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Del perché l’uomo può vendersi e tradire ma una donna può essere solo “Troia”

giovedì, dicembre 16th, 2010

Premesso che la qui presente aveva sostenuto strenuamente fino alle ore 11 del 13 dicembre scorso la tesi di una certa qual superiorità delle donne rispetto agli uomini in fatto di cedimenti a lusinghe e profferte di tradimento politico, salvo poi veder vacillare la certezza sin dalle ore 11,05 di fronte al primo turbamento dell’onorevolessa Siliquini, ritengo doveroso certificare pubblicamente che, in effetti, di fronte alla folgorazione che ha colto anche l’onorevolessa Catia Polidori alle ore 12 del 14 in concomitanza col cannone del Gianicolo, la tesi è definitivamente crollata al punto che neanche il botox potrebbe più tenerla su.

Ho sperato fino alla fine. Quantomeno fino a che la Siliquini uscisse dal bagno della Camera, luogo al quale aveva deciso specchiatamente di affidare le proprie riflessioni (”Deciderò  poco prima. Andrò in bagno dieci minuti prima della chiamata in Aula, mi guarderò allo specchio e deciderò… Con la mia coscienza”) ma mi sono dovuta arrendere di fronte alla capitolazione da sciacquone che deve avere investito, in quei frangenti, anche l’onorevolessa Polidori, presumibilmente nello stesso luogo.

Quanti agli uomini, invece, certi cambiano idea ovunque purché in prossimità di un libretto degli assegni: dal che sarebbe forse ora di trarre qualche conclusione sulla lungimiranza di chi si contorna di simili sodali maschi e femmine, nonché sui bagni della Camera.

E quindi, abbandonata al proprio destino nel bagno della Camera la superiorità delle donne in politica, mi sono accomodata di fronte a quel penoso e a tratti vomitevole spettacolo che il Parlamento ha saputo offrirci trasversalmente ai sessi.

 Ora però, al netto del legittimo incavolamento seguito alle concitate fasi dell’ignominia bisex che scorreva davanti ai nostri occhi, non posso fare a meno di osservare che, dalla lochescion della mia postazione in ufficio a quella dei miei amici barra amiche in altri uffici, per finire a Facebook, al web ma anche al bar dove, tra un lacrimogeno e una bomba carta ero scesa a consumare un panino, dei protagonisti uomini di quello scempio si commentava apostrofandoli come “traditori” e “venduti” mentre delle signore coinvolte come “puttane”, declinate in parecchie varianti dialettali che agevolmente Benigni sarebbe in grado di magistralmente elencare.

All’interno della stessa Aula parlamentare, per dire, solo all’indirizzo della parlamentaressa risuonava l’invocazione toponomastica di “Troia”.
 E’ giusto il caso di osservare che anche alcune commentatrici donne -e trasversalmente alle lochescion- nel legittimo spaesamento della disfatta si  ritrovavano a cercare in un campo semantico diverso da quello ipotizzato per gli uomini una definizione soddisfacente  della prestazione cambiocasacchista delle signore. Anche qui a volte indulgendo alla toponomastica.

 E dunque oggi mi chiedo e vi chiedo: perché se un uomo si vende è un venduto e se una donna si vende è una città? Perché se un uomo tradisce è un traditore e se una donna tradisce è sempre una città?

 Crollata la superiorità dovrebbe restare, quantomeno, la parità. Perché, dunque, per le donne e solo per loro il tradimento politico si cataloga spesso e indelebilmente con quello sessuale?

In assenza di risposte e nell’assoluta impossibilità di tentare analisi sociologiche posso solo attenermi alla nuda, è il caso di dire, cronaca alla luce della quale mi trovo per ora costretta a sostituire l’aulica ma sconfessata tesi dal titolo “Le donne a volte si vendono. Gli uomini, sempre, tradiscono” con l’aggiornato al comune sentire epitaffio “Tutti tradiscono. Gli uomini a volte si vendono, le donne restano comunque una città”.

Ma non è giusto. E, soprattutto, non è vero.