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À la recherche du slip perdu

martedì, marzo 22nd, 2011

Ci sono dei momenti nella vita in cui occorrerebbe che ci fosse ancora la penna di Proust. Ora, tipo. Ora che devo narrarvi di Giorgio e della sua Recherche: la Ricerca dello slip perduto. Giorgio, detto il Nesbitt, si è distinto nella spedizione dancalica per aver fatto da forbito contrappunto nel quotidiano dipanarsi della tremebonda sorte che, nelle sembianze or dei feroci Afar or degli incacchiati cammelli e degli sfaticati asini, vieppiù si accaniva contro i 18 eroi.

Mite d’aspetto, ritroso nei modi, parco nelle parole ma profondo nei sentimenti, il senese Giorgio aveva sin qui taciuto di pene d’amor perduto delle quali solo dopo il terzo bicchiere di Morellino di Scansano, in quel della Valdichiana, ha finalmente trovato il coraggio  di metterci a parte.

I miei 25 lettori vorranno perdonarmi se indugerò su un episodio se vogliamo secondario rispetto ai perduti amori dei quali il qui presente blog è stato sin qui foriero ma capirete strada facendo che spesso, dietro un piccolo episodio, si può nascondere una grande verità.

E dunque  i fatti dei quali narriamo si svolsero in quel delle crete senesi in un tempo ormai consegnato all’eternità ma presumibilmente collocabile nel presente anno solare. Il Giorgio, di ritorno dal quotidiano logorìo della vita moderna, si ritirava come ogni giorno nella propria magione ove attendeva con scrupolo, in bagno, alle abluzioni corporali nonché, in balcone, alla quotidiana manutenzione dei capi di vestiario fra i quali segnaliamo un antico esemplare di slippe (lo slip nel locale idioma) testè usato.

Nell’atto della messa a bagno nel catino situato sul proprio balconcino dell’ultimo piano della senese palazzina, improvvisamente un gesto sconsiderato strappava lo slippe all’affetto del suo caro (Giorgio) facendolo precipitare dal sopracitato balconcino nel vuoto. Un sodalizio di anni si interrompeva così, tragicamente, alle cinco de la tarde in quel del Granducato di Toscana. A nulla valevano le tardive rincorse e le dolorose imprecazioni.

Affacciatosi un’ultima volta per dare l’estremo saluto allo slippe, il Giorgio, già provato, veniva richiamato da una visione, se possibile, ancora più tragica: lo slippe usato giaceva non già spiaccicato al suolo del cortile ma incagliato sullo stendino della sottostante inquilina. L’orrore si arricchiva improvvisamente di venature di profonda disperazione e vergogna all’idea che, inequivocabilmente, la traccia di un antico, usato e perduto amore potesse far bella mostra di sè sul balcone della pettegola vicina.

Sia mai: accantonato il dolore dell’amor perduto scattava in Giorgio quello dell’amor proprio, che all’idea di un incontro ravvicinato con la vicina già rabbrividiva e valutava che una figura costì proprio nun se poteva manco immaginare. E dunque passava dalla prostrazione all’azione protendendosi nel vuoto con uno straccio nel vano tentativo di disincastrare lo slippe dall’angolo dello stendino sul quale si era andato a impigliare, onde favorirne la definitiva caduta nel vuoto con conseguente sparizione di ogni traccia a lui riconducibile. Ma a nulla portava cotanto scomposto agitarsi.

Occorreva dunque una rivisitazione del piano di attacco e stacco. Prima di tutto occorreva attendere il favore della notte, per evitare di essere visto da tutto il circondario mentre sfruculiava sullo stendino della vicina. Il Giorgio si riproponeva dunque un paio d’ore dopo aguzzando vieppiù l’ingegno e aggiungendo al primo straccio un secondo più lungo cencio legato a doppia mandata, onde poter con più agio sfruculiare lo slippe per la rimozione dall’alto.

Purtroppo anche questo secondo tentativo non portava i risultati sperati. Sudori freddi imperlavano la fronte di Giorgio alla sola idea di dover giustificare con la propria vicina l’invio dal cielo diuno slippe usato, la vicina essendo single nonché attempata. Persa ormai ogni speranza e vicino all’abbandono finale, oltre che dello slippe, pure delle forze, il Nostro veniva sorpreso da un guizzo di pura genialità: ove non riesce lo straccio potrebbe riuscire un gancio. E dunque ecco l’uovo di Colombo: una gruccia. ‘Na stampella. Il primo straccio legato al secondo cencio veniva dunque completato con l’aggiunta finale di una stampella il cui gancio veniva posizionato come manco il bombardiere B-29 Superfortress Enola gay si sognò.

Iniziava così una lunga operazione di calaggio del georgico marchingegno, con il Nostro dimenantesi a penzoloni sulla ringhiera del balcone per ore. Ma ecco che, al gancio della gruccia qualcosa sembrava finalmente impigliarsi: il reggiseno della vicina, steso sullo stendino di pertinenza, confinante con il clandestino slippe.

Il falso allarme non dissuadeva il Nostro Giorgio che, come uomini d’altri tempi, fedelmente inseguiva al limite dello stremo il perduto amor, compagno di tante avventure.  

E siccome la costanza paga ecco che, proprio sul punto di gettarsi nel vuoto appresso al marchingegno, finalmente qualcosa si agganciava nuovamente: lo slippe.

Oh di quale gioia e  di qual eccitazione si sentì improvvisamente invaso il Nostro, in un fuoco incontenibile di inedito e notturno piacere, mentre vedeva risalire a sè l’amato fino alla sublime, finale, ricongiunzione carnale.  

Possan dunque le odierne generazioni, disincantate, scoraggiate, sfiduciate, ritrovar coraggio e motivazione per mai perder la speranza. E lo slippe usato.

 E qui, a futuro monito, Meri Pop pose e Giorgio, a bagno nella bacinella, ripose.