Posts Tagged ‘terrorismo’

Perché piangevo. E mi tremavano le mani

mercoledì, maggio 9th, 2018

(Ve lo ripropongo, perché non conosco altro modo per parlare dell’indicibile)

Se la storia d’Italia potesse essere racchiusa in un poker di foto questa sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

L’arte del togliere

martedì, dicembre 20th, 2016

Mia nonna Aida diceva che di fronte all’orrore bisogna cercare riparo nella meraviglia. Per questo, durante la guerra, leggeva a mia madre e ai suoi fratelli piccoletti, da profughi sfollati in un fondaco umido e maleodorante, I promessi sposi.

Così stamattina, con ancora addosso l’orrore di Berlino e di Ankara, mi è tornato in mente il Cristo velato. Non so come mai non l’avessi mai visto fino alla veneranda età di un par d’anni fa. Non dico dal vero ma nemmeno in foto. Ci portò Grace, a me e alla giovane older. E so solo che quando mi ci sono trovata davanti per la prima volta ho avuto paura davanti ad un’opera d’arte. Che probabilmente quando la bellezza e la perfezione superano una certa soglia, lo sbigottimento lascia spazio al timore e, in questo caso, all’inquietudine e allo spavento.

Ed è stato entrando nella Cappella Sansevero, in mezzo alla già magnificente magnificenza che ci ruotava tutto intorno, che ci è apparso poggiato in mezzo alla stanza, questo:

Napoli, Cappella Sansevero

Napoli, Cappella Sansevero

Il Cristo velato. Opera di tal Giuseppe Sammartino, 1753. Ve lo metto anche tutto intero:

cristo-velato-figura-intera

Marmo. Ma ditemi un po’, non vi sembra che l’autore invece di agire “per forza di levare” abbia al contrario messo un velo su un corpo e l’abbia nonsoccome marmorizzato dopo? E infatti anche questo hanno ipotizzato: che usasse cadaveri. Poi che usasse formule alchemiche scioglitive. E ancheAntonio Canova, incredulo e trasformatosi nel Salieri di Mozart della situazione, pare che una volta, tentando di acquistare l’opera, disse che avrebbe dato dieci anni della propria vita pur di essere considerato l’autore di questo capolavoro.

Dunque il capolavoro nato, come tutte le sculture, dall’arte di togliere. Che se esistesse un corrispettivo sentimentale forse sarebbe l’arte del mancare. E del mancarsi.

Io so solo che lì davanti sono rimasta, perdonate, impietrita. Non ricordo una cosa simile neanche davanti al Michelangelo della Pietà.

Che davvero di fronte a quel marmo tutto si prova tranne il freddo. E ancora oggi, quando ripenso a questo velo poggiato mi viene un brivido lungo la schiena. A pensare a come si possa, in un mondo che tutto tende ad aggiungere e ad accumulare, trasmettere un senso di perfezione e di incomparabile bellezza togliendo.

Quello che possiamo non fare

mercoledì, marzo 23rd, 2016

Avendo la sottoscritta unacerta, la parola e l’esperienza terrorismo non sono nuove. Nuovo è, invece, avere a che fare con una forma di terrorismo in cui l’obiettivo non sono più categorie specifiche e in qualche modo prevedibili ma, direttamente, chiunque. E nuovo è avere a che fare non più con mitragliette e residuati bellici delle Brigate Rosse ma direttamente con uomini imbottiti di esplosivo che si fanno saltare in aria colpendo chiunque ovunque.

Chiunque ovunque. C’è poi che, ai miei tempi, “i miei in salvo” (diciamolo, alla fine questa è la prima reazione di fronte alla globale tragedia) erano presto geolocalizzati: papà e mamma al lavoro, sorella a scuola, nonni a casa. Ieri “i miei” erano ovunque. Dunque anche a Bruxelles. C’erano Maria, con Pier e le piccolette, Roberto, Carla, Marcello, Claudia, Alessandro di Marcella e Cosimo e Daniele e più passavano i minuti più aumentavano. Perché i nostri confini anche affettivi si sono graziaddio dilatati. Creando nuove fonti di apprensione.

Che posso fare, che possiamo fare? Non ne ho idea. E temo non ce l’abbiano così chiara neanche quelli che devono prendere decisioni per tutti. Forse però ci sono alcune cose che possiamo evitare di fare, in questi frangenti.

1 Diffondere notizie false (chiunque è ormai anche giornalista, benissimo: dunque spetta anche a voi verificare ciò che andate postando)

2 Diffondere immagini e filmati falsi (come sopra: il mondo può attendere altri dieci minuti prima che facciate le opportune verifiche incrociate e al limite rinunciate a postare)

3 Non chiedere scusa se, càpita, siete incorsi nei punti 1 e 2

4 Rubare senza citare la fonte (anche per mettervi al riparo dai rischi di 1, 2 e 3). In ogni caso rubare senza citare la fonte -sempre e ovunque- vi regala due minuti di gloria e millemila di sputtanamento perché i vostri amici e seguaci sono meno cojoni di quanto immaginiate e prima o poi vi sgamano.

5 Postare inutili ammiccamenti allarmistici (ho saputo una cosa che mammamia. Tenetevela per voi)

Tanto per cominciare. E giusto perché siamo ormai legati gli uni agli altri e le cazzate di uno si propagano danneggiando chiunque. Che, ve lo ricordo, siamo noi. Sei tu.

Alarm

L’amore senza

mercoledì, marzo 16th, 2016

Per me è un po’ come l’11 settembre: non dimenticherò mai dov’ero quel giorno. Quello in cui lo rapirono e quello nel quale lo ritrovarono. Come mai dimenticherò le immagini di quel corpo rannicchiato in un portabagagli.
Ma se su un blog sentimentale oggi vi parlo di Aldo Moro non è per ricordare una morte: è per ricordare, e tenere sempre viva, una passione. La sua. Ma non quella per la politica che pure ci fu, lo travolse e lo uccise. Ce n’era un’altra, di sua passione, che non avevo mai incontrato finché è stato vivo. Perché tutto avrei immaginato tranne che l’uomo austero e compassato con quella frezza bianca in testa potesse scrivere, dopo tante pagine di storia, anche e soprattutto pagine d’amore. Di un amore mai morto, neanche quando se ne è andato lui e neanche quando se ne è andata pure lei.
L’amore senza trucco, senza parrucchiere, senza foto, senza articoli, senza gossip, senza un filo di rossetto, senza un bel vestito, senza clamore, senza fulmini, senza tuoni, senza farfalle.
L’amore senza. Che io ho faticato tanto a capirlo. E ancora oggi mi sorprende. E vorrei entrarci sempre in punta di piedi, dentro quell’amore strano. Dentro quell’amore senza. E ci penso sempre. Penso che, davvero, “se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. Anche per noi.

Cara Norina,
mi hanno detto che tra poco mi uccideranno.
Ti bacio per l’ultima volta (…)
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi.  Uniti nel mio ricordo vivete insieme.  Mi parrà di essere tra voi.  (…)
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli.
A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.  Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.  Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno.
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.
Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto”.
Aldo Moro

Aldo Moro sorriso

La generazione-Sabrina: come Parigi ci ha insegnato a vivere

mercoledì, novembre 18th, 2015

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita.

La generazione-Sabrina se la gode anche col maltempo. Perché “Sapete che cosa si fa il primo giorno che si è a Parigi? Ci si procura un po’ di pioggia: una pioggia che non sia troppo forte però, e una persona veramente carina con la quale girare in taxi per Bois de Boulogne. La pioggia è importante perché essa dà a Parigi un profumo speciale, sono i castagni bagnati dicono”.

La generazione-Sabrina l’ha amata in bianco e nero, soprattutto, Parigi.

Sabrina Parigi

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova

Sabrina, uova

Ma la generazione-Sabrina ha imparato dal babbo Thomas anche che “La democrazia può essere molto ingiusta alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco”.

E infine la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere. E intende continuare a farlo.

Anche la storia bussa sempre due volte

giovedì, febbraio 26th, 2015

Dura cinque minuti e mostra la distruzione, in sostanza, della nostra infanzia passata sul sussidiario. E’ un video. Un video diffuso dall’Is nel quale per cinque interminabili minuti i miliziani si accaniscono con picconi, mazze e trapani sui reperti archeologici di Mosul, città irachena considerata l’antica Ninive.

E Ninive nella mia testolina di ottenne e novenne era abbinato a Mesopotamia e Assurbanipal, il re degli Assiri. Nomi che ci misi mesi a imparare e ricordare ma che ancora oggi son lì fermi e granitici, senza per altro aver mai capito chi caspita fossero e dove si trovassero né Assurbanipal e né gli Assiri, possedendo all’epoca un’autonomia geografica compresa fra casa mia, il Grande Raccordo Anulare e al massimo l’A24 per andare dai nonni.

Cinque minuti di mazzate contro migliaia di anni di cultura. Non avevo mai visto la storia presa a martellate così bene e così in diretta. Ma il momento surreale, in cui il dramma è sfociato nel grottesco, è stato quello in cui uno di questi figuri acchiappa un trapano elettrico e inizia ad accanirsi sul fianco di una millenaria statua come fosse stato il ripiano della libreria Billy da imbullonare. Lì il cuore squaccherato ha dovuto cedere il posto per un attimo allo strabuzzo d’occhi e all’incredulo sorriso amaro del “ma che davero?”.

Sì purtroppo, davvero. Davvero “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. (Karl Marx). E qui siamo anche oltre la farsa. Senza sapere quale baratro ci attende subito dopo.

Perché piangevo e mi tremavano le mani

venerdì, maggio 9th, 2014

Se la storia potesse essere racchiusa in un poker di foto quella sarebbe una delle quattro.

Molti anni dopo quel 9 maggio 1978 ho conosciuto il fotografo che tra i primi arrivò davanti alla Renault rossa di via Caetani.

Non il primo a scattare, il primo – o fra i primissimi- ad arrivare. Lavoravamo nello stesso giornale. E quando gli chiesi perché la prima foto non fosse stata la sua lui rispose

-Perché piangevo. E mi tremavano le mani

Asta la svista

martedì, marzo 27th, 2012

Se vanno all’asta anche i volantini delle BR vuol dire che sono proprio vintage pure io:  lotto 243, diciassette volantini, scritti e distribuiti fra il 27 marzo 1974 e il 1978. Asta oggi a Milano, sede della Bolaffi: se siete interessati all’articolo, prego.

Quando rapirono e uccisero Moro e gli uomini della sua scorta, io ero al liceo. Ma alcuni anni dopo, parecchi, andai a lavorare al Popolo. Quotidiano della Democrazia Cristiana (che quando ho iniziato a lavorare io c’era ancora. La Dc. E pure le macchine da scrivere. Si erano comunque già estinti i dinosauri).

E dunque, anni di piombo nel senso terroristico, ormai alle spalle ma anche di piombo in tipografia ancora in uso, iniziai una discreta gavetta e una grande scuola: roba che ormai sta sui libri di storia sotto la voce “Prima Repubblica”.

Di fronte all’ultima arrivata, bonsai e pure donna i colleghi anziani si impietosirono e, dopo un rodaggio di mesi, una sera mi misero a parte dei terribili giorni del terrorismo. Ma iniziarono da un episodio che sfido chiunque a rintracciare sui libri di storia. Certamente starà in qualche intercettazione, vintage pure quella.

Dunque in funzione usciere e risponditore di centralino del giornale, anni di piombo regnanti, al giornale c’era un certo Peppe Coccia: veniva da un paesello del reatino, ogni giorno avanti e indietro. Sostanzialmente l’anello di congiunzione tra Alberto Sordi e un Thomas Millian della Sabina.

Una notte squilla il telefono. Peppe Coccia, istruito a dovere, pronto anzi prontissimo risponde
-Pronto Popolo, dicaaaaaaa
-Qui Brigate Rosse

Peppe Coccia sviene. Lì al telefono. Secco. Segue trafila di ambulanza, ricovero, accertamento, dimissioni. Non so cosa accadde dall’altra parte del filo. Rivendicarono a qualcun altro, presumo.

Passano quindici giorni, più o meno. Peppe Coccia perfettamente ristabilito si ritrova di notte al centralino del Popolo. Che una notte risquilla. Ed è lì che Peppe Coccia sigilla la storia così:

-Lui: Pronto Popolo, dicaaaaa
-Loro: Qui Brigate Rosse
Lui in silenzio. Poi:
ECCHECCAZZO MA SEMPRE QUANDO SO’ DE TURNO IO DOVETE CHIAMAA’??
 

L’ultimo bacio

lunedì, maggio 9th, 2011

Per me è un po’ come l’11 settembre: non dimenticherò mai dov’ero quel giorno. Quello in cui lo rapirono e quello nel quale lo ritrovarono. Come mai dimenticherò le immagini di quel corpo rannicchiato in un portabagagli.
Ma se su un blog sentimentale oggi vi parlo di Aldo Moro non è per ricordare una morte: è per ricordare, e tenere sempre viva, una passione. La sua. Ma non quella per la politica che pure ci fu, lo travolse e lo uccise. Ce n’era un’altra, di sua passione, che non avevo mai incontrato finché è stato vivo. Perché tutto avrei immaginato tranne che l’uomo austero e compassato con quella frezza bianca in testa potesse scrivere, dopo tante pagine di storia, anche e soprattutto pagine d’amore. Di un amore mai morto, neanche quando se ne è andato lui e neanche quando se ne è andata pure lei.
L’amore senza trucco, senza parrucchiere, senza foto, senza articoli, senza gossip, senza un filo di rossetto, senza un bel vestito, senza clamore, senza fulmini, senza tuoni, senza farfalle.
L’amore senza. Che io ho faticato tanto a capirlo. E ancora oggi mi sorprende. E vorrei entrarci sempre in punta di piedi, dentro quell’amore strano. Dentro quell’amore senza. E ci penso sempre. Penso che, davvero, “se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. Anche per noi.

Cara Norina,
mi hanno detto che tra poco mi uccideranno.
Ti bacio per l’ultima volta (…)
Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi.  Uniti nel mio ricordo vivete insieme.  Mi parrà di essere tra voi.  (…)
Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. 
A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani.  Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile.  Sono le vie del Signore.
Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. 
Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. 
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. 
Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto”.
Aldo Moro