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Aspettando godo

giovedì, ottobre 24th, 2013

Avendo agganciato il mio genetliaco a quello dell’Imperatore del Giappone, e dunque i festeggiamenti durando una settimana, giustappunto ieri sera sono uscita a nuovamente festeggiare con la mia amica Grace. Evase dai rispettivi uffici che era già tramonto inoltrato ci davamo appuntamento a Piazza Navona dirette verso una battuta di shop-watching nei dintorni e poi cenetta.

Il percorso dei negozietti filava liscio tra sbirciate, nasi appiccicati e qualche vocale di approvazione (tipo uuhh, ooohhh). Giunte all’incrocio tra Banchi Vecchi e Via Giulia le chiedevo di fare un’affacciatina a quella che io considero una delle vie più belle del mondo (Giulia, la Via). Ed era lì che lo sguardo di Grace veniva attratto in una certa direzione, dirigendosi verso la quale esclamava con stupore (come avesse visto improvvisamente ergersi un tucul africano o una yurta mongola)

-Uà Meripo’ una Chiesa! Entriamo che devo dire una preghierina

Entravamo nella Chiesa, insolitamente aperta a quell’ora, e ivi trovavamo un raduno di nonsocchì masculi, tutti in giacca e cravatta, che ascoltavano conferenziare un paio di preti.

Autoconfinateci sedute sull’ultima panca, dopo un breve body scanner generale, mi bisbigliava

-Uà Meripo’ e questo lo devo dire a mia cugina

-Grà, che le devi dire?

-Eh, che sbaglia posto: quella va ai cocktail per cercare marito senza concludere nulla e qua invece sta pieno di uomini. Ha da venì in Chiesa, altro che

Concentrateci ciascuna sulla rispettiva preghiera, infine uscivamo alla chetichella per dirigerci al ristorante. Scegliere un posto dove mangiare con Grace, che cucina da dio, è un’operazione kamikaze. Ciononostante puntavo su Sonia, a via dei Banchi Vecchi.

Si chiama “Un’altra storia”, il ristorante, e io la prima volta che ci sono andata l’ho scelto più per il nome programmatico che per il fatto che me lo avesse caldamente raccomandato una altrettanto culinariamente esigente amica. Poi ci sono tornata perché, oltre al fatto che si mangia che lèvati, dentro ha un bellissimo giardino d’inverno che abbiamo usato d’estate e d’autunno e perché Sonia ci mette una passione tale da renderlo il primo posto al quale penso se mi si chiede  -Dove andiamo?

E dunque, nonostante fosse un po’ presto, ci accomodavamo nel giardino d’inverno con un bicchiere di Recioto, lei concedendosi anche una sigaretta. Che nel frattempo da quando eravamo in giro era già passata un’ora e mezza e avevamo dunque sviscerato già mezzo programma, arrivando giusto a quell’

-E allora lui mi ha detto e io gli ho detto e poi lui ha ridetto e allora io ho pensato

che fa dell’amicizia tra donne una simil sceneggiatura di Nora Ephron su quel continuo tendere all’Harry ti presento Sally che alla fine sono le nostre sentimentali vite.

Nonostante ciò svisceravamo l’universo masculo come fosse il tunnel dei neutrini della Gelmini ancora per un paio d’ore mentre Sonia portava -di volta in volta-

sautè di vongole
assaggio di salmone marinato
branzino
mousse al cioccolato con annesso limoncello
focaccia fatta in casa

Il tutto intervallato da continue parentesi di tennis gastronomico tra Grace e Sonia su un insolito palleggio tra le ricette messe in tavola e quelle che di norma Grace mette in tavola a casa sua a Natale, prossima maratona in programma.

Al limoncello avevamo già organizzato una pacifica invasione di casa Grace a Natale e dintorni, insieme a Sonia, e un corso di cucina napoletana che Grace potrebbe tenere nel ristorante di Sonia per avventori interessati alla Fenomenologia del gattò.

Nel frattempo essendo sopraggiunte altre amiche con annessa carrambata -Meripo’ ma che ci fai qui -No ma che ci fate voi – Dai aggiungete le sedie e insomma virando la serata alla degenerazione nella caciarissima sorellanza che scatta in questi casi, barcollando ci reciprocamente sorreggevamo per arrivare a prendere un taxi. Lo stesso.Pur dovendo andare in parti opposte della città. Ma quando inizi una serata così non è che la puoi finire da sola col tassista.

Tutto questo per dirvi che, depositata me al portone e assicuratisi Grace e il tassista che riuscissi a infilare la chiave nella toppa del portone giusto, nell’ascensore mi guardavo allo specchio regalandomi un sorriso ebete e un po’ brillo.

E dicendomi che passiamo tanto tempo ad aspettare. Aspettare prevalentemente uomini. Senza renderci conto che, quando hai delle amiche, la parte più bella può essere proprio la sala d’attesa.