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Rosetta Stame, vivere per ricordare

mercoledì, febbraio 27th, 2019

Non bastava che le SS avessero preso prigioniero suo padre, torturandolo a Via Tasso, quando lei era una bimba di sei anni.

Non bastava aver dovuto vedere, subito dopo, sul corpo del padre, il tenore e partigiano Nicola Ugo, i segni della barbarie nazista.

Non bastava neanche averlo visto trucidare alle Fosse Ardeatine, che lui fu uno dei 335 massacrati per rappresaglia dopo Via Rasella.

No, Rosetta Stame aveva dovuto subire -nel 2003- anche l’umiliazione della condanna a risarcire Eric Priebke.

Perché lui aveva denunciato lei, Presidente dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, per diffamazione (per aver detto in un’intervista che il padre fu torturato, presente Priebke, a Via Tasso) Che a volte la vita, davvero, ti si accanisce contro. (In appello -e in extremis per la imperitura vergogna- la condanna al risarcimento fu annullata)

Rosetta Stame se ne è andata stanotte, a 81 anni. Non ci sarà quest’anno, il 24 marzo, a ricordare l’irricordabile.

E allora lo ricorderemo noi, anche per lei.

L’eroe col messale

lunedì, aprile 25th, 2016

Abito vicino a Via Tasso, quella via Tasso, e quando posso entro, mi faccio un giro, mi commuovo un po’ (che è proprio il segno che sovvecchia) e me ne vado. Via Tasso ormai non è più neanche un luogo: è uno stato d’animo. La pronunci e ti torna in mente la storia. Quella orribile storia. Fatta di torture, di delazioni, di tradimenti, di viltà e di morte. Via Tasso è Herbert Kappler. Ma via Tasso, oggi che ci sono ripassata, per me è stata soprattutto don Morosini.

Don Morosini

Don Giuseppe Morosini da Ferentino. Sacerdote. Compositore. Eroe. Perché è a lui che tanti, ebrei e non ebrei, devono la vita. Fece di tutto. Compresa la fabbricazione e distribuzione di documenti falsi. E me lo immagino, quell’uomo in tonaca, passare dal messale alle tipografie clandestine. Tradito, infine, dagli stessi che aiutava. Rinchiuso a via Tasso, torturato, trasferito a Regina Coeli e fucilato a Forte Bravetta.

E’ proprio a Regina Coeli che lo incontra Sandro Pertini. Che raccontò questo:

“Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle SS, il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il Plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: “Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno”, come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell’animo mio”,

In carcere continuò a essere prete, uomo con la schiena dritta (non rivelò mai neanche un nome e anzi cercò di addossarsi ogni colpa del movimento) e financo compositore, che anche lì continuò a scrivere musica. A Via Tasso c’è l’atto della sua condanna a morte.

Don Morosini Via Tasso

La mattina del 3 aprile 1944, al cappellano capo di Regina Coeli, Cosimo Bonaldi, entrato nella sua cella per prepararlo alla fucilazione, Morosini dichiarò: «Monsignore, ci vuole più coraggio per vivere che per morire»

Nel plotone di esecuzione composto da 12 militari, all’ordine di “fuoco!”, 10 componenti spararono in aria. Rimasto ferito dai colpi degli altri 2, don Morosini fu ucciso dall’ufficiale fascista che comandava l’esecuzione con due colpi di pistola alla nuca.

A Via Tasso bisogna andare per toccare con mano  l’orrore. Ma anche per toccare con mano quel silenzioso, quotidiano eroismo che ci ha resi liberi. Un eroismo che, in tanti casi, ci ha liberati non col fucile ma con il messale.

La lista

martedì, marzo 24th, 2015

Abito vicino a Via Tasso. E ci sono giorni in cui, anche quando non è di strada, allungo il giro e passo sotto a quelle finestre. Quelle murate. A volte salgo, altre resto là sotto.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza, proprio nel senso quanto peso di forza, occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo durante il racconto, con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”