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Lasciatemi contare

giovedì, marzo 10th, 2016

Si chiamava Giovannina ma la stazza da matrona romana avrebbe giustificato un più appropriato Giovannona. La nonna di mia madre. La mia bisnonna. Abitava in un paesino del Molise (che sì, esiste) che si chiama San Pietro Avellana e vanta, oltre a dei tartufi strepitosi, anche -da sempre uno- dei più alti tassi di alfabetizzazione nonostante le avverse condizioni geografiche, migratorie e nonostante le scorrerie di guerra che ne lasciarono solo poche macerie fumanti.

Nonostante questo curriculum disperante per chiunque i sampietresi, e le donne sampietresi, non si sono mai arrese.

Nonna e bisnonna avevano un negozio. Un di tutto un po’. E quando arrivò la notizia che anche le donne avrebbero potuto votare per la prima volta, il negozio diventò anche una sorta di sportello motivazionale.

E fu così che quando una delle clienti chiese alla bisnonna (mi perdonino i sampietresi, vado a orecchio col racconto di mia madre e la memoria è quella che è)

-Uà, cummar Giovannì, ma ciama ì a votà? (Commare, ma ci dobbiamo andare a votare?)

Lei senza scomporsi rispose

-Uà, cummà, n’avimm mai cuntat nient e mo’ che può cuntà quaccosa nci vuò ì? (Commare, non abbiamo mai contato nulla e ora che possiamo contare qualcosa non ci vuoi manco andare?)

La chiosa però la diede sua figlia, mia nonna, che nonostante fosse conscia del momento epocale applicò anche al voto la sua filosofia di vita del non accontentarsi mai, manco dell’evento straordinario e così rilanciò

-Sì è una cosa importantissima, arrivare alla cabina elettorale. Ma conteremo davvero quando potremo arrivare anche al governo

E dunque credo che, se fosse ancora qui, oggi si infastidirebbe assai per non esser ancora riuscite ad arrivare a Largo Chigi. Non da Zara, per un consiglio. Ma alla presidenza, del Consiglio.

Donne anni 40