Posts Tagged ‘Teatro Eliseo’

L’ufficiale, la spia e il prezzo del coraggio

martedì, novembre 19th, 2019

E’ alla fine della proiezione, mentre ci alziamo per andarcene, che in fondo alla sala dell’Eliseo Luca Barbareschi la prende sotto braccio e dice: “Emmanuelle ici”. Lei è Emmanuelle Seigner, sempre splendida anche se “segnata”. Segnata soprattutto dal fatto di essere attrice-moglie del regista, Roman Polanski, accusato di violenza sessuale, in Francia (che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975.

“L’ufficiale e la spia”, la ricostruzione di una delle più drammatiche fakenews della storia, quella del “caso Dreyfus”, duole dirlo ma è un bel film. Duole perché è impossibile non tener conto dell’impatto emotivo che le vicende del suo regista hanno su chi guarda, dunque anche sulla sottoscritta.

E ancora di più, quindi, colpiscono le parole della dolente Seigner: “Il film di Roman è importante e cerca di dimostrare che chi è accusato non è automaticamente colpevole”. E ancora “Affronta temi attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio per l’altro, il rapporto con la verità. Si parla di fatti attuali perché malgrado il progresso scientifico e tecnico gli uomini continuano a essere stupidi e cattivi”.

Il caso Dreyfus, dunque, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Il film si apre nel cortile dell’École Militaire di Parigi, dove Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia all’umiliante degradazione di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Disonore, esilio, condanna e confino nella Guyana francese. La vita si accanisce contro Dreyfus. Ma. Ma sarà proprio Picquart, che per sua ammissione gli ebrei non li ama, una volta nominato responsabile della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus, a vendicarlo e a restituirgli l’onore.

E siccome nella vita niente è gratis anche Picquart verrà perseguitato, arrestato, vessato. Lui non si ferma davanti a niente. La legge morale dentro di me, il cielo antisemita sopra. Non si ferma “perché tu hai ragione”. Già, eccola l’incarnazione di quel “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per consentirti di dirlo” che no, non scrisse Voltaire ma Evelyn Beatrice Hall (già che ci siamo diamo anche a lei il giusto riscatto). Voltaire no, quindi, ma Wittgenstein mi è tornato in mente:

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio”.

Il coraggio di Picquart, di Dreyfus, di Emile Zola che alla fine pubblica quel J’accuse che farà nascere, oltre alla riscossa, anche la figura dell’intellettuale.

Il film è una minuziosa, in tutti i sensi, ricostruzione di bigliettini e carteggi. Il detective della minuzia. La storia universale che prende un verso o un altro a seconda dei piccoli frammenti di carta falsificati messi o espunti da una cartellina. Perché la vita, la storia e l’amore, alla fine si misurano -e si salvano- non con gli epici gesti una tantum ma con la quotidiana cura messa nei dettagli.

Sei anni di lavorazione, 132 minuti di durata, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Cinema, esce giovedì prossimo nelle sale. Io non so se Polanski sia colpevole di ciò di cui è accusato. So che questo film colpisce al cuore. E a un film non chiedo altro.

Rosalind Franklin, la “dark” lady del Dna

mercoledì, marzo 29th, 2017

Storie calme di donne inquiete/13

Geni, genoma, ereditarietà. Sulle tre parole che hanno rivoluzionato la conoscenza -e svelato il segreto- della vita ci sono le impronte, un Nobel e la gloria eterna di tre uomini, Maurice Wilkins, James Watson e Francis Crick. Ma è stato anche grazie al lavoro, e alla foto fatta ai raggi X, di una donna che quegli uomini hanno tagliato il traguardo: Rosalind Franklin. Dunque anche dietro la doppia elica più famosa della storia c’è uno scippo a una donna.

Rosalind Franklin, donna, ebrea, ricca, scontrosa, biofisica, cristallografa. Nata nel 1920 nell’Inghilterra edoardiana da una famiglia di banchieri, a 12 anni aveva già deciso di “fare scienza”. Si laurea in chimica fisica a Cambridge. Si specializza negli studi del carbone e nel 1951 ha già prodotto ricerche di alto livello anche nella cristallografia. referenze che le aprono le porte del dipartimento di biofisica del King’s college di Londra, diretto da Maurice Wilkins. Il quale molto si lamenta di lei con Watson e Crick tanto da definirla, tutti e tre, sprezzantemente la “dark lady”. Che proprio in una camera oscura, very dark, riesce a ottenere una serie di strabilianti foto del DNA, tra cui la famosa Photograph 51, quella che porterà ad andare a dama i tre moschettieri sulla struttura del DNA. Ma non intende ancora mostrarla e non riesce ancora a trarne delle conseguenze scientifiche.

E’ a quel punto che il giovin assistente di Rosalind, una sera le sottrae la caspita di foto e la porta a Wilkins. Lui, lo racconterà nella sua autobiografia, (La doppia elica, 1968), rimane folgorato: «Nell’esatto momento in cui ho visto la foto la bocca mi si spalancò e il polso cominciò ad accelerare». Scacco matto: la prova che mancava a lui e al socio, la forma B del Dna. La Foto 51, come un’intuizione di Miss Marple per risolvere il caso. Senonché la nostra dark lady a quel punto è fatta fuori da tutto.

Watson e Crick si precipitano a pubblicare gli studi e la rivelazione della struttura del Dna su Nature.

Il resto è una storia ancora più amara. Rosalind Franklin muore nel 1958 a 37 anni per un tumore all’ovaio, forse dovuto all’eccessiva esposizione ai raggi X. Quattro anni dopo Watson, Crick e Wilkins salgono su un palco a ritirare il Nobel per la Medicina, Nobel conquistato grazie agli articoli pubblicati nel 1953. Lei è morta e nessuno al posto suo si batterà per farle riconoscere ciò che era in parte anche suo. Lo stesso Watson nel libro parla di lei sprezzantemente anche sul piano personale: «a trentun anni vestiva con la fantasia di un’occhialuta liceale». Nessuno dei tre farà mai ammenda. Tantomeno Watson, elementare.

Nobel Dna

Una foto, quella del Nobel, che farà il giro del mondo. Una foto nella quale manca una persona. La persona che con un’altra foto aveva reso possibile quel traguardo: Rosalind Franklin.

Rosalind Franklin (1920-1958), British chemist. Pioneer molecular biologist.

Lei non è mai potuta salire sul palco del Nobel ma la storia di Rosalind rivive in questi giorni su un altro palco, quello del Teatro Eliseo di Roma, dove la Franklin è interpretata da un’altra dark Lady, Asia Argento, alla quale ieri sera ho perdonato tutto, financo la conduzione di “Amore criminale”. Perché stavolta le sue spigolosità racchiudono magistralmente quelle di Rosalind. Andate, se potete. Andate a rendere omaggio a questa scienziata, morta un attimo prima di mettere le mani sul segreto della vita.

(Rosalind Franklin, il segreto della vita
di Anna Ziegler
regia di Filippo Dini
Teatro Eliseo, fino al 16 aprile)

Amare alla follia

mercoledì, novembre 23rd, 2016

C’è che ieri sera ce la siamo goduta finché non ci siamo sedute, Grace ed io. Memori del suo imperituro motto “La patata deve girare” (che gli assidui del blogghe ricorderanno), facevamo una sosta obbligata dal contiguo Queen’s chips, mentre, in entrata al contiguo, ci sfilavano i SimonaIzzo’s, gli Edoardo Leo
(-Grace, io questo l’ho già visto da qualche parte
-Dint’a un film, Meripo’, din’t a parecchi film)
le Simone Marchini
(-Grace, la Marchesini -Marchini, Meripo’, Marchini
-Grace, Rocco Schiavone -Giallini, Meripo’, Giallini)
e molto cinema e teatro che è e che fu.

Ma una volta entrate la pacchia è finita.

E alla fine, quando dal palco si alza il velo in ogni senso, ti senti sollevata pure tu come quel palloncino in aria, dopo un’ora e mezza in apnea inchiodata alla poltrona.  Una cosa che a raccontarla è quasi impossibile. Una cosa da pazzi. Bravi da matti. Tutti. Perché “La pazza della porta accanto” forse è proprio questo: un viaggio su quel confine labilissimo che tutti ci attraversa, tra normalità e pazzia. Le parole sono quelle di Alda Merini, l’adattamento teatrale è di Claudio Fava e la regia è quella di Alessandro Gassman. Ma le paure sono le nostre. Basta poco per ritrovarsi oltre quel confine. Oltre quel velo. Fra i “normali” e i “dannati”. Quelli prima della legge Basaglia e quelli dopo. Alda Merini. Che infesta di frasi le bacheche di Facebook ma che nessuno, alla fine, conosce davvero. Una che il manicomio l’ha avuto fuori e dentro.

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All’Eliseo la Merini sta nel fragile e bellissimo corpo di Anna Foglietta.

Alda Merini, voce del verbo amare. E dare parole all’amore. Le parole che, insieme alla legge Basaglia, la salveranno dal manicomio ma non dall’inferno che si porta dentro. E che in fondo ognuno di noi si trascina appresso.

Perché, alla fine, è del suo stesso male che tutti noi abbiamo voglia e paura. Di amare. Di amare da impazzire.

alda-merini-vita

Cercarsi ovunque

mercoledì, marzo 30th, 2016

Una regina di un tempo e uno spazio chenonsisa, che voleva fare la pianista, scappa di notte e si rifugiata dal suo maestro di musica. Un’ora e mezzo dopo si sta tutti divertiti, pensanti, affascinati e ieri sera anche un po’ commossi (perché la serata era dedicata a Paolo Poli) a battere le mani. Un’ora e mezza di magia. Per riaffermare che il linguaggio universale con il quale tutti possono capirsi e comunicare è uno solo: la musica. Sulla scena sono solo in due, Stefano Bollani e Valentina Cenni, che è anche la sua compagna nella vita (“ci siamo conosciuti in aeroporto. Ma prima ci siamo messi insieme poi abbiamo deciso di lavorare anche, insieme”). E per un’ora e mezza, dal Rossini del Barbiere di Siviglia (“Se il mio nome saper voi bramate”) a Fra’ Martino campanaro, ieri sera all’Eliseo, questo personaggio “un misto fra Linus e Schroeder” (come Bollani lo ha autodefinito in questa intervista a Rep) incanta e ci dimostra che molte cose senza senso dimostrano di averne più di quelle che il senso dovrebbero averlo.

La trama non ve la dico e forse manco c’è. Ma sono due le frasi di questa fiaba che vi consegno e sulle quali, anche stamattina, mi viene da ripensare. La prima è che “la nostra vita è fatta dai nostri pensieri”. Sono loro che ci tengono compagnia tutto il giorno. E da loro dipende la qualità della nostra vita. Non dagli altri o dai pensieri degli altri. Dai nostri. Che sono sempre lì, a portata di mano per essere cambiati. E indirizzarci da una parte o dall’altra.

E poi c’è il “cercarsi ovunque”: che se ci pensate è proprio una bella definizione dell’amore. Cercarsi nelle cose che si leggono, che si vedono, in quella battuta, in quella frase che è capace di parlare così forte e chiaro solo a quei due. E forse è questa la cosa che più ci manca quando l’amore non c’è: cercarci. Per ritrovarci.

 

La regina Dada

Stefano Bollani e Valentina Cenni

La regina Dada
scritto e interpretato da Valentina Cenni e Stefano Bollani
Teatro Eliseo, Roma
dal 29 marzo al 3 aprile
Musiche di Ennio Morricone che però non poteva e dunque di Stefano Bollani
che si conferma il genio che è