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Partire è un po’ restare

Saturday, April 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

Tutta la vita davanti. Ma soprattutto dentro

Thursday, July 19th, 2012

Patty ci introdusse nella magia di quella blu, Francesco a quella dell’attore ma sempre e ovunque farle e disfarle è il segno che qualcosa eppur si muove e sta cambiando. Mettere il riassunto della propria vita in 20 chili è arduo ma in tempi nei quali siamo costretti a metterlo in 140 battute di un tweet è un’operazione decisamente più alla nostra portata. La valigia.

Ci pensavo ieri perchè la mia amica Dani si prepara a un trasloco. Le valigie della transumanza immobiliare sono tra le più impegnative, forse più di quelle dei viaggi (che il Professor Pi si metta una mano sulla coscienza lo stesso) e di solito sono seguite a ruota, per frequenza ed intensità emotiva, da quelle della transumanza amorosa.

Alla fine noi e lei, la valigia, siamo proprio “l’amante e la sposa arrivati fin qua, l’attore e la sciantosa e siamo pronti a qualsiasi cosa”. Perché ci sono bivi della vita nei quali, a prescindere dalla consistenza numerica e qualitativa di chi ti sta intorno, ci si ritrova soli, con una valigia in mano. Il che è già un privilegio rispetto alle situazioni in cui a quei bivi ci si ritrova con una busta della Coop o anche con un sacco dell’immondizia, che pure questo abbiamo visto: la flessibilità in uscita (amorosa) con tutta la vita non davanti ma dentro, i sacchi della mondezza.

Tutta la vita dentro. Per affrontare quella che ci sta davanti. Selezionare, organizzare, distribuire: fare una valigia è rifarsi la vita portandosela a mano. Che anche lì, come nel resto, tutto non si può avere e non ci può stare. E spesso ci si accorge di avere quella sbagliata quando ormai si è già in mezzo al guado.

“E allora eccoci, siamo qua siamo venuti per niente perché per niente si va
e c’inchiniamo ripetutamente e ringraziamo infinitamente”.
E Dani, ricordati, “siamo una grande famiglia, abbiam lasciato soltanto un momento la nostra vita di là, nel camerino già vecchio tra un lavandino ed un secchio”.

Perché il lavandino, Daniè, ovunque si vada, non si sa com’è ma perde. E come disse l’idraulico Giorgio nell’indimenticabile performance del mio Erasmus post separazione:
-Signò è er sifone. Se ricordi che naa vita, quando ce sta un guaio, è sempre un problema de tubi.

…

Ciuff ciuff

Monday, June 4th, 2012

Tipo i bambini: amo i trenini. E anche le stazioni e i capotreno col borsello. Mi piace viaggiare in treno posto finestrino anche se posto corridoio mi solleva dall’imbarazzo del dover comunicare a tutto lo scompartimento che devo far pipì. Il che avviene spesso, motivo per il quale il poveruomo del mio ex marito aveva peraltro desunto “Tu hai la vescica di un colibrì”. Non escludo che la cosa possa aver avuto anche un’influenza sulla decisione finale, per la sua quota parte, di diventare appunto un ex.

Divagazioni urinarie a parte dicevo che amo viaggiare in treno. E da qualche tempo ne faccio un uso smodato nei weekend liberi per andare a conoscere gli amici. Gli amici di Facebook. Che così diventano un po’ più amici veri. Cioè, dipende. Finora mi è andata di lusso nel senso che mi sono rimasti amici anche dopo avermi conosciuta. Son gente a modo, molto buona: si vedono piombare questa sconosciuta in casa (che ogni tentativo di pretendere la prenotazione di un ostello o pensione è andata fin qui fallita) e se la spupazzano come l’avessero sempre avuta fra i piedi facendola sentire a casa sua. Errore esiziale non ché cosa della quale avranno in seguito modo di pentirsi. Ma per ora funziona. Ci cascano. E mi invitano. E io quasi quasi prendo il treno e vengo vengo da te.

Per percorrere l’Italia i Frecciarossa sono fantastici. Ma per conoscerla bisogna prendere i regionali. Prendete il weekend scorso. Dovevo andare in Versilia. Fino a Firenze ho preso il Frecciarossa. E poi il trenino.

Il trenino si prende sempre da un’altra parte, rispetto ai trenoni. Il trenino non ha la prenotazione, sali e quello che trovi trovi. Il trenone ha l’addetto pulizie con la tuta fosforescente arancione che passa. Il trenino è come una casa dopo che se ne sono andati gli amichetti di tuo figlio: briciole, cartacce, pezzi di cingomma, bottigliette vuote dell’acqua lasciate sul sedile, il giornale locale zozzo e spiaccicato per terra. 

Il trenone fuori dal finestrino ha le località. Il trenino ha i posti. Che tu passi e ogni tanto, sbigottito, ti dici “magguarda che posto”. Tozeur, per dire, non è che te lo trovi fuori dal frecciarossa: Tozeur sta fuori dal trenino. “E torna la voglia di vivere a un’altra velocità”. Che i trenini passano lenti, più lenti. E in effetti nel trenino a volte io mi chiedo madovecazzocorro? Invece nel trenone più spesso mi chiedo maquandocazzoarriva?

Quando sali sul trenino è come attraversare la storia, i libri, la cultura, l’opera nel senso lirica: e dunque sabato, lasciata Firenze Santa Maria Novella, il trenino m’ha fatto attraversare Empoli, San Miniato, Fucecchio, Pontedera della Piaggio, San Frediano non quello delle ragazze, Torre del Lago quella di Puccini, Viareggio, Camaiore quella del lido di, Forte dei Marmi dove cantava Mina e dove c’è il pineto che ci piove dentro.

Insomma a me i trenini insegnano anche un po’ a vivere meglio: tutti nella stessa classe, tutti tra le stesse carte di giornale, tutti senza la certezza del posto fisso. Il trenino, sostanzialmente, è anche meglio del Censis e di Wikipedia messi insieme, se devi farti un’idea del mondo.

 

Sex and the Cipol

Friday, May 18th, 2012

E’ successo che il Professor Pi doveva partire per la Cappadocia. Ma stavolta io non potevo andare. E’ un uomo fortunato, a volte.
Dunque io non potevo andare però lui ha detto
-Meripo’ visto che ho l’aereo all’alba che dici se passo a salutarti e con l’occasione mi ospiti la sera prima?
-Certo Professor Pi anzi se con l’occasione poi mi insegni qualche altra ricetta, che sono cinque inviti a cena di seguito che faccio la tua pasta alla siciliana rivisitata
E lui ha detto
-Certo Meripo’, potremmo fare il riso pilaf , ora ti dico cosa comprare.
E così io sono uscita a fare la spesa e lui ha preso un treno ed è venuto a trovarmi.

Io, ve lo devo dire, non è che avessi mai ospitato uno scienziato e allora mi sono preparata. Ho studiato. Ho studiato tutta la settimana. Come dovevo vestirmi. Tipo gonna tattica, maglietta, tacco 12. 10. 8 (no, scusate, se mi presento col tacco 12 a Termini potrei dare adito a pettegolezzi).

E insomma sono andata a prenderlo e me lo sono trascinato e l’ho accompagnato a casa.

Sapete com’è, una chiacchiera tira l’altra e intanto avevo stappato un 15 gradi rosso e cin cin e salutino e sorsetto e poi questo caspita di Professor Pi me ne fa passare di tutti i colori e mi porta in posti che manco so dove stanno e come si pronuncino e però ecco lui ha un suo fascino. Così beh, avete capito, si era creata una certa atmosfera, io avevo messo pure Chiara Civello di sottofondo, a Roma c’era il tramonto che faceva capolino dalla finestra e allora lui si è avvicinato e anche io e lui ancora un altro po’ e io pure e sostanzialmente eravamo come la collisione del Titanic con l’iceberg, ho chiuso gli occhi, ho sentito la sua bocca avvicinarsi al mio orecchio ed è allora che mi ha sussurrato
-Meripo’ hai una cipolla?

Ha detto Meripo’ haiunacipolla

Io prima ho visto se c’era la telecamera di Scherzi a parte poi ho guardato il calice del rosso chemagarihoesgaeratoehocapitomale e poi ho guardato lui che ancora stavo stesa, nel senso dallo stupore e allora lui ha detto
-Mi sono dimenticato di dirti di comprare la cipolla. Non ne hai vero?
-No.

E lui allora ha sfoderato il sorriso da bel tenebroso
E io mi sono detta: Ambeh me stava a prende in giro, volevo dire…
E lui a quel punto si è alzato in direzione suo zainetto, l’ha aperto e ha tirato fuori un incartamento argentato e, sempre come il beltenebrosando ridens, me l’ha sventolata, la cipolla d’argento, e ha detto:

-Lo immaginavo, non importa, l’ho portata da casa.
Poi si è messo a cucinare.


Adesso, guardate, ci deve solo provare a dirmi che mi vuole portare tipo dai cannibali. Anzi, ci provi: che gliela do’ io la ricetta a quelli per sbocconcellarselo in casseruola.
Il Professor Pi-laf, lo faccio diventare.
Con la cipolla, s’intende.
Giuro che me la porto da Roma.

Carinzia1: com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles

Monday, May 14th, 2012

Cioè io per andare in Carinzia ho preso talmente tanti treni e vi ho risparmiato una mole tanta di Co2 che può essere che se sia richiuso un pochetto pure il buco nell’ozono. E’ che io avevo proprio detto all’omino
-Senta allora Roma-Veneziasantalucia e poi Venezia Monfalcone e poi Gorizia e poi Trieste e poi avojaaviaggiare….

E’ che io con Venezia ho un conto in sospeso. Cioè ma se po’ andà a Venezia con l’innamorato, che era il poveruomo ex, esattamente nel passaggio della sfiga in equinozio? Che quando finalmente noi eravamo riusciti ad arrivare a Venezia l’amore già se n’era andato da un’altra parte. Tra l’altro, la volta della sfiga in equinozio amoroso, faceva un freddo che non vi dico e insomma com’è triste Venezia lo sapevamo solo io e Charles. Aznavour.

E dunque, mentre facevo il biglietto, dico all’omino che volevo scendere a Venezia e aspettare la coincidenza del trenino quell’altro (tipo un’ora…) affacciata sul canal Grande. Che, ora va detto anche questo, quella volta che mi ci aveva portata il poveruomo ex, egli era uscito con me dal portone della stazione e io, mollata la valigia a terra con gran tonfo, avevo esclamato

-Oddio ma qua è pieno d’acqua (dunque sto poveruomo poi ha avuto anche i suoi bei perché se s’è, infine, dato)

Ciò detto, dopo aver frecciarossato per cinque ore, passata Mestre metto mano al biglietto e leggo che, invece, l’omino mi aveva fatto il biglietto fino a Mestre. MESTRE. Dico io cosa mi mandi a Mestre? Ed è lì che, infine, ho acchiappato il cellulare nel panico da persafermatadovedovevoscendereperandaredalleCarinzieamichemie, e faccio il numero della Franca
DRIIIIIIIIIIIIIINNNN
-Siii??? dice la vocina scoppiettante veneziagiuliana
-Franca cara, comincia a familiarizzare con ciò che ti attende: ho sbagliato fermata, non sono scesa a Mestre, disastroooooooo
Ed è a quel punto che con calma olimpica la vocina ha detto
-Meri, stai tranquilla, alla prossima c’è il mare: non puoi comunque andare oltre

Rassicurata dall’ineluttabilità dei grandi spazi acquatici e riflettendo sul fatto che io la voce di Franca non l’avevo sentita mai, che noi solo voce di tastiera ci scambiavamo su Facebook, mi predisponevo dunque a scendere dovevolevoscendere per prendere ugualmente la coincidenza perdovemiaspettavalaFranca.

Dunque la vostra qui presente scendeva a Santalucia come sulmareluccica, attraversava i pochi passi di atrio e si affacciava su “Oddiomaquaèpienod’acqua”. Vi dico la verità: pure stavolta ho mollato la borsina meripoppica con gran tonfo di stupore epperò stavolta ho detto:
-Cazzo Caspiterina!

E mi sono fermata lì, a guardarla. A bocca aperta. C’era un sole che lèvati. L’arietta. Insoma ammazza quanto sei bella, Venè, le ho proprio detto. E mentre me ne stavo imbambolata come una scema a guardare i vaporetti e il ponte e San Simeon Piccolo (effinalmente ho pure scoperto come caspita si chiama il cupolone verde di fronte) mi è scivolato in acqua pure il tempo e già dovevo farmi il biglietto per Mestre e andarmene. Non prima di dirle pure:
-Venè, la prossima ci torniamo insieme. Io e l’amore. Nel senso prima che lui se ne vada. L’amore

E dunque, salita sul regional local veneziagiulian, me ne stavo bel bella a leggermi Claudio Magris (che triestino è) e mi leggo che, da qualche parte qua intorno, esistevano anche i ciribiri (giuro) e i bisiachi. I bisiachi della Bisiacaria. Bi-sia-ca-ri-a. Pensino ora i miei 25 lettori che impressione dovesse fare sull’animo della poveretta qui presente quel nome. I bisiachi mi sembravano una cosa tipo gli Afar della Dancalia, popoli duri e all’occorrenza spietati con indesiderabili stranieri. I bisiachi. Marò.

Ma mentre mi terrorizzavo coi bisiachi ecco che infine arrivava la mia fermata. Mi sentivo parecchio emozionata. Sono scesa e lei stava lì. Ad aspettarmi. Tipo da sempre. Una cosa che come con Lamicamia tu la vai a incontrare ora ma lei c’era già.

E allora adesso potrei dirvi che mi ha proprio presa in consegna, mi ha spalancato casa sua (che invece di “Ma qui è pieno d’acqua” io ho detto “Ma qui è pieno di prato!”), mi ha portata a cena in un posto che io non so come ho fatto fino ad oggi a non sapere che c’era, e che si chiama Grado, che mi ha portata a cena da Ovidio e chevelodicoaffare quanto ho mangiato, compreso il boreto. E a tavola lei mi ha chiesto

-Meri domani dove vuoi andare?
-Frà, dove ti pare. Certo però mi devi dire una cosa: ma (tirando fuori il libro e sfogliandolo alla pagina incriminata) sti capita di bisiachi dove stanno? Sono molto ostili? Accettano lo straniero? Sta Bisiacaria ci ha il filo spinato?

E lei, sempre con calma olimpica
-Meri, in Bisiacaria ci dormi stasera. Che io lì sto

(segue. segue pure figura del cavolo crauto, mannaggia)

Di appuntamenti al buio in Carinzia

Friday, May 11th, 2012

Ristorante, interno giorno. Meri Pop e mamma Pop

-Allora che fai questo weekend, cara?
-Mamma parto, vado in Carinzia
-Dove vai, cara?
-In Carinzia: dalle CAReINZIeme amiche mie
-E, volendo circoscrivere meglio questo concetto, chi sono, cara?
-La mia amica Franca e la mia amica Vale: direzione Mitteleuropa
-E la tua amica Franca io l’ho mai vista?
-No, mamma, ma neanche io
-EEEHHH????
-Perciò ci vado, vado a conoscerla: siamo amiche su Fèisbuc
-ODDIO MERIPO’, MA UN ALTRO APPUNTAMENTO AL BUIO???

Il cameriere, tutto il tavolo accanto e anche la cassiera si voltano e scrutano questo bel pezzo di metroemezzo scarso.

Mia madre abbassando la voce:
-Oddio Meripo’ maunaltroappuntamentoalbuio? (nel senso che io già l’altra volta ero andata a trovare Lamicamia un’altra chenon la conoscevo)

-ECCERTO, VISTO COM’è STATO ECCITANTE L’ALTRO

Il cameriere vacilla insieme al cabaret dei tiramisù e un po’ però anche sghignazza. Poi

-Signò vadavada, tanto co sto casino de crisi che c’è alla luce der sole, che altro cazzo de peggio je po’ succede, ar buio?

E allora io quasiquasi lo prendo, sto treno.

I pianeti percorrono orbite ellittiche, gli uomini ancora non si sa

Monday, April 30th, 2012

Cara Meri,
possibile che tutte le questioni d’amore siano sempre così complicate? Ma tu l’hai conosciuta mai una che ha una storia semplice, chiara, lineare? Possibile che da anni tutte le mie telefonate alle amiche inizino o finiscano con “aiutami a capire”?
Tua Tormentata

Cara Tormentata,
avrei girato volentieri la tua lettera al Professor Pi, che sarebbe il nostro dottorFreiss-Lei-che-è-un-esperto e che spesso si occupa di gestione dei sistemi complessi. Senonchè se n’é partito. SENZA DI ME. E dunque io devo rivolgermi alla concorrenza. Cosissimpara. Dunque trovo su un illuminante sito dall’inequivocabile nome Keplero, cotal notizia:

“Se l’universo è fatto per due terzi di materia oscura – come abbiamo ragione di credere – in questo momento io, voi, e tutto quello che ci circonda, siamo immersi in un via vai di particelle sconosciute”.

E dunque, cara Tormentata, non è questione di complicazione ma di sfiga: impattiamo continuamente con i due terzi di materia oscura e soprattutto con ste particelle sconosciute chiamate uomini. E immagino anche per i poracci uomini sia lo stesso anzi forse anche peggio.

Certo a questo punto piuttosto vorrei sapere: ma chi sono e dove stanno quelle a cui è toccato il terzo di materia chiara? E soprattuttose se già da 400 anni siamo riusciti a scoprire  le leggi che regolano il movimento dei pianeti, perché caspita ancora non riusciamo a scoprire le leggi che regolano i movimenti degli uomini? E dunque cari scienziati che non ve ne state in-viaggio- senza-MeriPop ma state coscienziosamente a sgobbare, sistemato il sistema solare qualcuno di voi potrebbe utilmente applicarsi un pochetto anche al nostro sistema nervoso, grazie?
Meri

La valigia sul letto è quella di un corto viaggio

Saturday, April 7th, 2012

N.1 paio jeans di ricambio
N. 2 maglie
N. 1 paio scarpe ricambio uso pioggia
N. 3 ricambio biancheria (no pizzi, no trine, no merletti)
inoltre
N.1 tubo crema idratante
N. 1 tubo crema viso
N. 1 tubo crema macchie pelle
N. 1 tubo crema struccante
N. 1 tubo crema ritruccante
N.1 tubo crema dopobagno
N. 1 tubo crema fondotinta

Per la prima volta in vita mia il volume dei cosmetici supera quello dei vestiti. Comunico quindi che la seconda Repubblica è finita in coincidenza con l’evidente avvento della mia terza età.

Ciò detto ci prendiamo qualche mese settimana giorno di pausa. Perchè incremare stanca. Vi auguro coralline  e pizze di Pasqua a pioggia, sempre in attesa di sto caspita di piccillato.

Quanta Africa hai visto?

Thursday, February 23rd, 2012

Insomma c’è che la mia amica Marta è stanca. No, non si è arresa: però ha deciso che dopo tre anni adesso anche basta. E da ieri dorme.
Allora quando mi hanno chiamata dalla clinica io ho pensato che se non ci andavo e non la vedevo era come se lei avesse continuato a esserci come prima. Funzionava abbastanza.
Poi stamattina non ha funzionato più. Così ci sono andata.
E infatti Marta dorme. Riposa, per meglio dire. Ero lì con le altre amiche, che ci siamo ritrovate tutte alla stessa ora senza dircelo.

Ed è stato allora che, guardandola, e nell’assoluta impossibilità di lasciarla andare, ho aperto bocca e le ho chiesto:
-Marta, quanta Africa hai visto?
Che Marta ci andava appena poteva: a lavorare, a portare strumenti diagnostici, ad insegnare a usarli, a volte anche a riposarsi. E mi aveva detto che ci saremmo tornate insieme. E diceva anche che chi ha visto l’Africa poi, quando fa il bilancio della vita, gli va più in positivo.

E così allora anche sua sorella l’ha guardata e ha detto:
-Si, Marta, che stai a fa’ qua? Dai, torna a correre in Africa

Perché nessuna di noi la lascerebbe mai andare via. Ma in Africa si: ce la stiamo accompagnando tutte insieme.

Lago Malawi (Foto Meri Pop)

The river

Monday, January 9th, 2012

24 e 25 dicembre 2011
Pensare che l’ha scoperto un italiano. L’Omo river. Sto fiume di mille chilometri in mezzo alla savana africana e alle tribù cattivissime e selvagge l’ha trovato un esploratore italiano che si chiamava Vittorio Bottego. E che ti fa? Se ne parte alla fine dell’Ottocento dall’Italia che, se pure sempre un po’ sgarrupata, sempre meglio di là stava combinata, e si avventura in quell’iradiddio di caldo, malattie, zanzare, savana, animali feroci e uomini ancora di più. Che uno dice: i matti.  Riempiono il mondo. Certe volte lo allargano. E qualche altra lo salvano pure.

Io non sapevo manco che esistesse, st’Omo. Finchè un altro matto mi ha detto che ci andava e mi ha chiesto se volevo andarci pure io. Insieme ad altri 14 matti: età dai 10 ai 77 anni. Ripeto: Laura 10, Giancarlo 77. Come caspita fai ad accampare scuse di qualsiasi genere?A dire “ma io veramenteeee??”.

E poi, come diceva l’amico Albert Einstein, “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la fa”.

A questo ho pensato quando la sciaguarata rispose. Rispose Si. E si ritrovò in un amen a trascorrere la notte di Natale su un Roma-Cairo-Addis Ababa con comodo arrivo alle 5 del 25 in una strada fatiscente anzichenò della capitale etiopica sulla quale si affastellano grattacieli e capanne di fango, alberghi e baracche di lamiera. Noi stavolta albergo. Eh ma calma, eh. Che dopo 24 ore di carte di imbarco puoi solo svenire nel letto, ovunque si trovi, e provare a dire, alle ore 13 del 25 “maaa tipo mangiare una cosa?”
e sentire la saggezza atavica della scienza rispondere:
“vediamo cosa troviamo”.
Lui, dopo esserci trascinati per qualche chilometro sulla strada non mi ricordo come si chiama di Addis Abeba fuori dall’albergo, trovava uno sgarrupo nel quale faceva capolino un doppio sgarrupo travestito da simil bar. Solo uomini dentro. Neanche una donna tranne la sottoscritta e la signora che preparava i caffè. Il Professor Pi entrava a passo deciso. Io speravo entrasse solo a chiedere informazioni. Lui invece si accomodava allo sgarrupato tavolo di formica con sedie rotte in un tutto buio pieno di mosche e qui mi fermo.
“Possiamo avere due caffè?” ordinava sicuro come fosse all’Harry’s bar. Quindi, indicando col ditone una cosa che un tempo era un bancone con un vetro ove giacevano mosche morte e altra fauna in come vigile, avvistava una specie di muffin fritto contestualmente chiedendo
“e quello cos’è?”. Non capendo assolutamente la risposta ne ordinava due.
“Se pensi che io possa mangiare sto coso ti sbagli di grosso”
“Meripo’ fai come vuoi, fino a stasera non ci sarà altro”
Dopo averlo sezionato e aver trovato solo unto e tracce di cose inidentificabili, decidevo di passare alla fase “lo ingoio intero” poi ripiegavo su “vabbè lo addento e butto giù”.
Che poi non era proprio terribile eh, una specie di Ayers Rock a mappazza fatto fritto. Si, ecco. Ingoiato sosrseggiando un caffè quasi allo stato solido tanto era concentrato, servito in una tazza che, ve lo giuro, secondo me era quella delle sperimentazioni della penicillina. Il Il tutto mentre gli astanti osservavano sta gnappetta bianca fare tanto la difficile di fronte a un Ayers Rock fritto ammappazzato.
Vabbè, detto questo si tornava in albergo e si procedeva alla visita di musei e dello scheletro di Lucy dei quali lo so che non ve ne frega nulla.
Quindi, se avete digerito l’Ayers fritto, possiamo comodamente avviarci al 26 mattina, che ci stanno aspettando le jeep. 

26 dicembre 2011
Si chiama David: sarà il capoautista delle quattro Toyota Land Cruiser in dotazione, nonché driver della nostra per i prossimi 15 giorni. Il che, soprattutto in Africa, significa praticamente affidargli la vita. Che le strade sono quello che sono e a volte sono pure la parte migliore. Insomma David si è fatto dieci anni di esercito e due guerre, pur avendo meno di 30 anni: è stato ferito e ha ferito. Ha anche dovuto uccidere. Uno solo. Ne ha viste che manco lo voglio sapè. (Il curriculum deve essere sembrato sufficientemente adatto per fronteggiare pure Meri Pop). Dopo dieci anni ha detto basta ed eccolo qua.
Saluta e poi:
“Sono previste piogge straordinarie. Per il 31. Forse dovremo cambiare qualche itinerario”
Ora vi avevo accennato che stavolta niente campeggio ma alberghetti, ostelli e capanne. Solo tre giorni di tenda. Mo’, da 1 a 10, secondo voi quando caspita ci toccano le tende? Chevelodicoaffà. Vabbè, intanto vediamo di scavallare il 26 e vediamo di arrivarci, a sto 31. E che poi le previsioni si fanno a due giorni, che è sta fretta?

Dunque si comincia sotto buoni auspici: annunci monsonici e visita ad alcune stele funerarie preistoriche in quel di Tiya. Poi dice che una si dispone male. Però poi David ci porta pure allo Ziway Lake: marabù, pellicani dal becco giallo, pescatori, barchette.

Ziway Lake - Foto Meri Pop

E infine a dormire al Wenney Ecolodge sul lago Langano: e qui, va confessato, il professor Pi segna un punto a favore nel capitolo sistemazione logistica. Un bungalow. Di bambù e paglia. Tipo. Bello. Certo, senza luce. Che la luce c’è dal tramonto alle 22 poi ciccia. Però meglio. Perché così la parete di formiche dietro al letto l’ho vista solo la mattina dopo.

Wenney bungalow - Foto Meri Pop

Un bungalow con vista lago, in mezzo alla foresta. E con audio notturni che però io non ci sono molto abituata pur vivendo a Roma in un posto rumorosissimo: però no ululati, scalpiccii, scavicchii, sgarrupii, latratii. Insomma, tempo dieci minuti e uno dei due letti a una piazza e mezzo veniva improvvisamente disabitato nottetempo. Compensativamente il professor Pi vedeva restringersi il suo spazio vitale a una striscia di Gaza e di garza (zanzariera), essendomi ivi rifugiata con risibili scuse.
Dunque nella notte buia e rumorosa, oltre ai latrati e tutto il resto dell’orrore savanico, si udiva anche un
-Meripo’, che c’è?
-No, niente. E’ che sento dei rumori
-E allora devi metterti i tappi, non cambiare il letto (mi chiedo perché mi ostini a viaggiare con un matematico, professione che per sua stessa ammissione ha più a che fare con la logica che non con i numeri, ndr)
Mi mettevo dunque i tappi. Ma me  ne restavo ugualmente rintanata nell’altrui spazio vitale. Avendo i tappi non sono qui in grado di testimoniare se il matematico abbia in seguito approfondito il tema filosofico di cui sopra o il russamento. Così in Etiopia, Omo river valley, nella notte di Santo Stefano.