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I giorni dell’Iran/ I fiori non hanno spalle

giovedì, luglio 23rd, 2015

In occasione dell’annuncio di un viaggio in Nuova Zelanda essendosi sviluppato un sottodibattito sui viaggi in Iran ripropongo all’utenza, come incoraggiamento, uno dei momenti-clou del viaggio di due anni orsono.

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

La mattina alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono né i monumenti né i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Iran mamma e figlia

 

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

I fiori non hanno spalle

venerdì, agosto 23rd, 2013

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

Reduci dalle luci della ribalta internazionale, la mattina dopo alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash, (del quale vi metterò a parte in altra sede) si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

La giovin bellissima figliola - Foto Davide Lipparini

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine,

Paradiso fruttato - Foto Davide Lipparini

e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Tè al fuoco - Foto Professor Pi

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono nè i monumenti nè i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Salam Aleykhom - Foto Professor Pi

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.