo sentiva però rientrare di corsa e borbottante dopo pochi secondi. Solo a quel punto svogliatamente e strascinatamente, causa l’Amarula, chiedeva:
 “Che succede?”
al che lui agitevolmente rispondeva: “C’è un elefante qui fuori, davanti al cesso” 
E al sobbalzo a molla di  Meri Pop sgusciata dal sacco a pelo prorompendo nella notte in un agghiacciato “Ossantocielo e ora che si faaaa??”
egli, riavvoltolandosi, sonnecchiamente replicava: “Me la tengo fino a domani mattina. Dormi”. 

17 agosto – Sulla strada. Sul camion, per meglio dire.  

La mattina dopo, con sveglia regolamentare a ore 6, il gruppo si predisponeva alle operazioni di consueto smontaggio campo, allestimento colazione, rimontaggio in camion. E mentre la Nutella e la marmellata scorrevano placidamente sui biscotti, mentre il fiume Luangwa scorreva placidamente sugli ippopotami a mollo, un grido d’allarme squarciava l’alba: “Aiutooolinsalatadirisooooo”: Kira, impietrita ai piedi del camion con le mani nei capelli, così commentava l’agguato di una scimmietta che, scoperchiando la pentola del nostro ipotizzato pranzo, tentava di assaggiarla a piene mani prima di tuffarcisi dentro.
La ladra veniva messa in fuga dalla pronta reazione isterica degli altri 19 che però, neanche il tempo di ridestarsi dallo scampato pericolo, udivano poco dopo l’urlo stile tarzan di Andrew the driver della tribù degli Shona il quale assisteva, basito, al furto del suo pacco di biscotti al limone – ultimo pacco – dalla cabina di guida dove la ladra si era intrufolata dopo la forzata rinuncia all’insalata di riso. La scimmia prendeva quindi il fugone a razzo seminando, come Pollicino, briciole di biscotti al limone nella circostante savana.
La furbastra veniva infine avvistata insieme a un crocchio di amiche sue a sbocconcellare biscotti al limone su un albero, presumibilmente inzuppandoli in una tazza di tè che, effettivamente, veniva a mancare all’appello insieme all’insalata di riso e ai biscotti al limone nel finale riepilogo degli oggetti mancanti. 

La giornata così inaugurata si sbrindellava rassegnatamente lungo le dieci ore di camion che contrassegnavano la tappa di avvicinamento alla meta finale: Livingstone e Victoria Falls. Val giusto la pena sottolineare che a ogni dicitura “10-12-14 ore di camion” corrispondono in media 300-400-600 km. di simil piste realisticamente così annunciate dal capogruppo “e poi domani faremo 400 km. di cui 10 asfaltati e il resto dolon dolon”. 

Ed è però anche il caso di osservare – e so che questa affermazione mi costerà la richiesta di TSO, trattamento sanitario obbligato- che uno dei momenti di nostalgia da ritorno più forte (visto che ho scritto il 17 agosto ma lo trascrivo solo oggi sul blog) è proprio il ricordo di questo continuo andare.
Perchè in Africa non si arriva. Non si arriva mai. Però si va. All’inizio chiedi in continuazione “quanto manca?” ma poi pole pole (piano piano) capisci: non stai qui per raggiungere una meta ma per viverti il tragitto. 

Perchè quella strada parla più di qualsiasi guida, foto, reportage, documentario o racconto. Ed è fatta, ad esempio, di capanne che cambiano a seconda delle zone che attraversi e più ti avvicini alle città più diminuiscono il fango e la paglia e aumentano i mattoni e le lamiere ma non la povertà. Anzi: è solo una povertà snaturata, meno dignitosa, meno pulita, meno vera. Sembra un “ci proviamo ma inutilmente”. E’ un tentativo malriuscito, è un accrocco, una resa finale: stiamo abbandonando il vecchio ma il nuovo non è meglio e, soprattutto, manco è il nostro. 

Vabbè, scusate la parentesi Censis. Che stavo a dì? Ah si: stare sul camion. Bella imbarcata di polvere, odori, insetti, colori, saluti. Saluti tanti. Sempre. Ovunque passasse il nostro camion ho visto correrci incontro e rincorrerci sia grandi che bambini, soprattutto bambini, e salutarci sbracciandosi, alzando il pollice, facendo l’hangloose hawaiano (pugno chiuso, solo pollice e mignolo alzati) o sventolando mani. 

Sulla strada - Foto Meri Pop

E questi suoni, queste voci, questo attraversare un saluto fra sconosciuti lungo 6.000 km. è quello che ancora oggi mi emoziona quando ci ripenso.  

L’insostenibile leggerezza del cracker – Diario/5

lunedì, settembre 6th, 2010

 13 agosto – Frontiera Mozambico – Si entra in Malawi    

Cape Mac Lear, Lago Malawi - Foto Meri Pop

 Il tramonto sul lago Malawi. Uno dei 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Persino questo.    

14 agosto – Lago Malawi    

Bene, l’angolino del romanticismo è finito: bucata, da fermi nel parcheggio del camping, la terza ruota. Tipo via crucis, si cade per la terza volta. Ormai il terzetto d’attacco Liano-Luca-Maurizio si predispone agli adempimenti senza scambiarsi manco più commenti: guardano, si dirigono all’alloggiamento ferri, preparano il paziente e intervengono. Tempi ridotti a minuti 12. Barbara D’Urso freme per averli: signori, gli Sfiga’s Team.    

Il resto sono tramonti mozzafiato sulla pace tranquilla di un lago maestoso, una canoa scavata in un tronco che si staglia contro una palla di fuoco che colora di rosso e poi di viola il cielo e la certezza che già solo questo vale la fatica del viaggio.    

Malawi - Foto Professor Pi

15 agosto – Zambia    

Sveglia a ore 5. Passata frontiera Malawi-Zambia alle ore 13 e ivi consumato in piedi un luculliano pasto a base di insalata di riso appoggiati su sacchi dall’ignoto contenuto ammonticchiati fra i Tir. Ma è già tanto 1)che si mangi 2)che si mangi da fermi e non sul dolon dolon del camion 3) che si mangi qualcosa a forma di cibo e non di cracker o di mattone di formaggio arancione.    

Ma è giustappunto poco dopo, sulla strada sterrata che da Chipata porta a South Luangwa, che nella via crucis si cade per la quarta volta. Lo so, state passando agli scongiuri. Fate bene. Fate pure. Perchè 4 ruote bucate in 15 giorni restando per 2 volte senza più ruote di scorte in mezzo alla caspita di savana senza copertura cellulari è roba che manco gli sceneggiatori di Mr. Crocodile Dundee, manco il Codice da Vinci, manco l’isola dei famosi.    

Come da copione, poi, alla corale, sconsolata discesa dal mezzo, solitamente fa da accompagnamento l’improvviso oscurarsi del cielo con nuvole gonfie di pioggia o, come in questo caso, l’improvviso oscurarsi dell’orizzonte con orde di mosche e moscerini che aprono la via alla calata delle zanzare, assolutamente refrattarie a qualsiasi tipo di Autan. Queste, con l’Autan, ci si fanno i suffumigi e poi ripartono più ritemprate in formazione a testuggine per l’attacco finale.    

Mentre il provato e ormai fisso schema 3+1 agilmente si adoperava al pit stop, nel composito nonché sciamante gruppo si distingueva una figura solitaria seduta sul cucuzzolo di un riporto di terra, intento in perfetto stato di trance a leggere un libro e a raggiungere il Nirvana: signori, Ruggero. Il quale, incurante dell’affanno generale, continuava a sperimentare nuove forme di trasmigrazione del pensiero, intento solo ad accarezzarsi la curata barba bianca. Brizzolata. Vabbè, Ruggè, nera proprio no. Saggia. Si, saggia. Al limite attempata ma non è che posso scrivere che ti accarezzavi l’attempata barba, lo capisci da te, no?    

Dunque dicevamo che, finito il cambio ruota e ripreso il cammino con rinnovato vigore in una nuvola di inutile per le zanzare e tossico per noi Autan, i nostri eroi facevano finalmente rotta sull’unico, prenotato camping di tutto il viaggio, annunciato addirittura come “molto carino, ci dovrebbe essere tutto, pure acqua e luce”, insomma roba forte. Facevano dunque rotta sul camping. Ovviamente mancandolo. Il mezzo d’epoca, dopo 10 ore di viaggio, iniziava un infruttuoso su e giù su un viale sul quale pur dovevano trovarsi indicazioni su sta cavolo di bellezza di camping.    

Senonché l’unico cartello indicava una svolta che non c’era e mo’, diciamolo, manco il mago Otelma in effetti avrebbe capito che cacchio fare. E dunque, dopo la sesta marcia indietro, uno degli eroi affacciandosi al mezzo e battendo sulla fiancata urlando come un ossesso, nel tentativo di farsi sentir giù nella cabina di guida, ululava al capogruppo “Ma che succede?” sentendosi rifilare un ululato uguale e contrario “stiamo cercando di capire da dove bip si entra in questo bip di campeggio”. Dopo un’altra manciatina di marce indietro il capogruppo, come Teseo, usciva finalmente dal labirinto di Cnosso e si infilava nel caspita di campeggio. All’incredula domanda “siamo arrivati?” opponeva un fermissimo “eccerto”. E al conseguente “ma è quello giusto?” riopponeva un inappellabile “no ma è uguale”.    

All’undicesima ora di viaggio , a posto assegnato e tende montate, appariva il capo camping per dare le seguenti 2 comunicazioni: 1) effettivamente no, non è quello che avete prenotato che sarebbe questo accanto e 2) ma visto che mo’ state qua restate pure, solo andate subito a togliere ogni traccia di cibo dalle tende o dalle parti scoperte del camion che qui la notte passano gli elefanti e gli ippopotami affamati e se le rubano. Il tutto glissando, ovvio, sulle spiacevoli conseguenze che solitamente seguono l’improvviso ingresso di un elefante affamato in una tenda da due. 

La comunicazione n.2 scatenava la ricerca, il rinvenimento e la riconsegna di n.2 pacchetti di crackers, n.4 banane e n.3 mele oltre sbriciolamenti di carne secca varia.    

Dopo l’allestimento cena a cura del generale Rosella -che insieme al caporal maggiore Monica da giorni e giorni guidava le operazioni di rifornimento viveri, stoccaggio merci, assemblamento omogeneo alimenti commestibili, con piglio e managerialità tipo Marchionne al comando della catena di montaggio della Punto- Meri Pop una volta sistematasi a fine serata, rispettivamente, nella tenda, nel pigiama, nel sacco a pelo e nella fase pre-rem del sonno, veniva improvvisamente agghiacciata dal ricordo di n.1 microconfezione di crackers Air Emirates posizionatA nello zaino da giorni e lì sepolta dall’incalzare degli eventi succedutisi.    

Scattata a sedersi come una molla in piena notte al grido di “Ommioddio” provocava il di soprassalto risveglio del contiguo, dormiente capogruppo che si ridestava in fase di allarme grado Defcon 1 gridando anch’egli “e mo’ che bip succedeee?”.    

Meri Pop mortificata e contrita si costituiva a lui spontaneamente rilasciando la seguente deposizione: “Ho un pacchetto di cracker dell’aereo nello zaino, qui nella tenda”.    

Il capogruppo, con l’espressione di chi avrebbe volentieri voluto percuoterla ma mai abdicando alla sua funzione istituzionale, si limitava a rassicurarla con un “Meripo’, so per certo che i crackers dell’aereo non gli piacciono: dormi”.

Dubitando della riuscita – Diario africano/4

venerdì, settembre 3rd, 2010

12 agosto – Mozambico: Nampula – Mutuali  

Finalmente si ricomincia a ragionare: durante il primo pipì-stop in quel di vattelappesca in non meglio specificato chilometraggio savana mozambicana, mentre l’allegra compagnia saltellava di cespuglio in rovo, Maurizio circumnavigando il mezzo d’epoca e attardandosi su una ruota posteriore, agghiacciava la dispersa platea con un “oè, ma qui non c’è più neanche un perno”.  

Ecco ora io però vorrei essere la penna di Marco Giacobbo di Voyager anziché quella di Meri Pop, per venire a capo dello sconfinamento della sfiga in vero e proprio accanimento terapeutico del destino. E sia chiaro: che non mi si venga a dire che siamo nel campo degli imprevisti. Ennò, imprevisti un tubo, questa è macumba, maledizione nera.  

Scesi dunque per una frugale pipì con al seguito al massimo il pacchetto delle sigarette i nostri si ritrovavano nell’assoluta impossibilità di risalire sul mezzo  dopo che Andrew the driver della tribù degli shona insieme alla squadra ormai ridotta e stabilizzatasi al trio Liano, Luca e Maurizio agilmente issava i 15.000 chili di catorcio su 2 cm di crick ululando nel raggio di chilometri “Nessuno salga sennò so’ c….”.  

Dopo un consulto della durata complessiva di secondi 25, l’equipe medica emetteva la diagnosi: “non c’è niente da fare, tocca trovare dei perni nuovi al paese più vicino”. 80 km. A piedi. Nel gelo degli astanti e in quello meteorologico che tosto li sorprendeva con una buriana di vento e nuvole, gli eroi si sbracciavano inutilmente sulla polverosa e deserta pista in cerca di soccorsi. Ma dopo minuti 15 avvistavano un pickup carico all’inverosimile di locali e di sacchi ammassati, alla guida del quale si scorgeva addirittura un simil poliziotto.  

Polvere nella lochéscion della disastréscion - Foto Professor Pi

Si decideva subitaneamente di sacrificare il destino di Andrew e Fabrizio che venivano stivati nel portabagagli in direzione Nampula senza alcuna assicurazione di poterli un giorno alfin rivedere. Su tutti si stagliava l’ottimistica previsione di Liano: “Regà, qua ce restamo fino a stanotte”, subito completata dalla solerzia di Luca: “se ci va bene”. Il coordinatore, per la prima volta mettendosi le mani fra i capelli -ma lui oggi asserisce trattarsi solo di una ravvivata antipolvere- completava il quadro annunciando: “Ragazzi, prepariamoci a passare qui la notte, cerchiamo uno spiazzo per le tende”. Meri Pop, nell’assoluta impossibilità di rilasciare qualsiasi tipo di dichiarazione, si chiudeva nel proprio sconforto e nella giacca a vento lentamente e con accuratezza sfilata dallo zaino.  

Dopo qualche ora di attesa faceva la sua comparsa anche la pioggia. Si decideva allora che i 45 chili scarsi di Meri Pop avrebbero potuto facilmente -ma con estrema cautela e a suo rischio e pericolo- issarsi nell’abitacolo del camion per tirare giù, oltre un discreto numero di imprecazioni, anche almeno dei Kway. Visto che ci si stava, allora, si scaricavano cibarie di ogni tipo, beni di conforto alcolici, ultimi residui di Nutella, sgabelli, tavolo e fornello così allestendo un simil Autogrill in salsa mozambicana.  

Rifugiatisi poi tutti sotto al pericolante residuo di camion attendendo tempi migliori, i nostri iniziavano a destare l’umana pietà degli sporadici passanti locali che, pur malmessi di loro, certo rifulgevano almeno sulle proprie biciclette rispetto agli appiedati. Tra tutti mi è gradito segnalare il vecchietto che, avvicinandosi, riceveva in dono un nostro panino al formaggio ma dopo un’ora ritornava recando omaggi di pezzi di manioca  da sgranocchiare nell’attesa. Segnalerei a questo punto anche il mozambicano ubriaco e barcollante di passaggio che decideva di intessere uno scambio culturale fra popoli con Liano e Luca strascicando in un improbabile inglese frasi e invettive di ogni tipo.  

En attendant i bullonì - Foto Professor Pi

Otto ore dopo la partenza verso l’ignoto, alle 19 una scassata e scoppiettante macchina bianca riconsegnava a noi Andrew, Fabrizio e 5 bulloni. Alle ore 20,30 stremati, infreddoliti e provati da quanto avete già letto, i nostri salutavano con un applauso l’ordine di risalire in carrozza. E dopo altre 4 ore di dolon dolon di strade sgarrupate affrontate nel buio pesto, si decideva di allestire un accampamento di fortuna in presunta, isolata radura di inquietante e deserta savana mozambicana che alle prime luci dell’alba si rivelava invece essere l’incrocio principale di un villaggio.  

E siccome mo’ pure Meri Pop ne ha le scatole piene di tutto ‘sto casino, vi basti chiudere con un’unica, incredibile, immagine, quella di due indigeni del luogo che bussano all’alba alla tenda e chiedono: “Ma voi… di che Missione siete?”.  

Meri Pop non lo dimenticherà mai. Come non dimenticherà che, proveniente da 3 giorni senza lavarsi e ormai lanciata sulla disinvolta china dell’abbrutimento ma di classe, si recava con nonchalance al bagno delle signore a far pipì, secondo cespuglio dopo la palma. Senonchè il cespuglio in realtà affacciava, nell’altro lato, sulla locale Via del Corso. E dunque riemersa dal cespuglio e contemporaneamente sistemando ciò che restava di un paio di pantaloni un tempo blu, si ritrovava un indigeno affacciato a squadrarla dall’alto in basso. Senza perdere nulla del suo innato aplomb e della sua naturale classe, Meri Pop, gli faceva ciao ciao in segno di pace e amicizia fra i popoli.

E che ne so se riusciranno – Diario africano/3

giovedì, settembre 2nd, 2010

7 agosto – Vilankulo,  Arcipelago Bazaruto – Mozambico       

Sorvolerei a piè pari sull’inutilità di una giornata priva di qualsiasi spunto all’altezza dei precedenti, srotolatasi in quel di Vilankulo ove, contrariamente al nome, in realtà approdavamo con una locale e suggestiva barca a vela, il dhow, in una sorta di Paradiso terrestre in mezzo all’Oceano Indiano, che ora che ci penso ci deve essere stato uno sbaglio di inserimento programma.       

Perché passare dal Caspita di parco del Limpopo all’Occaspiterina del parco dell’Arcipelago delle Bazarutos con annessi bagno nella laguna, snorkeling, immersioni, sherpa in spiaggia che ci cucinano ogni sorta di prelibatezza, allestimento banchetto a base di molluschi, crostacei, frutti tropicali e primizie di ogni tipo e beh si, qualcuno pensava di mandarci a Vilankulo ma noi poi non si sa come siamo finiti alle Fiji.       

Bazaruto's Paradise - Foto Paola G.

 E proprio non sprecherei una parola in più per queste sacrosante, benedette, incredibili, sorprendenti, appaganti, strabilianti, goduriose dodici ore di sole, bagni, spiaggiamenti, foto, coccole, onde, sbracamenti e simili altre banalità da ClubMed.    

8 agosto – Inchope       

Ambeh: si torna a una sana giornata di dolon dolon sul camion compreso approdo al mercato di Inchobe in cerca di un vulcanizzatore di ruote esplose (in Africa non si ricompra, si aggiusta). Tra un vulcanizzatore e l’altro gli eroi sciamavano nel locale, seguente mercato:    

Mercato a Inchope - Foto Professor Pi

Registriamo soprattutto, in attesa della vulcanizzazione infine appaltata, la corale partecipazione a una Messa tribale.  Richiamato dal suono di cori e tamburi e da una nuvola di polvere che esalava da un dirupo, il Capogruppo improvvisamente scavallava il guard reil della locale via del Corso per finire nel bel mezzo di un sabbah di tamburi, mani rotanti, corpi posseduti, piedi sbattenti, ugole ululanti dentro un bugigattolo buio chiamato Church, chiesa, guidati dall’altare da un officiante in giacca, cravatta e tamburello.      

Monica asserisce che, una volta invitatici a sedere tra loro, noi si sia ricevuta anche una speciale benedizione, cosa della quale mi permetto di suggerire di dubitare una volta che avrete letto il prosieguo del viaggio. Ma tant’è: fummo, pare, benedetti. E dunque figuriamoci che ne sarebbe stato di noi, nei giorni seguenti, senza. Non lo voglio manco immaginare.       

10 agosto – Ilha de Mocambique       

Infatti: in attesa del salto nel cerchio di fuoco registriamo l’approdo al campeggio senza acqua e ancora con i festoni di Natale appesi. Si preannunciano, in compenso, due giorni di acqua a catinelle ma dal cielo.       

L’allestimento tende in riva al mare non vi tragga in inganno: romantico un ciufolo, quando spirano venti di maestrale a tutta carica che la sabbia ve la alzano in ogni dove a partire dagli occhi. La prima notte viene contrassegnata da vento a raffiche stile Desert storm con conseguente scoperchiamento di finestra laterale della suite e immissione di sabbia nell’interno tenda, con occupanti inconsapevoli e ronfanti, trasformata entro il mattino nella piana egizia. Il rinvenimento di due sarcofagi avvolti nel fu sacco a pelo e ora sepolti da una piramide di sabbia, veniva salutato da irripetibili imprecazioni geroglifiche.       

Vi risparmio i particolari rubricati sotto le voci “igiene personale e comunitaria”, darei per acquisiti anche i concetti
“lavarsialmenolafaccialamattina” ma soprattutto “lavare i piatti senza acqua”
ecchénonlosaichesilavanoconlasabbia noilannoscorsoinangolanoiinburkinafasoehquanteneabbiamoviste
effiguriamocisedeviviaggiaresolodovec’èl’acquanontimuoverestimai.       

Che ve lo dico affà che io poi non ci avevo più calzini che volevo fare il bucato proprio là che ci fermavamo ben due notti nello stesso posto. Alla timida obiezione
tuseimattosepensicheiopossastaretregiornisenzacquascordatelo
veniva saggiamente e incontrovertibilmente replicato che:
pertropposporcononèmaimortonessuno“.       

11 agosto       

Chiaramente alla tempesta di sabbia si scopriva che aveva fatto da contraltare nella notte anche lo scatenamento tsunami per cui la marea stava provocando un imprevisto pediluvio degli abitanti tende. I nostri eroi, affatto scoraggiati anche dalla nuvola di Fantozzi che oscurava il camping, si predisponevano in fila indiana per l’attraversamento dell’unico ponte di raccordo fra il campeggio sahariano e il traguardo dell’Ilha de Mocambique: 3 km. Di gettata di cemento sull’Oceano Indiano sferzati da vento a raffiche, giuro, di 40/50 nodi. Meri Pop, pur zavorrata con lo zaino, si ritrovava aggrappata al precario corrimano di ferro corroso a sventolare come la bandierina dell’Onu. Infine riusciva ad approdare sulla terra ferma solo grazie all’ancoraggio al possente braccio di Franco.       

Persi nel tragitto svariati cappelli, sciarpe, una custodia di macchina fotografica e registrata una rovinosa caduta di Paola, gli eroi approdavano infine allo spettrale ma suggestivo spettacolo di una città fu gloriosa ma ormai più simile a un set cinematografico in disuso. Della bellezza delle sue abitanti lasciamo parlare le immagini:       

Bella - Foto Meri Pop

 Fattasi una certa e registrando un languorino, i nostri venivano attratti da un caratteristico ritrovo gastronomico, l’Ancora duro con l’accento sulla A, la prima. Il pranzo a base di squisite sambusa, patatine e birra alla fine recava un conto di euro 3. Così come la merendina di emergenza dovuta allo scatenamento improvvisa tempesta di pioggia con rifugio in primo localino rintracciabile, faceva registrare un menù a base di dolcetti, frittini, ridolcetti, rifrittini Coca cola e acqua per 4 persone al conto, totale, di euro 1,20.