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Il forcone e le forcine

giovedì, dicembre 12th, 2013

Nonna Quintina, mia nonna, era sarta. Sarta rifinita. E aveva studiato solo fino alla quinta elementare. Aveva una calligrafia stentata ma non ho mai visto il suo comodino vuoto: sopra, oltre al crocifisso e al libro delle preghiere, aveva sempre una colonnetta di libri. Testi anche molto impegnativi. Tomi di storia, saggi politici, spirituali, filosofici. Per leggerne uno ci metteva mesi. Perché non conosceva le parole chiave. Ma le sottolineava e andava a cercarsele sul dizionario. E ricordo la sua illuminazione quando, tipo in corridoio, mentre camminava con il centimetro giallo appeso al collo e i suoi vestiti tagliati e messi a prova nel soggiorno, mi esclamava

-Escatologia!

come mi stesse dicendo

-Abracadabra

Spesso leggeva sistemandosi i capelli con le forcine e con addosso ancora spille e spilloni  con i quali si aiutava nel cucito, nel ricamo e nell’imbastitura. E salutava l’acquisizione di ogni significato come fosse ogni volta la scoperta della legge della relatività. Che a lei, sia chiaro, costava lo stesso sforzo di comprensione, ricerca e memoria. E un giorno, alla domanda

-Nonna ma perché fai tutta questa fatica?

rispose

-Perché è come se con ogni parola che imparo potessi riscattare un pezzetto della mia schiavitù, la schiavitù dell’ignoranza. Perché, figlia mia, chi sa di più comanda di più. E subisce di meno.

Era la sua declinazione di quanto andava predicando don Milani e cioè che “L’operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”.

Per questo oggi non ho potuto far altro che ripensare a nonna Quintina vedendo i sedicenti barricaderi dei forconi che fanno le rivoluzioni per riscattarsi bruciando libri, anzichè mettersi a leggerseli e impararseli anche a memoria ove necessario. E son certa che, ovunque sia nonna, gli avrà lanciato qualche spillone.