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Il nostro primo Natale insieme

venerdì, dicembre 22nd, 2017

La prima volta che ti ho visto è andata nel solco della tradizione dei grandi amori che si annunciano: per carità, mai e poi mai, non ci penso proprio.

La seconda volta ti ho ignorato. La terza anche.

Tu, imperterrito, non demordevi. Mi osservavi e non fiatavi.

Finché è arrivata la prima volta, quella in cui ti ho guardato diversamente. Eri lì a poca distanza da me e sentivo l’aria cambiare al tuo passaggio. Anzi sentivo proprio l’aria arrivarmi.

Sì, non siamo tipi da colpo di fulmine. Siamo piuttosto tipi da colpo d’aria.

Ed eccoci qui, arrivati al nostro primo Natale insieme.

Chi l’avrebbe detto, pochi mesi fa, che saremmo arrivati fin qui, così? Un corpo e un’anima, in una brezza leggera.

Auguri con tutto il cuore a tutte e tutti.

Ma soprattutto auguri a noi: le ragazze che passeranno il primo Natale… COL VENTAGLIO. Le ragazze di Svampia.

Palla Meri

Del perché dove non jelafa manco il Prozac riesce il gloriagaynorismo

lunedì, settembre 18th, 2017

Nel tempo in cui l’unica priorità è fermare il tempo, la mia amica Paola, una figa che levàteve proprio, ha scelto di festeggiare il tempo che continua a passare. E a imprimere i propri segni anche sui passeggeri cioé noi. Dunque invitavami insieme ad altro schieramento variamente composto a un festone per i suoi 60 anni. Distribuiti su un fisico che, vi accennavo prima, manco con l’acqua di Lourdes figuriamoci con la Rocchetta.

Festa sul Tevere. Non dentro, sul. In una serata come solo Roma sa regalarti, nonostante certo sconcerto che ormai la circonda di giorno, si affluiva copiosi ivi trovandola in una forma più smagliante del solito e in compagnia dei figli, degli amici e dello stratificarsi degli affetti nel tempo, appunto. Perché anche questo va detto: insieme alle ineluttabili conseguenze della legge di gravità ci sono a compensazione anche quelle della legge di affettività.

Preceduta da cibarie e soprattutto da un Ribolla gialla ghiacciato a un certo punto, nella migliore tradizione, è arrivato anche Russel Crowe inteso come Al-mio-segnale-scatenate-l’inferno: “ragazzi ora si balla”, annunciava la sessant and the city. Sconcerto dell quippresente che tentava maldestri inguattamenti. Ma non si sa com’è c’è un momento in ogni festa nel quale anche i misantropi si scuotono. E’ il momento Gloria Gaynor. O momento In&Out, che la riscossa di Kevin Klein alla fine è quella di ciascuno di noi. Il momento in cui il freno inibitore se scassa e ci si alza da quella caspita di sedia.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è giusto il caso di dirvi che quello che a tutti gli effetti è diventato l’Inno mondiale del Daje era stato scartato dai discografici della pora Gloria alla quale dissero
-Mh no, questo brano non funziona. Mettiamolo nel lato B del disco.

Ed è stato così che, guardando quel dimenarsi generale in pista, e meripoppianamente conoscendo i curriculum emotivi di molti,  mi è sembrato che fosse giunta l’ora per riabilitare tutti gli scartati  lati B della storia e irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Flashdance

E auguri.

Svampìa

giovedì, settembre 14th, 2017

Non credo si possa traccheggiare oltre: io-ogni-tanto-ho-come-delle-vampate-di-calore. Delle sudarelle. Notturne. E-anche-un-po’-di-insonnia. Inoltre mi sta venendo un ciambellino ad altezza girovita, tipo una complanare in zona. Che non se ne va neanche stando sdraiata o a digiuno. Ho cercato di addossarne le responsabilità al riscaldamento globale, al protocollo di Kyoto, al protocollo di gallina, al caffè serale e a Spritzini ravvicinati. Ma temo sia ora di ammetterlo: io-sono-in-menopausa. Lo sono di notte, soprattutto. Perché di giorno continuo a percepirmi come la giovine cazzoncella di sempre. Ma la notte no.

All’elenco di cui sopra va poi per correttezza aggiunta una sempre più crescente irritabilità, un Mannaggismo sommesso e sporadico che ormai è esploso in un Kitemmuortismo conclamato e diffuso. Anche e soprattutto di giorno. Non solo cose cosìccosì, comunque sempre accettate, mi divengono improvvisamente intollerabili ma lo sono diventate anche le sciatterie, le promesse senza conseguenze di fatti e le cialtronaggini in generale. Tutte fattispecie delle quali probabilmente anche io mi rendo colpevole. Ma è imbattendomi in quelle altrui che quel buon carattere di un tempo scompare e quella che era la mansueta e mite Meripo’ lascia il posto a una incontenibile pseudostronza.

E’ l’età. La mezza età, più precisamente. Un appuntamento temuto quanto quello col commercialista che io stessa ho voluto procrastinare allo sfinimento (quello con la mezzetà, che la commercialista santadonna poraccia). Ma che ora è qui. Neanche più davanti a me ma direttamente dentro, inside.

Benvenuta a Svampìa, terra di tinte, flavonoidi e creme idratanti.

La buona notizia è che dentro a questa qua mi trovo meglio che dentro a quell’altra, anche se l’altra era più tonica, liscia, castana e idratata.

Perché è arrivata anche l’ora di dire che quello, spesso, non era un buon carattere: era coglionaggine. E, signore mie, la lascio andare volentieri insieme al vitino da vespa. Il pungiglione, invece, teniamocelo.

Tiz cappello Viet