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L’Abbazia

mercoledì, novembre 11th, 2015

“Era una bella mattina di fine novembre” scriveva Eco e invece oggi era una bella mattina di metà novembre quando le odierne cronache nerissime ci informavano che, pare sembra poesse, un prelato impossessossi dei soldi destinati alla carità prelevandoli durante il suo mandato dall’Abbazia della quale era a capo e questa Abazia è l’Abbazia di Montecassino. Penseranno i magistrati ad accertare e a eventualmente punire.

Ma leggendo questa notizia mi è venuta in mente una follia giuridica che però, sul piano emotivo e sotto certi aspetti anche del buon senso, avrebbe una sua logica. Ho pensato che dovrebbe esserci un principio secondo il quale, a parità di reato, uno che viene perpetrato in particolari luoghi simbolici dovrebbe rappresentare un’aggravante. Mi spiego: sei un abate e rubi dall’Abbazia e già qui ce ne sarebbe a sufficienza. Ma lo fai essendo a capo dell’Abbazia di Montecassino. Stiamo parlando di uno dei simboli della spiritualità e della cultura mondiali e anche, ahimè, uno dei simboli della recente tragica storia d’Italia.

Fondata da San Benedetto nel 529 ha dovuto subìre dall’epoca dei Longobardi saccheggi, distruzioni, terremoti. Nel Medioevo diventò uno scrigno di cultura proprio grazie ai suoi abati, che crearono e custodirono biblioteche, archivi,  scuole scrittorie e miniaturistiche, trascrivendo e conservando opere inestimabili dell’antichità, dai documenti in lingua volgare ai codici miniati cassinesi ai rarissimi incunaboli.

Nella seconda guerra mondiale divenne teatro di una delle battaglie più cruente e proprio la guerra le diede il colpo di grazia, con un bombardamento che la rase al suolo. Ma fu ricostruita. Proprio per continuare a dare testimonianza della sua e della nostra storia anche per quelli che verranno dopo.

Dunque, santocielo, sei lì a custodire un patrimonio inestimabile di cultura, storia e fiducia, sei lì come frate Guglielmo da Baskerville a poterti addentrare nel cuore della storia e del mistero e che caspita fai?? Rubi? E no, bellomio.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus“dice il motto che chiude “Il nome della rosa”. La rosa esiste solo in quanto nome e di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Ecco, siccome tu stai rubando in un luogo che è patrimonio di tutti, tu bellomio sarai punito di più. Perché la cosa più preziosa che ci hai rubato non sono i soldi: sono anche e soprattutto i ricordi che avresti dovuto custodire.

Il nome della rosa

Dell’invasione degli imbecilli

giovedì, giugno 11th, 2015

Sostiene Eco, Umberto, che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”. Innegabile. Imbecilli “che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. E conclude, anche qui innegabilmente, “È l’invasione degli imbecilli”.

Senonché proprio mentre il nostro tuonava sacrosantamente contro codesta inarrestabile invasione, il professor Tim Hunt, stimato biochimico britannico, membro della Royal Society, intervenendo alla Conferenza mondiale del giornalismo scientifico ha sostenuto fra l’altro:

«Lasciate che vi spieghi qual è il mio problema con le ragazze… tre cose possono succedere quando ci sono delle ragazze in un laboratorio… Ti innamori di loro, loro si innamorano di te, e quando le critichi si mettono a piangere». Conseguentemente dichiarandosi favorevole a “laboratori separati” per gli uomini e per le donne.

Il punto è, caro Eco, che Tim Hunt è un premio Nobel. E non stava al bar.

Quanto al professor Hunt mi è gradito fargli osservare che allo stesso modo molte ragazze potrebbero agevolmente spiegargli quale sia il loro problema con i ragazzi e i baroni nei laboratori, eventualmente anche aiutandosi con un disegnino.

Questo per dire che se i social media hanno dato la stura a tanti imbecilli da bar, non è riuscita manco l’Accademia di Svezia a offrire un argine a quella che imperversa anche fra i Nobel. E che Marie Curie abbia pietà di entrambi.

Marie Curie