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Che ci siete venuti a fare?

mercoledì, agosto 31st, 2011

Che tu pensi che quando un’australiana ti incontra nel bagno del campeggio e ti chiede
-Ohueriùcamfrom? (da indove caspita vieni?)
e tu rispondi “Italy”
essa poi ti dica entusiasticamente “Ohhhuuuu-welcome-in-our-wonderful-land”
e invece si ferma, very perplessa, si incupisce e chiede:
-E che ci siete venuti a fare?
Ecco, vedi che poi mica sono l’unica a farsi certe domande.   

Epperò io a questa Laustralia ci pensavo da decenni e decenni.
Perché mia madre è originaria di un paesino di montagna del Molise, che dopo la guerra era composto quasi solo da vedove bianche, donne i cui mariti acchiapparono una valigia di cuoio tenuta con lo spago, fecero un biglietto di nave o di treno per la Germania, l’America e l’Australia ed emigrarono. Salvo poi, nella maggior parte dei casi, non tornare mai più. Continuando a mantenere famiglie in Italia e probabilmente ricostruendosene altre allàggiù.   

Insomma io a casa mia (no, ora sta imballata e momentaneamente depositata in un capannone insieme ai libri, alla libreria, agli spartiti del pianoforte e ad altri avanzi di vita precedente con i quali ho deciso di ricongiungermi fra poco) ho una conca di rame con dentro un mestolo dell’anno di grazia 1860.   

Sta conca me l’ha regalata mia madre specificando: “Ci hanno bevuto i garibaldini” e annunciandomelo con la stessa solennità con la quale da altre parti ti consegnano le azioni in Borsa delle partecipate di famiglia.   

E siccome a casa mia nessuno tramanda ville a Gstaad, collier, parure e possedimenti ma conche ossidate, pezzi di coperte fatte all’uncinetto e asciugamani a punto a croce, io al massimo,  nella Laustralia, posso andare a soggiornare in una tenda da campeggio.
Che, sia chiaro, anche stavolta, è stato uno dei soggiorni più emozionanti della mia vita.   

Quindi intanto ringrazio pubblicamente mia madre per non avermi dato l’incombenza di dover andare ad aprire ogni sei mesi una villa a Gstaad (che a me quelli lassù mi stanno un po’ sul cavolo) e poi per avermi raccontato che quella conca gliela regalò il nonno di un suo alunno di quinta elementare (che mamma in quel paesello sul cucuzzolo di montagna, collegato a valle solo con i tratturi, faceva la maestra).  Correva l’ann0 1956. E anche lei correva, sui tratturi pieni di neve, per andare a insegnare.   

E quindi, in quel di San Pietro Avellana prima provincia di Campobasso poi di Isernia, un giorno lei spiegò il Risorgimento ai suoi bambini e il giorno dopo si vide presentare in aula un nonnetto insieme al nipote, a una conca di rame e a un mestolo, che le disse “Signorì, m’ha detto mio nipote che avete raccontato la storia del Risorgimento (che il Molise sarà piccolo e sfigato, ma la gente da’ ancora del voi e io li adoro pure per questo. A Gstaad non lo so che si danno, per dire). Ma ci ho anch’io da raccontare”.
Lei gli propose di sedersi in cattedra e fare lui una lezione.   

“No, signorì – rispose tutto ritroso- i’ nun sacc parlà ben (purtroppo, lo so per certo, parlava cento volte meglio di Bossi ma era anche cento volte più educato. Per questo divenne emigrante e non ministro). Io solo a voi lo voglio raccontare”.   

E raccontò di una madre coraggiosa, la sua, che -disse tirando fuori la conca e il mestolo- quando i garibaldini dopo la battaglia del Volturno furono sconfitti e costretti a scappare, accolse quelli che si rifugiarono nelle campagne. La madre del nonnetto ne nascose alcuni nella stalla e andava di nascosto a portargli da mangiare e da bere. Il previdente marito la rimproverava e le chiedeva: “Oh, ma che t’ vuò fa accìdr? (Cara, che ti vuoi fare ammazzare? Scusate se riporto malamente le frasi in dialetto ma ci tengo, anche storpiato).   

– E lei: “E perché, tu li vuò faì murì, invec, a sti poveruòmn? (Perché invece tu, tesoro, vuoi far morire loro?)   

E insomma, nel 1956, dopo che anche sua madre aveva fatto quel capolavoro di unità d’Italia, il nonnetto era costretto ad andarsene, a raggiungere il figlio emigrato.
– “Signorì, mi tocca andà a murì all’Australia. Però la conca ve la lascio a voi”.   

Dice: perchè, nel 2011, nella Laustralia ci sei voluta andare pure tu?
Per andare a ringraziare il nonnetto. Per dirgli che io quella conca lo so quanto vale. E che ora mi cerco una casa più grande così ce la metto.   

E allora vi ricordate che vi avevo detto che io andavo soprattutto a raggiungere lui questo qua sotto?   

Meri Rock (Foto Professor Pi)

 Ecco, io si ci sono andata. Ma poi sono andata pure a trovare questi altri qui:   

Cemetery of Cairns (Foto Meri Pop)

 Insomma poi dopo ve lo racconto meglio però, anche se quel nonno non so come si chiami e dove stia,  un’occhiata dentro a questo cimitero laustraliano pieno di italiani l’ho data.   

In loving memory of italians (Foto Professor Pi)

E ne ho trovati tantissimi altri. Con le loro storie, le loro conche, i loro mestoli, le loro valigie.

Della festa della Repubblica e di quella di nonna Quintina

giovedì, giugno 2nd, 2011

A me ogni 2 giugno, ma non solo il 2 giugno, mi viene da pensare a nonna Quintina. Mia nonna. Ramo paterno. Quel ramo dell’ago di Cuomo. Che nonna Quintina era “sarta rifinita” ed era nata in Argentina ma le piaceva l’America “perché ci ha liberati”.

Nonna era classe 1905. E votò per la monarchia.
La rivelazione avvenne che io ero ancora bambina. Lo diceva con grande rimpianto, ogni 2 giugno: “Io festeggio ma ho votato per il re”

-Nonna e perché?
-Perchè con la monarchia almeno sbaglia uno solo, con la Repubblica minimo in 950
-E quando ha vinto la Repubblica?
-Sono stata contenta. Per la Dc.

Che nonna Quintina era anche una cattolica col botto. E andava in giro, durante il fascismo, con la tessera dell’Azione Cattolica cucita all’interno del vestito.

-Nonna e perchè?
-Perchè era proibito essere dell’Azione Cattolica
-E che bisogno c’era di tirartela dietro cucita addosso?
-Per ricordarmi sempre di cosa sono parte.

Capii solo da grande, e due Repubbliche dopo, che non era proprio un pensiero campato per aria, quello che con la monarchia almeno sbaglia uno solo. Soprattutto perché aveva un senso delle istituzioni repubblicane che i ministri di oggi se lo sognano.
E lei, il 2 giugno, amava vedere la parata. E si emozionava a veder sfilare “tutti questi bei ragazzi che nessuno lo sa ma ci tengono in piedi ogni giorno”. Spesso aveva da ridire sulla fattura sartoriale delle divise ma in linea di massima li riteneva peccati veniali e la parata se la guardava insieme a nonno Giuseppe, che canticchiava gli inni dei diversi Reparti.

Lei stava zitta. Cantava solo l’Inno nazionale “perché sono stonata, ma l’Inno si canta, si canta in piedi e lo cantano pure quelli stonati che votarono Monarchia. Che io lo sapevo che perdevo. Ma ero abituata a perdere. E non mi dispiacque. E inoltre perdere è doloroso ma conviene: perché, quando sei abituata a perdere, la vittoria vale il doppio”.

Auguri anche a te, Daniel

giovedì, marzo 17th, 2011

E insomma, si, caro Daniel, noi oggi festeggiamo i 150 anni da quando ci siamo messi tutti insieme.
Chi è Daniel? E che non ve l’avevo presentato? Ma come, tutta quella sbrodolata sulla Dancalia e non vi avevo parlato di Daniel? Ossantocielo.

Daniel è stato uno degli angioletti custodi di quelle due settimane di iradiddio, il capoautisti, caposcorta, capodanno, capoesploratore. Quello che ci aiutava a uscire indenni dalla leggendaria ferocia degli Afar, per dirne una.

Daniel ha 29 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non vi fate un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

E insomma Daniel una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -ripeto tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.
Quale viaggio, Daniel?
“Quello sul barcone”
Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
“Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia”
E allora?
“E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito”
E com’è che stai di nuovo qua?
“Eh, perchè mi hanno preso”
Ma dove?
“A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, essì che ci sono arrivato”
E poi?
“E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia”
Oggesù
“Allah”
Allà e aqquà, figliomio. E in Libia che è successo?
“Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia”
Mi dispiace molto
“Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io riparto, io arrivo, io resto”

Ecco si. E allora io ti aspetto.
E sai che c’è? Già che ci sei inizia a imparare l’inno, che quando arrivi almeno una cosa già te la trovi fatta. Che qui purtroppo, invece, c’è gente che esce quando si canta.
No, Daniel, non è perché sono stonati: è perché sono cialtroni. Che vuol dire cialtroni? Te li faccio conoscere quando arrivi, lo capirai subito che vuol dire.
Allora auguri anche a te, Daniel, futuro italiano.

E retrodatiamo pure l’età dell’unità d’Italia, no?

mercoledì, febbraio 9th, 2011

Allora, riassumo: ci sono questi 150 anni dell’unità d’Italia. Però questi non si mettono d’accordo manco se devono festeggiarli andando a lavorare o restandosene a casa. Allora dico io: ma siamo sicuri che ne ha proprio 150? E allora retrodatiamola, st’unità d’Italia.
Perchè, vedendo il casino, i legali del premier potrebbero presentare nuovi documenti per dimostrare la vera età dell’Italia all’epoca delle cene ad Arcore dei festeggiamenti a Roma. E magari potrebbe anche spuntare l’ipotesi di una rogatoria in Marocco in Padania.

Quindi Gnazio La Russa, ministro della Difesa fa festa (“Certo che il 17 marzo non si va a lavorare. Si va a lavorare per fare qualcosa di più grande e bello per cementare quello che è un sentimento comune di tutti gli italiani, un lavoro morale ed etico che vale più di una giornata di lavorativa”).
Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico non lo sa ma vorrebbe fare un ponte, appena si può, e non solo a Messina (“I 150 anni dall’unitá d’Italia si festeggiano solo quest’anno, mi sembra che per una volta si possa festeggiare senza andare a lavorare. Il primo maggio cade di domenica e il 25 aprile è Pasquetta, se c’è solo questo di ponte allora festeggiamo”).
Roberto Calderoli ministro per la Semplificazione invece lavora (“No, il 17 marzo si può festeggiare lavorando. “Ho votato contro, a suo tempo, in Consiglio dei Ministri e sono e resto completamente contrario al fatto che l`attribuzione delle caratteristiche di festività nazionale, conferita alla data del 17 di marzo, comporti la chiusura di molti uffici pubblici”).

Ecco, scusate eh, ma, concludendo, io mo’ ci ho solo due domande:
1) Che caspita deve fare una per sapere che deve fare il 17 marzo?
2) E la cosa che mi fa impazzire non sono nemmeno questi cialtroni: ma è possibile che non si riesca a battere gente che non riesce a mettersi d’accordo manco sull’agenda, Santocielo?