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I Sepolcri

venerdì, marzo 30th, 2018

A San Pietro Avellana, provincia di Isernia, una delle inoppugnabili prove dell’esistenza del Molise, il venerdì Santo, comunque iniziasse la giornata, verso le tre virava matematicamente verso freddo e pioggia.

Mia nonna Aida alzava un occhio alla finestra e, con la stessa naturalezza con la quale avrebbe detto “ritiriamo i panni”, spiegava che “Gesù muore quindi anche il cielo piange”.
Fu il mio primo impatto con il concetto di meteorologia.

Poi si dirigeva verso la sua camera da letto e aggiungeva:
-Copritevi che andiamo ai Sepolcri.
che significava andare all’unica Chiesa del paese in cui era stato allestito, dopo la Messa in Coena Domini, l’altare funebre. Si “adorava la croce”, si dava un bacetto “sul costato di Gesù” sanguinante, ci si inginocchiava -mia sorella ed io, quasi uniche bambine col cappottino colorato in una schiera di donne anziane di nero vestite e velate- e si iniziava a pregare.

Pregare era un diffuso bisbiglìo del quale non riuscivo a intercettare neanche una parola, comprese quelle di mia nonna, per cui ricordo che una volta, per non stare zitta, iniziai pure io a dire consonanti e vocali a casaccio in fila per imitarne l’effetto, una cosa tipo:
-aaaavvvvvvmmmmmmmrgrrrzzzzpllll dddmmmmuuummmm

Fu il mio primo impatto con il latino.
Solo qualche anno dopo, alle scuole medie, riuscii ad aggiungere le lettere mancanti fino ad ottenere un più comprensibile

-avemariagratiaplenadominustecum benedictatuinmulieribus

Non capivo nulla ma mi sentivo comunque partecipe di un momento importante. Sacro. Ricordo gli sguardi imploranti con i quali le vecchiette nerovelate si rivolgevano alle statue circostanti e avevo la certezza che, qualsiasi cosa stessimo facendo, da qualche altra parte avrebbe dispiegato un perché. Che ci avrebbe aiutati.
Fu il mio primo impatto con il concetto di speranza.

Poi si usciva per la processione, a passo lento.

Ma siccome nonna a una certa ora doveva aprire il negozio, piano piano acceleravamo il passo e ci limitavamo al giro breve.
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo
diceva fra sé e sé accompagnando la giustifica verbale con il segno della croce.
Fu il mio primo impatto con il concetto di pragmatismo.

Poi nonna andava ad aprire il negozio e quando vedeva i vecchietti, maschi, fuori in fila che aspettavano smaniosi per le sigarette, filosofeggiava dicendogli
-Mèn, ca nu poc d’ sacrificio vi fa bén (Meno storie, che un po’ di sacrificio vi fa bene)
Fu il mio primo impatto con la disparità di genere. Maschile, femminile, tosto.

Il rito dei Sepolcri durava si e no un’ora. Dice il professor Pi che invece lui doveva farsi “il giro delle sette Chiese”, che iniziava la mattina e finiva il pomeriggio.  Ed è uno dei motivi per i quali sono grata di essere pasqualmente cresciuta in un paese piccolissimo che di Chiesa ne aveva una sola.
Richiesto a lui, agnostico di ferro, perché lo facesse, pragmaticamente invece rispose
-Certo, che facevo il giro delle sette chiese: era un inattaccabile modo per andare a giro tutto il giorno

Oggi che di quel mondo a me non è rimasto intorno nulla, il Venerdì Santo alle tre chiudo gli occhi e vado a ricercarmelo dentro. E risento prima di tutto gli odori: quello dei caminetti che si spandeva tra le strade gelate, quello dolce della stanza al buio con i mostaccioli e i biscotti all’anice con la glassa bianca (messi nelle ceste di vimini e coperti da mappine -strofinacci- a quadri) quello del sugo che iniziava a bollire e dell’affumicato ovunque. Fu il mio primo impatto con il concetto di calorìe.

Sì. Tutte le cose che so le ho imparate da piccola. Di venerdì Santo.