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Pop don’t preach

domenica, giugno 17th, 2012

E dunque preso un FrecciaPop a Roma con temperatura Cartagine sbarcavo a Firenze con accanimento scipionico stanziale sui 35 gradi ove un imperturbabile Professor Pi mi recuperava giusto in tempo per la fase reidratazione forzata. Il lucido Pi mi invitava a fornire qualche dettaglio in più circa l ‘appuntamento fissato con le altre due sciamannate, “alle sei a Firenze”, essendo Firenze per quanto più piccola di Roma -mi spiegava- ugualmente composta da un certo qual numero di luoghi che sarebbe stato arduo percorrere tutti in cerca di due sciamannate accanto a una microcar entro le 21, ora presunta di inizio del concerto della Madonna.

Raggiunta telefonicamente Patù verso le 17,30 ella mi ululava nell’orecchio che
-Meri noi a Firenze ci siamo già da un’ora ma stiamo ancora vagando pe’ campi in cerca di questo (omissis) di agriturismo, (omissis)

Il Professor Pi riusciva comunque a strappare una sorta di appuntamento per le ore 18,30 in Piazzale Michelangelo dove, con Firenze mollemente adagiata ai nostri piedi, contestualmente individuavamo le due mollemente disagiate su una panchina, già preda del tipico rimorchio locale. Nella fattispecie era soprattutto la TartarugaMingia a essere sostanzialmente ostaggio di un grullo locale che la tampinava con promesse di accompagnarla o seguirla ovunque avesse desiderato e che non si scoraggiava neanche all’arrivo nostro, che la TartaMingia accoglieva come uno squadrone di Teste di cuoio giunte a liberarla. Il grullo a quel punto, vedendo sfumare il piano di rimorchiaggio serale, puntava le sue ultime carte su un incomprensibile:
-Ah senti scusa ti volevo chiedere, maaaaaa c’è qualche casa in vendita a Roma?

Ora a meno che non l’avesse effettivamente presa per una agente immobiliare in trasferta forzosa, mi vuoi spiegare tesoromio cosa caspita speri di ottenere con un acchiappo simile?
Nella fattispecie, infatti, la TartaMingia lo liquidava con un
-Beh si qualcuna c’è ma ti conviene cercare su Internet

Abbandonato il signor Tecnocasa al suo solitario destino, il Professor Pi ci traslava sull’affaccio mozzafiato e, piazzateci in posa, immortalava il momento Carramba dell’avvenuto incontro con una foto di ste tre strafighe che faceva impallidire persino la Cupola del Brunelleschi alle nostre spalle e della torre di Arnolfo pure. Il momento veniva ulteriormente suggellato con la consegna di una soppressata da parte di Patù al Profesor Pi, in segno di amicizia fra i popoli. E’ qui il caso di osservare che, da che conosco Patù e non è poco, avendo attraversato insieme marosi, bufere e tsunami di ogni genere, col tempo -e grazie alla generosità della sua mamma sempresialodata e del corriere Dhl- si è dimostrato che in linea di massima non c’è evento emotivamente catastrofico che non possa trovare soluzione davanti a una soppressata o una provola affumicata. Da qui l’istituzionalizzazione del soPOPpressata moment.

Esaurite le formalità colesterolemiche una staffetta composta da motorino bioccupato da Pi e Meri con al seguito microcar con le sciamannate, iniziava ad attraversare la città direzione stadio Artemio Franchi. Parcheggiata la microMingia con una botta di culo fortuna che non si sa, si perveniva in front of the chioschetto dei paninozzi ove il Professor Pi sdoganava una rosetta col lampredotto e noialtre tre hot dog grondanti salse “ma senza crauti”, il tutto battezzato da un barilotto di biretta. Solo a quel punto il Professor Pi riteneva di poterci lasciare al nostrpo chilometro di fila e controlli per finalmente avvicinarci all’entrata.

E chevvelodicoaffà di chi c’era in fila. Ho visto cose che voi umani. Da ventenni darklady a settantenni col seggiolino, da trentenni simil Lady Gaga a quarantenni vestite da sposa, fascette, tatuaggi, calze a rete, inguainamentidi pizzo  tipo soppressata e insomma avete capito. Per la cronaca la vostra si è presentata così:

D

I'm Pop

La fila sotto l’afa procedeva lentamente e dopo mezz’ora ci si rendeva conto di essere in quella sbagliata:
-E no, questa è la fila prato, voi siete Tribuna Maratona
Patù sconsolata avvertiva:
-Siamo nella fila sbagliata
E la qui presente chiosava:
-Come facciamo pure nella vita, per altro

La fila prato: io ve lo dico C’è gente che ha pagato 250 euro -ripeto 250- per stare cinque ore in piedi ma sotto al tacco della signora Ciccone. Altri 100 per stare in piedi e basta.

Pervenute in arrampicata alla conquista dei posti assistevamo al tramonto sul Franchi strapieno di matti che, vi dico anche questo, invece di inorridirmi mi ha financo un po’ emozionata. A quel punto un tal Martin Solveig il cui unico ricordo del nome, per quanto mi riguarda, aveva a che fare con la soda, Solvay. Le mie due badanti mi informano invece che è tipo il primo diggei al mondo. Una scalata che, vi è chiaro, è dunque avvenuta a mia completa insaputa. Solo dopo un’ora di bombardamento acustico di UNZ UNZ UNZ mi si svela nell’ultima canzone la sigla tipo della Tim. O comunque di una pubblicità di telefoni. E così si scopre che siamo in tempi nei quali, per entrare nell’Empireo dell’esaltazione mondiale, è sufficiente scrivere un testo tipo “Ciao, sono Meripo’ e ti dico ciao”. Il che spiega perché Meripo’, e non solo, sia rimasta al palo, peraltro manco quello della lap dance.

Ciò detto alle 21 pure l’uomo soda se ne va e mentre sul Franchi inizia a calare la sera, non c’è aria che cali anche la Madonna. Occorrerà attendere un’altra ora -100 minuti dalla convocazione- per ritrovarsi improvvisamente prima avvolti dal buio poi da un vortice di decibel e colori, nella più grande ed emozionante discoteca a cielo aperto mai vista. E all’improvviso anche la discoteca muta in un crepuscolo alla Dan Brown fatto di un mega incensiere, monaci rossi, rintocchi di campana, canti a cappella finché un immenso vetro di schermo si frantuma (virtualmente ma già pensavo si dovesse chiamà l’ospedale di Careggi là sotto) ed esce, confesso anche questo, uno dei più grandi spettacoli magnetici racchiusi in corpo di donna mai visti. Persino un clamoroso errore che manda in tilt l’impianto acustico e ci abbatte i timpani a schioppettate viene accolto nel dubbio di un effetto speciale. Arriva pure il bacio lesbo mentre i videowall accompagnano quello tra Batman e Robin. Apoteosi.

Il resto è racchiuso nella perla di saggezza che Patù -citando non ricordo più chi- ci consegna all’uscita, dopo due ore scarse di tutto di più e considerando che -comunque- dopo la terza canzone la Madonna di voce già non ne aveva più, e insomma Patù scendendo le scale del Franchi e incredula come tutti si gira e fa
-Meripo’, ma tu guarda che può fare una goccia di talento in un mare di personalità.

Che tra i dieci motivi per i quali vale la pena non dico vivere ma almeno prendere un treno e andare… questa serata ci entra di diritto.
Gli altri nove essendo
UNO – Vedere un concerto con TartaMingia e Patù

DUE (Corollario di UNO) – Non riuscire a star ferma e seduta più di un minuto consecutivo per due ore di seguito

TRE – Cantare a squarciagola uno dei più grandi e trascinanti successi della Madonna ma nella versione riveduta e corretta di Andrea (che qui ringrazio anche per aver ispirato il titolo del presente post) “Pop don’t preach

QUATTRO – Trovare il Professor Pi a mezzanottemmezza cascomunito a far la guardia alla TartaMingiacar

CINQUE – Scortare la TartaMingiacar alla fine del concerto per ore imbottigliati nel traffico da esodo madonnesco e, di tanto in tanto affiancandola, sentire le sciamannate -sprovviste di autoradio- squarciagolare “Se-le-breeee-scioooonnnnn” contestualmente dimenandosi nell’abitacolo.

SEI – Assistere alla consegna del salame soppressato, su Piazzale Michelangelo, proprio sotto alla copia di bronzo del verde David. Gnudo.

SETTE – Aspettare. Aspettare a volte è la parte più interessante di un concerto del genere i cui risvolti di studio sulla fauna umana daranno spunbto all’antropologia mondiale per i prossimi duemila anni. Presentarsi puntuale sarebbe stata una crudeltà, accidentattè.

OTTO – Like a prayer. Versione gospel-techno. Dieci anni di Conservatorio quasi svaniti di fronte a quei 5 minuti di emozione assoluta. Dal che ricordarsi che: mai andare per sottrazione, sempre per addizione. Pure nella vita. Più o meno. Più

NOVE – Scrivervi queste righe oggi, usufruendo della tecnologia del Profressor Pi nella sua magione, dimenandosi sulla sediola mentre per casa risuona a palla “Papa don’preach”. E veder comparire e scomparire di passaggio, davanti alla porta, un illuminato luminar scienziato che incede a passo di Pop con un Ipad in mano sul quale sta presumibilmente compulsando appunti per la comunità scientifica internazionale.

Like a Pop, Very Pop

venerdì, giugno 15th, 2012

Va detto che le altre due sciamannate io le ho conosciute due Repubbliche fa a Piazza del Gesù. Dunque che domani noi si vada da Madonna è il compimento di una parabola. In tutti i sensi. Ora sta parabola è iniziata tre mesi orsono quando la pischella Patù, che l’utenza forse ricorda, in azione sinergica con la Tartarugamingia -che è l’altra sciamannata, che come le colleghe Ninja ha nel tempo subito la mutazione genetica che la portò ad assumere caratteristiche vistosamente  de follia, in questo caso- stavo a dì dunque ste due tre mesi fa inviaronmi un cablogramma tipo come in alfabeto morse:
-Meripo’ presi biglietti per andare da Madonna
Io che ancora aspetto quelli per ottenere una risposta da Monsignor Fisichella ho esultato non poco, compiacendomi del gerarchico e mistico salto di qualità con le interessate.

Un successivo cablo esplicava le coordinate di latitudine e longitudine: 16 giugno ore 21 Firenze stadio Franchi. E dunque noi domani andiamo. Ora c’è da dire che loro due sono pischelle, percepite sia chiaro, io meno. Percepita. Ciò non mi sta affatto impedendo di prepararmi all’evento come neanche a 18 anni per Dalla De Gregori che fu il mio primo.

E dunque son qui a dirvi che mai, ripeto mai, nella mia placida e precedente coniugale vita, mi sarei aspettata poi un giorno che me sarei preparata na borsetta con la tiscerta Pop, la fascetta, il pantaningija e altri generi di prima necessità.

Insomma, dopo una vita di reverenziale ossequio, finalmente io da Madonna ci vado nè Like a virgin e nè Like a prayer: ce vado co ste due pischelle Like a Pop, Very Pop.

Grazie, pupe. E grazie pure a Zuckercoso, che io la Tartaruganinjia l’ho ritrovata là.