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Amori che non sanno stare al mondo

venerdì, dicembre 1st, 2017

Alla fine usciamo dalla laterale del cinema Intrastevere, in uno splendido vicoletto chessoloarroma la notte è arancio e nera, e lei mi dice

-Che in effetti Meripo’ macheccazzocesuccede certevolteannoi quando ci innamoriamo, che basta passi un po’ de tempo e te dici Macomehoffatto?

E’ tutto qui, nella recensione di Scassaminx, il senso di “Amori che non sanno stare al mondo”. Sta tutto in quel  macheccazzocesuccede certevolteannoi. Non lo sappiamo, che ci succede certevolteannoi. Sappiamo solo che al mondo ci stiamo con grande difficoltà. E quindi a volte è nell’amore che vogliamo trovare riparo. Che però al mondo non ci sa stare manco lui, l’amore intendo.

La FrancescaComencini lo sa bene, anche per esperienza personale. Come a nacerta lo sappiamo tutte e tutti. C’è un amore che ci vagola nella testa, immaginato sognato desiderato, e ce n’è uno in carne e ossa proprio qui davanti e spesso i due fanno fatica a convivere.

Forse è per questo che il modo migliore per farli vivere, gli amori, è nell’assenza. Di norma niente ci tiene più uniti che desiderarci.

Ma insomma sti due si amano sul serio e per sette anni. Poi. Poi non più o forse ancora sì ma non ce la fanno più a sopportare la tensione, la difficoltà, la devastazione. E allora poi lui ama un’altra, più giovane. Prevedibile e banale. Ma il cinema ci mette il resto. E alla fine siamo un po’ tutte con questa sconclusionata protagonista su uno dei ponti di Roma, mentre butta il cappello rosso nel Tevere e finalmente libera dall’ossessione si dice

-Che poi alla fine si sono lasciati anche i Beatles

e soprattutto è Lucia Mascino, l’attrice, a riassumerne in un’intervista la morale:
“L’amore non può essere il naufragio della nostra personalità”.

Cosa che ci diciamo tutti, appena usciamo dalla devastazione. Subito prima di ricascarci di nuovo.

Perché questa alla fine, è l’espiazione della vita:”Questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta” (Andrè Aciman).

Amori che non sanno stare al mondo

L’Obituar

mercoledì, gennaio 8th, 2014

Sull’insegna c’è scritto Panattoni, si chiama “I Marmi” ma per tutti i romani è l’Obitorio, anche detto -per comprensibile scaramanzia- l’Obituar, pronunciato con un improbabile vezzo francese de’ noantri. Sta in Viale Trastevere. Il nome deriva dal fatto che si mangia su spartani tavoli di marmo. E definirla pizzeria sarebbe un sacrilegio. Direi piuttosto che è l’ultimo tempio della romanità.  Dunque, gesti apotropaici a parte, all’Obituar sono tornata dopo tanto tempo ieri sera col Professor Pi.

Tu pensi di andare a mangiare due filetti di baccalà e invece entri in un film di congiunzione fra Luigi Magni e Federico Fellini: dagli avventori ai camerieri ai locali alla fine a sti filetti non ci fai più neanche tanto caso (il Professor Pi li ha comunque molto apprezzati). All’ingresso mangia da solo un sosia di Gasperino er carbonaro, accanto a noi una coppia in cui lei è un’Alda Merini che sfoggia dei guanti leopardati per tutta la durata del vivisezionamento del coccio di parmigiana di melanzane e lui praticamente Salvo Randone. Ma da un momento all’altro potrebbero entrare anche Nino Manfredi e Alberto Sordi. L’aria è carica di trigliceridi, tutti mangiano con gusto perché questo luogo è graziaddio zona franca del veganesimo e interdetta a quelli che “Ah io dal 7 dieta stretta”. Gli apericena fateveli da n’artra parte. Qui si mangia. Anzi se magna.

Mentre sto lì a far fuori la mia pizza con scarola (enorme, 8 euro), Alda Merini chiede il tiramisù “carico”: non voglio approfondire. Lei invece approfondisce di gusto affondando il cucchiaione in una sorta di coppa XXL colma fino all’orlo di mascarpone e annessi. Ai tavoli a perdita d’occhio nessuna sotto la 46, la taglia. Ma non la 46 frustrata, quella vorrei essere la 38: quella paciosa e ben portata. Il vociare è alto ma non molesto. I camerieri non servono: volano. Il ricambio degli avventori è continuo.

E poi Pi chiede
-Meripo’ scusa ma che vuol dire supplì al telefono?
-Professor Pi,  è quando spezzi il supplì in due con le mani e mentre separi i pezzi un filo di mozzarella bianca ancora li collega
-Bello Meripo’, il mondo prima del touch screen

Che qui i supplì si mangiano così. Perché i coltelli, a Trastevere, si usavano ovunque tranne che a tavola.

Si, il mondo prima del touch screen. Quando si stava fianco a fianco a mangiare con chi capitava. E il Condividi era passarsi la boccia del vino.