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L’invasione degli Anticorpi

mercoledì, gennaio 20th, 2016

Giusto domenica scorsa eravamo con Shylock e il professor Pi a pranzo in un posticino carinassai al Flaminio quando, portandoci il polpettone con accanto salsa di mirtilli e verdurine, scartavo il cetriolo crudo. Intanto per prevenzione: che i cetrioli son sempre sospetti. Ma soprattutto per riflesso condizionato, dopo aver scansato verdure crude, ghiaccio e acqua non sigillata per tutto il viaggio. Che viaggiare è anche questo: accorgersi, tornando, dell’immensa fortuna di potersi mangiare pure la fetta di cetriolo. E lavarsi i denti con l’acqua corrente. E lavarsi i denti punto. E lavarsi punto. E punto. Insomma a volte si viaggia dillà anche per capire quanto vale ciò che abbiamo, e diamo troppo per scontato, diqquà.

Il punto più infimo della scala Richter del pericolo smottamento intestinale lo raggiungevamo nella pausa pranzo del viaggio di discesa verso Luang Prabang sulla strada per Nang Khiow quando, fattasi na certa e chiesto al temibile Batong un posto dove poter mangiare qualcosa, ello ci scodellava su una piazza di un sobborgo di un qualchepposto ove affacciavano circa dieci catapecchie all’aperto di friggitorie sudestasiatiche una peggio dell’altra che farebbero impallidire tutte le serie di “Cucine da incubo”.

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L’invasione degli anticorpi 1 – Foto Mauro Fraboni

Al punto che, scendendo dal pulmino, il sintetizzatore Mauro (cioè il campione della sintesi, colpito dalla legge del contrappasso essendo lui uno stellato ristoratore) così apostrofava solo a vederlo il culinario approdo:

-Sòcc, ragassi, mo qui muoriaaaamo

con ciò tutti però accomodandoci nella culla di tutti i vibrioni

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L’invasione degli anticorpi inside – Foto Mauro Fraboni

più che altro per non contrariare il temibile Batong. Vi risparmio i particolari. Aggiungo che la prussiana Monik sbarrava i teutonici occhioni in cerca di salvezza in qualche Nononnò che però nessuno aveva il coraggio di pronunciare.

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Anticorpi grigliati – Foto Mauro Fraboni

Sul tavolaccio albergavano bacilli travestiti da stoviglie che inutilmente la profe C tentava di disinfestare con un pezzo di carta igienica (pulita, messa lì a mo’ di tovaglioli) ma infine ordinando per tutti

-OVVIA, LA CI DIA UN POHO DI CODESTO FRITTO, icché friggendo almeno s’ammazzan un po’ di vibrioni

(e mi è qui gradito sottolineare che, visto il livello di asianinglisc dei locali, l’unico metodo di soluzione delle controversie nonché l’unica possibilità di farsi intendere da codesti, per tutto il viaggio, è stato manco la Lis, la lingua dei segni, ma direttamente il vernaholo fiorentino della profe C, al netto dei camei bolognesi del Maurino).

Il codesto fritto veniva spacciato come maiale. E nessuno si peritava minimamente di metterlo in dubbio. Anche perché poco prima, fermi a un delizioso mercatino, s’era notata questa bancarella

Laos Meri topo mercato

Pannocchie & topo al mercatino – Foto Meri Pop

in cui, ovemai non ve ne foste accorti, l’ultimo allineato a destra vicino alle pannocchie E’ UN TOPO

Accompagnato con il solito sticky rice, riso glutinoso, o meglio riso appiccicoso: riso -senza glutine quindi celiaci fatevi sotto- che loro usano tipo mastice, anche appallottolandolo con la mano sinistra usato a mo’ di pane da accompagno, mentre con la destra maneggiano bastoncini.

E qui va detto che anche la quippresente, che maneggiava bastoncini con la stessa disinvoltura con cui maneggia il black and decker -cioè nulla- diventava la Silvan dei chopsticks in un battibaleno pur di non usare le posate, pur generosamente messe a tavola con insetti e residui di cibo precedente incorporati. Il tutto veniva accompagnato da una bella BeerLao tiepida.

Vi aggiungo che, costretta a usufruire del bagno per una urgentissima e irrimandabile pipì, costretta a passare per la cucina, ne ricavavo che il bagno era certamente più pulito della cucina.

Visitato quindi il locale mercato degli alcolici da brindisi di Capodanno, ci si parava innanzi questa bella sfilata di simil grappa di riso con un bel cobra reale a galleggiare dentro:

Laos Mauro brindiam

Il brindisi del cobra reale – Foto Mauro Fraboni

Che infatti anche la Rettore avvertiva che “il cobra non èèèè un serpenteee”. Qua è direttamente un Glen Grant.

Immaginate dunque il sollievo quando, finalmente approdati a Luang Prabang, si scopriva che l’antica città coloniale aveva mantenuto intatte alcune tradizioni, tra le quali la baguette e i croissant. Che in certi casi, e SOLO in questi, come dice il mio amico Enry “aridatece le colonie”.

E comunque stasera quando tornerete a casa fate una carezza alla vostra cacio e pepe. E ditele “Questa te la manda Meripo’”.

MerIndiana Cavacecio’s Jones

mercoledì, gennaio 13th, 2016

All’alba del 28 dicembre iniziava la parte forte del programma ovvero il trekking tra le tribù del nord de Illaosse: “prima di cedere alla magia del grande fiume Mekong concediamoci una escursione in un triangolo di terra che accoglie un variegato campionario della molteplicità di etnie che vivono in questo cantuccio di Indocina (…) una vera manna per gli etnologi che stentano quasi a orientarsi”.

Ora la domanda è questa: come mai, in qualsiasi parte del mondo si debba andare incontro a qualcosa, questo qualcosa sta in salita e in mezzo al fango e alla pioggia? E a questo punto vorrei estendere la domanda anche ad ambiti meno geografici e più sentimentali: come mai ogni volta che abbiamo delle aspettative queste aspettative impattano su fiumi di melma?

La parte forte del programma si preannunciava con l’arrivo della guida che, alla nostra obiezione di avvistati e auscultati devastanti scrosci d’acqua notturni, rispondeva

-Un’eccezione… a dicembre non piove maaa SCROOOSSSSHHHHHHHHH

Ci mettevamo dunque in laotiana attesa del tuk tuk che ci avrebbe prelevati nel magma alberghiero quando appariva un pick up 4×4 in cui l’eroico Roby si offriva di saltare nel retrocassone scoperto SCROOOOOSSSSSSSHHHHH

Che comunque si sa che è la stagione secca e infatti dieci minuti dopo l’inizio dell’impettata si iniziava a pattinare sul fango come manco Carolina Kostner. Non vi sfuggirà che in seguito all’evoluzione Giochi-senza-frontiere della spedizione (10 giorni in Laos solo bagaglio a mano) a venti minuti dalla partenza stavo inzaccherando come non ci fosse un domani scarpe e calzoni che avrebbero dovuto resistere un settimana.

Alle ore 9 del mattino, gli scrosci avendo concesso una tregua, piombavamo nel primo dei presunti villaggi etnici multicolore, pieni di usi e costumi antichissimi, ultimi testimoni di un tempo sospeso. E dunque gli unici testimoni rintracciati erano una corpulenta signora ricurva su un’incudine che prendeva ad accettate un tronco di uno dei 22 legni necessari a fare il lao lao, liquore distillato che appena arriva nello stomaco fa un effetto tipo le Mentos nella coca cola

mentre poco distante il suo allegro marito ne assaggiava le scorse edizioni con ciò barcollando già dalle 8 e deliziosamente venendoci incontro.

Laos Monik vecchietto

Produttori e consumatore di Lao lao – Foto Monica Metschitzer

Belli brilli e motivati  giunti dopo la pattinata nel fango a un promontorio, ecco che si trova un bel fiume. Cerco un ponte, un passaggio, un tronco, un cavalcavia. Lo cerca pure la Profe C

-Un c’è…

Non c’è. Guardo la nostra guida che, non facendo manco una piega, mi fa cenno di saltargli sulle spalle

-EEEEHHH???

-YOUUU MEEE GO

e dunque ecco che alle multiformi performance MerIndiana Jones la quippresente poteva inserire anche IL GUADO A CAVACECIO, che Roby prontamente documentava per i posteri e soprattutto per i posteriori

Roby Laos Meri a cavacecio

Meri Cavacecio’s Jones – Foto Roby D’Aria

Portatane una lui poi tornava indietro a caricarsene un altro. Roby invano gli faceva presente che

-NONNONNO’ Me heavy… (Soppesante…)

ma lui si caricava il recalcitrante omone senza lasciare spazio al dibattito

Laos Monik Roby cavacecio

Cavacecio style – Foto Monica Metschitzer

Poco più avanti, tra un villaggio e l’altro, piantagioni e piantagioni di banane… quadrate, tipo. Cinesi, cinesi, spiega la guida che, fattasi na certa, calava il suo jolly:

-And now mì iù picnic

con ciò dando il via ad uno dei più gustosi banchetti in carriera

Roby Laos picnic

Lao pic pop nic – Foto Roby D’Adria

apparecchiato su foglie di banano, con involtini di sticky rice, pollo in salsa nonsoccome ma buonissima e non troppo spicy, verdurine saltate al wok tipo friarielli e bananine dolci finali. Tutto ovviamente mangiato con le bacchette, io aiutandomi chevvelodicoaffare, con il pollice opponibile e la mano prensile. Roby, Monik, il Fraboni si scofanavano il tutto come chi non avesse fatto altro nella vita che usare bacchette, sciabolando pezzi di pollo e friarielli come manco I Tre Moschettieri.

Finita la trasmigrazione e ripreso l’infangamento per le sterrate dei villaggi, il nostro Caronte a un certo punto ci fa fermare davanti a una baracchetta di legno, gridando festoso HAPPY HOUSE, HAPPY HOUSE. Ed è a quel punto che ci spiega che lì, dentro l’happy house, vengono portate le bambine del villaggio prima della prima mestruazione (quindi parliamo di 9-10 anni) perché venga loro “aperto il buco” da qualche senior della comunità. Mai assolutamente mai il futuro marito dovrà essere il loro primo uomo, mai assolutamente mai quel “compito” potrà essere assolto da persona che abbia con loro una relazione affettiva. Anche perché a quell’età cosa vuoi avere relazioni.

Incontravamo sul percorso anche la sfoglina dei noodles (e quelli che vedete stesi, mieicari, non sono panni ma appunto metrate di pasta di riso dalle quali ricavare gli spaghetti lao)

Laos meri sfoglina noodles

La sfoglina dei noodles – Foto Meri Pop

Intorno molta povertà, molta immondizia, nessuna multicolore testimonianza fatta eccezione per una donna intenta al telaio che confezionava la gonna sinh, questa si rimasta come unica traccia di una dignità antica. Ma su quella gonna ci sono da tempo pile, felpe e magliette cinesi, a volte anche europee.

E dunque arrivati alla scuola del villaggio ci si facevano avanti sciami di bambini prevalentemente incustoditi, variamente aggregati in aule disordinate e sporche, quando non in giro a comprare bustine di plastica dai colori improbabili di pseudo merendine cinesi pure quelle.

Cerco di non farvela troppo lunga ma delle 25 etnie e degli svariati  gruppi e sottogruppi etnici variamente vestiti

Laos Meri etnie

dopo cinque ore di impettate e pattinate nella valle e nella foresta, noi incontreremo solo tre signore di un’unica etnia

Laos Meri tribù

Signora Yao – Foto Meri Pop

ancora vestite a festa per un matrimonio del giorno prima e giustamente ritrose e contrarie all’idea di essere fotografate.

Dopo alcune altre pattinate de fango infine si aritornava al campo base non passando, stavolta, dal fiume dell’andata. E della quippresente giornata terrei dunque a sottolineare la seguente lezione: di fronte a ostacoli apparentemente inguadabili voi saliteci direttamente a cavacecio.