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Vape nsiero

lunedì, settembre 10th, 2012

Ancora dagli Iban

Dopo aver sperimentato la ristoratrice doccia Iban (un tubo attaccato a un rubinetto nella stanzetta di lamiera adibita a toilette) dopo la battuta di pesca Iban (guadi e guadi di fiume con piedi a mollo fino alla coscia – si lo so io la coscia a voi arrivava si e no al polpaccio) e l’aperitivo Iban (thè caldo e biscotti) traslochiamo dalle famiglie che ci ospiteranno per la seconda notte. Hanno allestito una cena di gala che si compone come la colazione e il pranzo: noodles, riso, cavolo, polletto, thè. Buoni, molto. Poi ci offrono dei bicchieri d’acqua che nessuno beve, facendo ammappazzare riso, pollo e noodles fin quasi allo strozzamento in gola finché Alberto – che si sta già scolando il secondo- ci guarda e comunica
-Proviene da bottiglie di acqua minerale, le ho viste mentre le aprivano e le versavano.

E vi dirò: io ho trovato che questa cosa di prendere per noi dell’acqua minerale fosse il più grande gesto di amicizia e ospitalità. E’ chiaro che a loro dell’acqua in bottiglia sfugge il senso ed è un costo altissimo ma ugualmente sanno che noi siamo un po’ bacati e con l’acqua loro ci viene il cagotto ci si irrita l’intestino. Eppure eccoli qua, con i teschi di nostri simili appesi sulle nostre teste ma la Borneo mineral water nei nostri bicchieri. E hanno fritto anche dei dolcini buonissimi. Tipo le ferratelle, o “cancelle”, molisane. Scusate ma io questi riferimenti geografici infantili ho.

Friggitoria di dolcini (Foto Professor Pi)

E’ al giretto finale della cena che calano il jolly: rise wine. Una delizia. Avete presente quando a fine cena zia Rosa tira fuori il limoncello e il nocino fatto in casa? Ecco.
Contestualmente arrivavano suonatori e un guerriero danzante che, giuro, è identico all’illustrazione che avevo su uno dei libri di Salgari, tipo “Ritorno a Mompracem”. Siamo alla madeleine del viaggio. Roba che Proust scànsati.

Guerriero Iban (Foto Professor Pi)

Dopo la danza inizia lo scambio di doni: l’ambasciatore Professor Pi regala loro due bottiglie di vodka e penne e caramelle ai bambini (che, ci avevano avvertito, sono rispettivamente molto graditi a entrambi), noi continuiamo ad attingere a sto rise wine da paura.

Finalmente, anche tramortiti dall’alcol, le signore Iban iniziano ad allestire le stanze per la notte: spunta fuori addirittura uno zampirone malese che ci accendono nella camera Meripoppica – in cui dormiamo in otto- dopodichè se ne vanno, sigillano la finestra e chiudono la porta. Mariaterè, la mia confinante a est di materassino, l’ovest essendo presidiato dal professor Pi, bisbiglia:
-Appena si allontanano vado a riaprire la porta
trascurando di considerare che, a bordo stanza, hanno lasciato una sediola con su assisa una vecchina Iban a sorvegliarci.

E’ chiaro che altro che pigs: qui giacciono le prossime otto teste per le fondamenta della Longhouse nuova. Perché deposti kriss, coltelli e scimitarre mo’ i bianchi li fanno fuori col Vape.  

18 agosto

Incredibilmente, invece, alle 6 della mattina dopo tutte le teste risultano ancora attaccate al monolite di partenza e, sotto una pioggia battente, i sedici eroi si rimettono in marcia con destinazione Sibu Harbour e proseguimento per il Similijan National Park.

Fallito anche lo sterminio col Vape ci riprovano con l’aria condizionata di st’altra barca, a farci fuori. In parte riuscendoci. Che, entrati sani, ne usciremo affetti da malattie da raffreddamento ciclopiche.

Giù la testa

domenica, settembre 9th, 2012

16 e 17 agosto – Dagli Iban

Fino a un mese fa per me trattavasi solo di illegibile sequenza di lettere numeri e di interminabili zero necessari per fare un bonifico. Gli Iban. Mai avrei sospettato che dietro sta sigla si nascondessero i temibili tagliatori di teste del Borneo. Che in inglese suona Headhunters. Dunque abituata a ritrovarmeli all’Unicredit sobbalzavo quando il pulmino boollywoodiano locale ci scaricava di fronte a una lunghissima palafitta in mezzo alla giungla. Una sorta di Corviale di legno ma funzionante, riuscito. Un esperimento sociale e abitativo che qui da noi è andato a finì a schifìo e tra i selvaggi è andato invece alla grandissima. Questo tanto per ripondere alla domanda su chi fossero i veri selvaggi.

Iban Longhouse (Foto Meri Pop)

Una serie di famiglie vive una appresso all’altra, ciascuna nella propria abitazione ma condividendo gli spazi comuni. Si chiamano Longhouse. Quella che ci ospiterà è di 40 anni fa e li dimostra tutti: assi cigolanti, tronchi mancanti, muschio rampicante sul marrone Far West, stile set in disuso in una Cinecittà in disuso. Inquietante. La sola idea di poterci salire o scendere con un trolley o un bagaglione improvvisamente riabilitava la performance Giochi senza Frontiere cui ci aveva sottoposti qualche ora fa il Professor Pi.

Entriamo in un lungo corridoio semibuio tappezzato di stuoie. Entriamo un tubo.
(-Meripo’, fin qui hai raccontato usando l’imperfetto mo’ siamo al presente storico? -Lo so ma i tagliatori di teste mi suggeriscono di contare solo sul presente, mo’ posso continuare o l’Accademia della Crusca che è in me oppone altre resistenze?).

Iban Longpatio nella Longhouse (Foto Professor Pi)

Un anziano incurvato dall’artrosi ci fa segno di toglierci le scarpe. Fuori, in bella mostra, c’è la sfilata delle loro infradito. Su una c’è stampato “Google”.

Pantofoline Iban (Foto Meri Pop)

Peraltro sul tetto c’è una sfilata di parabole.

Parabolic Iban (Foto Maria Teresa Menna)

Una volta dentro alzo gli occhi e dal soffitto cala una rete appesa contenente tipo gusci di noci di cocco bucate strane.
-Teschi, Meripo’, sono teschi
sussurra il professor Pi infrangendo l’illusione della noce di cocco dopo 15 secondi.
Il ricordo dei bei tempi andati, piazzato all’ingresso, sta lì tipo lo zerbino nostro con su scritto “Welcome”, immagino.

Teschi "Welcome" (Foto Maria Teresa Menna)

Insomma ci piazziamo fermi sotto a sto welcome mentre loro, piano piano, iniziano ad affacciarsi dai singoli usci: tratti asiatici, piccolini, tatuati, quasi tutte donne avvolte nei Sarong. Sulle stuoie, sulle quali tutti camminiamo scalzi, scorazzano cani e gatti che si spulciano con vigore.

Assolte le presentazioni di rito con l’assegnazione dei vari alloggi per i sedici italici mi risuona il “portatevi il sacco lenzuolo che i materassini ce li offrono loro”. Ma mi risuona, alla vista dei materassini in oggetto, anche la vocetta di Mariaterè che chiosa:
-Chissà che c’è dentro a sti materassini
Nelle camere semibuie vagano dunque cani, gatti, bambini, guerrieri Iban, volatili, insetti e non voglio sapere cosa altro.
-Ma non si potrebbe dormire qui nel patio, sulle stuoie?
Si ipotizza da più parti, dilaniati dalla scelta ipotetiche pulci su stuoia o ipotetiche zecche da materassino.

Alle 20, intanto, scatta l’happy hour: thè caldo e biscotti. Che il loro Spritz funziona così. E funzionerà così non solo dagli Iban ma fino a Kuala Lumpur. Segue cena che ci preparano e ci apparecchiano tipo buffet su un tavolone: riso lesso, pollo a spezzatino, verdure verdi e bianche semindecifrabili. Loro ci servono ma mangeranno i nostri avanzi solo quando avremo finito noi. Si mangia seduti su panchette raso terra, gambe incrociate e col piatto in mano.

Loro ci osservano, ridacchiano, parlottano fra loro. E beh, curiosa la pretesa di andare in giro per il mondo pensando di esserne ovunque i padroni e i giudici: e no, a volte i soggettoni dei quali ridere diventiamo noi, coi nostri pantaloni, il nostro taglio di capelli, il colore della nostra pelle.

Fattasi una certa inizio a guardarmi intorno con inquietudine in cerca di qualcosa che possa vagamente somigliare a una toilette. Non dico una parola. Soffro in silenzio. Sbircio, spio, scannerizzo ma niente. Senonché a un certo punto il vecchietto dell’artrosi avvoltolato su se stesso alza un dito e indica un punto fuori, sul ballatoio. Lo indica a me. Evidentemente devo avere una segnaletica che a mia insaputa comunica che devo far pipì, una specie di Shazam della vescica. Evvabbè. Dunque una baracchina di lamiera illuminata da un neon (che su tutto si eleva il suono del generatore di corrente che avremo a disposizione dalle 18 alle 22) ospiterà la prima pipì tribale.

Iban toilette (Foto Meri Pop)

Alle 21,45 le signore Iban iniziano ad allestire i nostri giacigli zanzarieremuniti. Indecise tra l’opzione stuoia a terra-materassino, in nessun caso con garanzia alcuna di canoni occidentali di disabitazione da parassti, alla fine MariaTeresa ed io optiamo per materassino, da chiunque sia abitato oltre noi. I neon festeggiano con un’ora e mezza di straordinario e finalmente alle 23,30 poggiamo per la prima volta la nostra riverita testa su un cuscino Iban ove speriamo di ritrovarla ancora attaccata al resto del corpo la mattina dopo.

Alle 23,31 inizia un pic pic sulla lamiera del tetto. Pioggia. Che incessante e sub specie monsonica durerà fino alla mattina dopo dove teoricamente alle ore 8 è prevista la colazione e alle ore 9 partenza per un non meglio identificato trekking nei dintorni. Alle 9,15 ancora tutto tace tranne la pioggia. Stancamente le truppe si affacciano assonnate dalle zanzariere e la mia dividente tendina chiosa:
-Ma dove cazzo caspita andiamo co sta pioggia?

Ovunque pensino di andare è chiaro che lo faranno senza di me.  Immagino però che non si andrà da nessuna parte. Immagino male. Malissimo. Perché un gruppo di valorosi si sta armando per affrontare gli elementi ostili all’esterno. I nostri due tecnici Chiara e Patrizio sfoderano tipo due piedi palmati di plastica: scarpe. E in sette si avviano. Verso dove caspita non lo so e non l’ho ancora saputo a tuttoggi. Si consideri che della spedizione fa parte Sven che, quando abitava a Berlino, una mattina come sempre ha preso il motorino e la madre gli ha detto
-Sven, dove vai?
-Esco, vado a Parigi
Cioè questo si è fatto Berlino-Parigi in motorino come io facessi Piazza Venezia-Largo Argentina. Se solo avessi o avessi mai avuto un motorino.

Iban trekking (Foto Professor Pi)

Vabbè dicevo: dei partenti fa parte Sven ma dei restanti fanno parte le tre figliole. Laura, 11 anni, rispetto al viaggio nell’Omo river (Natale scorso) è come fosse cresciuta una decina d’anni in otto mesi. Pure di altezza. Lo dico perché non si faccia dell’inutile ironia eventualmente vedendoci in foto insieme. Comunque sempre pizzangrilla è rimasta, Bambi secondo la classificazione Albertica cioè data da Alberto.

Piano piano altri bambini si affacciano dalle porticine della Longhouse e, tempo un quarto d’ora, sono lì che giocano e confabulano con scambio di doni e condivisione di intenti e Nintendi.

Ho sempre sostenuto, e lo confermo, che la diplomazia internazionale andrebbe interamente appaltata ai bambini.

Onu under 12 in sessione plenaria Iban (Foto Meri Pop)

Mentre l’Onu under 12 è riunito in sessione plenaria noi adulti bighelloniamo spiando le attività degli Iban: intrecciano cesti, riparano stuoie, sfamano cani e galline.
Filippo, schiena dritta, ma a terra sulla stuoia con zampe all’aria sulla parete della Longhouse, scivola lentamente nel letargo del giusto finché alle 12,30, rientrati i valorosi eroi ci si prepara per il pranzo che è identico alla colazione: noodles, riso, cavolo, thè caldo. E desidero qui aprire una parentesi sulla segnalazione che intendo fare alla TBR, The Breakfast Review: i noodles malesi alla cipolla a colazione mi sono sembrati a volte più appetibili di certi cornetti romani.

Alle 14,30 finita la pioggia, che stiamo già rimpiangendo in quanto ha lasciato posto a un sole da forno a microonde, Lì annuncia che siamo
-Plonti pel andale
-Ma andale dove?
-Ad accompagnare gli Iban a pesca, Meri
fa da sottotitolazione pagina 777 di televideo il professor Pi
-Ci sarà da attraversare e guadare fiumi, quindi sandali aperti e poco peso addosso

Che questi sono millenni che pescano per i cavoli loro ma dico io, giusto mo’ che ci siamo noi gli ci vuole l’accompagno?
Vabbè, dunque fanno così: si tuffano nel fiume, lanciano una rete a pelo d’acqua, la fanno depositare e poi tirano su cinque sei pescetti per volta. Qua, ve lo dico, se dobbiamo pescare la cena ce famo notte.

Ciafffff (Foto Maria Teresa Menna)

E’ però nel pieno attraversamento da una riva all’altra che Silvia B con nonchalance chiede
-Scusa, Lì, qui ci sono anaconde?
Ed è in quel preciso momento che io mi sento avviluppare entrambi i polpacci a mollo nell’acqua.
E’ un attimo: sto per dare fiato all’urlo del secolo che in confronto Munch fa ridere ma tale è la paura che manco riesco a parlare mentre l’avviluppo sale.

Vedi la vita che ti passa davanti in un attimo ma soprattutto vedi il titolo che stai finalmente per offrire ad annoiate schiere di giornalisti italiani di turno a Ferragosto alle prese coi bollini rossi dell’esodo:

Giovane donna romana stritolata da un’anaconda malese”

E niente. Era una foglia. Una fogliona gigante malese.

Iban Meri Indianagions (Foto Professor Pi)

Non vi so dire quante reti hanno buttato questi e con quanti tuffi, io alla terza ero già esausta e ne avevo abbastanza di tutto il Borneo fino all’Indonesia, al Kalimantan e a tutto il cucuzzaro quando Lì ci raduna e dice:
-Ora vi porto a vedere dove costruiremo la nuova Longhouse
E dove la rifaranno? Sul cucuzzolo di una collina, nella giungla, senza strade di accesso ma vista fiume. C’è già lo scheletro dell’impalcatura. Lì punta poi il dito verso un recinto e seriosissimo annuncia:
-The pigs
I maiali. Si, un allevamento di maiali. Ce l’ha indicato con la stessa fierezza con la quale di norma io vi porto a Fori Imperiali e a un tratto dico:
-Il Colosseo
Poi Lì imposta la voce come Gassman e precisa:
-Our pigs. For the Longhouse (I nostri maiali. Per la Longhouse, eh che robetta st’inglese mio??)

E qui finalmente arriva una buona notizia: nelle fondamenta della casa nella quale dormiamo riposano le teste dei nemici ma nella nuova ci hanno sepolto quelle dei maiali. Ora, considerando che sui loro giacigli e cuscini noi ci dobbiamo trascorrere un’altra notte, io mi auguro vivamente che questa scelta di sostituire teste di nemici con teste di maiali sia definitiva e irreversibile.

Sa’ ndo van

giovedì, luglio 5th, 2012

DRIIIIIIIINNNNNN

-Ciao Meri
-Professor Piii che piacere, come va?
-Intendi dire “dove” va?
-Ho paura di sapere la risposta
-Meri, vuoi fare la perla di Labuan?
-Ceeeerrrrtoooo.Eeeeee, mi scusimaaa che se deve fa’ per fare sta perla?
-Borneo. Borneo malese. Sandakan, Janez, Salgari, l’isola di Sipadan, le isole delle Tartarughe, Meri…
-Ohhhsssiiii professor Pi, stavolta proprio si
-Bene, allora ti mando il programma
-Grazie grazie, finalmente. Intanto prenoto
-Brava, ciao CLIC

Eh si stavolta proprio non gli si può dire nulla, eh. Io, Meri, la perla di Labuan.

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIN
-Pronto?
-Ciao cara, sono Meri senti ma lo sai che quest’estate farò la perla di Labuan? Io, Sandokan, il paradiso di Sipadan, le acque cristalline… hai presente “nasce il seme dalla pianta il grande albero adesso canta, sale e scende la marea che tutto copre e tutto crea, forte e tenero è l’amore e l’uomo sa cos’è l’amore?” ecco quello. Ohhhffinalmente
-Meriii??? Meri?
-Eh?
-No, bene eh, bene. Solo che guarda che il Borneo malese sarà pure questo maaaaa… hai cliccato su Google?
-No, io ho solo cliccato prenota
-Ah
-Perchè, cara? Non mi dire così: ma che non posso fa’ la perla manco a Labuan?
-Ma ceeeeerto che la puoi fare, ceeeerto. Anzi, si si mooooolto bello. Brava. Allora ci sentiamo CLIC

Io ve lo dico sin d’ora: le prime tre parole che mi so’ venute fuori cliccando Borneo malese non so’ né Sandokan e né Sipadan ma so’ giungla, sanguisughe e tagliatori di teste. Io lo sapevo. Lo sapevo porcamiseria che mi fregava anche stavolta in questo di dovecaspita di posto mi porta.

Ah ma stavolta mi faccio trovare con la scimitarra affilata. Altro che La Perla, je faccio proprio Sandokan.