Posts Tagged ‘Sidney’

Meri Popera House

martedì, settembre 27th, 2011

26 agosto – Sidney

Era da un mese prima di partire che continuava a mandare mail: “ragazzi, che ne direste una volta a Sidney di andarci a sentire un concerto all’Opera House?”. Silenzio. “Ragazzi sono sempre io, se n’è più fatto nulla del concerto?”. Niente. Aveva ritentato anche ammiccando alla particella di sodio in acqua Lete: “Ehi, c’è qualcuno percaso interessato ad accompagnarmi al concerto a Sidney?”. Che Paola Darwin oltre agli uccelli ai volatili, ai microrganismi e agli insetti preferibilmente letali s’era fissata pure con l’Opera House che però, almeno, non uccide all’istante. La questione era caduta nel dimenticatoio generale fino a che, arrivati di corsa la prima sera e sbarcati direttamente dalla stiva dell’aereo, piombavamo al tramonto qui:

Sidney CapolavorOpera House (Foto Meri Pop)

A quel punto prima uno sparuto drappello e poi una sparita PaolaDarwin si appropinquavano alla locale biglietteria ove scoprivamo che sto concerto in programma per la sera successiva era proprio l’inaugurazione della stagione concertistica. Mo’ io so dieci venti trenta quaran insomma so’ alcuni anni che, dopo aver infastidito a lungo tastiere di pianoforti, vado a sentirmeli direttamente suonati da altri. E un po’ di costumanza me la ricordo: che, cioè, non ti ci puoi presentà in costume e ciabatte. Manco in felpa e scarpe da trekking. E dunque si incaricava Paola Darwin, arrivata alla biglietteria, di impietosire il botteghino: “sorry, noi stiamo in giro da un mese pe’ deserti e bush, al freddo e al gelo però pure al caldissimo ma soprattutto in tenda e lo vede pure lei, no?, come siamo vestiti ma noi sto concerto lo vogliamo tanto sentire. Chessepoffà?” che Paola Darwin però gliel’ha detto in milanese, che lei è padana, che fa più chic. E anfatti quella è uscita dal gabbiotto, ha squadrato dall’alto in basso lei, Carlina e il drappello e poi ha detto “Well, noi siamo abbastanza informali: basta che vi mettete le scarpe”.

Un compromesso onorevole e alla nostra portata. Venivano acquisiti subito 11 biglietti. E ci si preparava all’evento: alla ricerca del pile o della felpa da sera. Un bagno de sangue. Io l’unica pulita ce l’avevo rosa shokking tipo la Pantera rosa, Carlina sballava dalla naftalina una maglia in verità discreta assai e financo una collanina. Ma considerando che io e la Carlina quando siamo nella folla manco ci vediamo, decidevamo di puntare tutto sul Professor Pi: nel senso che ergendosi a 1,94 cm da terra al netto degli scarponi, magari potevamo mandarlo avanti e mimetizzarci dietro.

La sottoscritta aveva giustappunto regalato all’esimio un laustrale papillon. Che però sulla felpa o anche sulla maglietta Napapijri a scollo largo non faceva proprio pendant. E dunque quello che ti fa? Mentre ci recavamo nella laustrale sera all’appuntamento con gli altri, si ferma davanti a un negozio con l’italiana insegna “De Carlo”, entra e dice: “Una camicia bianca da sera con i gemelli, pliiis”. EH? Si. Signori, il professor Pi si è cambiato dentro allo stanzino di De Carlo, e tipo Houdini, si è liberato di un mese di vagabondaggio in Laustralia per riemergere da piccolo Lord.

Si entrava così nel tempio dell’architettura e della musica dove, alla faccia del siamoinformali, sfilavano toelette da sera con picchi di laustrale pacchianità ma anche con punte di raffinata eleganza. Tutti, rigorosamente, in nero. Lungo. Tacchi. Cravatte. Giacche. Però, all’ingresso nel foyer, noi giocavamo il jolly e piazzavamo ‘sto made in Italy qua. Tiè:

Professor Papillon (Foto Meri Pop)

che fino al mezzobusto era Rodolfo Valentino (vabbè, si fa per dire, veniva bene nella metafora letteraria) ma all’impeccabile camicia con  papillon e giubetto blu seguivano pantaloni da montagna e scarpe da trekking. Un successo. Ha preso più stending ovescion lui nel foyer che quell’iradiddio di direttore d’orchestra sul podio. La laustrale buona società di Sidney passava, tornava indietro, lo squadrava e gli dava la mano.

Così confortati entravamo in sala. Questa. Un incanto. Che manco se poteva fotografà ma aò quandoscappascappa:

Inside the Opera House (Foto nonsipuòddire)

E insomma a un certo punto si sono spente le luci, si è fatto silenzio in sala e mentre tutti iniziavamo a trattenere il respiro Carlina ha iniziato a trattenermi il braccio. Che era tale l’emozione che me lo stava a staccà di netto.  Le si sono riempiti gli occhi di lacrime e a quel punto pure le cateratte e le cataratte mie si trattenevano a stento. Che però un po’ tiravo su col naso e allora il Professor Pi m’ha passato uno Zerinol. Pe ‘l raffreddore.

E ora se vi volete fare un regalo chiudeteli pure voi, gli occhi, sistematevi sulla sediola e fatevi portà dove vi porta il clicca (forza pigroni, almeno i primi 50 secondi due minuti e 50 secondi):

 

Dirige Simone Young, avevo letto.
Benedettiddio, Simone era una donna! E che caspita di donna. Una furia. E a un certo punto, finito Wagner, nel buio della sala irrompeva la preistoria: un suono tipo “sto-nella-foresta-degli-antenati-all’inizio-del-mondo-e-ci-ho-pure-una-discreta-strizza”. Era il didgeridoo. Suonato da questo signore aborigeno qua che si chiama William Barton e non è parente di Richard: (iniziate dal terzo minuto)

A quel punto Carlina, smesso di accanirsi sul mio braccio ormai inservibile, iniziava con il bracciolo della poltrona e financo al professor Pi, che ha la delega al controllo dei sistemi, je partiva un “ooh”. Ma piano e poco poco. 
E dopo la creazione della terra (che infatti si chiamava “Earth cry”, di tal Peter Sculthorpe che stava pure seduto in sala) la ricreazione dei padiglioni auricolari con Tchaikovsky (Pathetique, è il titolo, che invece era un trionfò). 

Ed è stato così che, dopo tre ore di crescendo rossiniano di emozioni da tutte le parti, occhi, orecchie, testa, cuore, io me so’ abbracciata Paola Darwin e ho detto: “grazie. Grazie per averci scassato i cabbasisi per mesi”.

E poi me so abbracciata pure il Professor Pi, perché mai avrei immaginato un’accoglienza simile a Sidney, per Meri Pop. Che vabbè che erano vent’anni che l’aspettavo sto viaggio. Ma cavolo: me stava ad aspettà pure Sidney!! Che guardate che robetta:

Meri Magical Poppins (Foto Professor Pi)

Eh? Come che c’entra il Professor Pi? Ma che ve credete che il sindaco se muoveva da solo, a imbandierà tutta la città per lo sbarco di Meri?

Meri cittadina onoraria (Foto autocelebrativa)

Beh insomma, Professor Pi, lo so che v’ho dato il tormento. Però è stato un viaggio bellissimo. Quasi sempre. Quasi. Professor Piiiiii??

Se non lasci non sale

lunedì, settembre 26th, 2011

25 agosto – Cairns verso Sidney

Coraggio, solo un’altra puntata e vi rilascio.
Dunque avevamo invece lasciato il Professor Pi neutralizzato dal mar di mare e chiuso in una stiva di laustrale barcone, Carlina in fiorato Saint Tropez e la qui presente alle prese col patteggiamento ma in assenza di Ghedini. Dopo la traversata di ritorno verso la Grande Sbarrata Corallina tutti i nostri eroi venivano abbandonati in evidente stato di prostrazione all’attracco del molo di Cairns.

Un laconico comunicato stampa informava che “domani tanaliberatutti, ognuno per i cavoli suoi”. Imperativo che il terzetto Carlina-Pi-Meri traduceva in una epocale attraversata di 10 chilometri ostello-giardino botanico, naturalmente a mezzogiorno, naturalmente col sole a picco e tasso di umidità da acquario di Genova, interno vasche. Alla flebile obiezione della sottoscritta “scusate ma non si potrebbe prendere un taxi? lo vedete che, a piedi, per strada, ci siamo solo noi tre e gli aborigeni?” veniva obiettato che “Meripo’, perfetto: ci muoviamo come i locali”. Non intendendo commentare oltre aggiungo solo che, nei 10 chilometri di ritorno, facevamo tappa al locale cimitero. Non in nome e per conto della società viaggiatori necrofori ma perché attratti da questo:

In loving memory (Foto Meri Pop)

e da tanti altri. Che quel posto è pieno di italiani. Che sono andati a finire fino a là costretti da come si stava aqquà. E in tanti casi hanno fatto grande il posto là. Come oggi tanti vengono di qua, diperati per come stanno allà. Ecco, scusate questa parentesi ma ci tenevo a presentarvi anche loro.

Ho però sin qui trascurato di informarvi di una pesantissima ipoteca che gravava sull’equipaggio. E’ che un bel giorno il Professor Pi ci convoca e ci dice: “Avete presente quando ci hanno detto che il bagaglio massimo consentito per il volo interno Cairns-Sidney era 20 chili? Beh manco per il cavolo: sono diventati 15. Ogni chilo in più si paga. O si resta a terra. Comunque niente panico”. Un silenzio di piombo cadeva sui già provati eroi. Una vita in un lampo: immagini di maglioni, scarponi, attrezzi da campeggio, posate, fiumi di shampocremedeodorantischiumedabarbageldentifrici ai quali dire addio, considerando che c’era chi aveva addirittura la tenda da far rientrare in quel peso. Insaccare un mese di vita in campeggio in un bagaglio da 20 chili, credetemi, è un miracolo. Ma in 15 è un suicidio. “Insomma – specificava Pi- Tino ha un dinamometro per pesare i bagagli: cominciate a svuotare”.

Ok, panico. E dunque gli ultimi due giorni di permanenza a Cairns venivano costellati da episodi di inqualificabile autolesionismo fra i quali ci è gradito qui ricordare fra tutti quelli di Carlina che, prostrata dalla consapevolezza di non potercela fare mai, iniziava una forma di resistenza attiva e passiva che le faceva alternare momenti di ottimismo (“magari se butto la lima delle unghie…”) a quelli di edonismo (“Ah si? E io mi spalmo tutto il chilo di crema idratante e andatevenaff…..omissis)”, a quelli di autolesionismo (“potrei farmi frequenti sciacqui gengivali con il bagnoschiuma”) culminata nel “Bene, vorrà dire che mi presenterò al check-in imbottita  come l’omino Michelin: tutti i vestiti addosso e andatevena…omissis”.

Il momento più impegnativo era la sera quando, rientrate nella comune camera e dividendo il letto a castello lei sotto io sopra, una volta apparentemente addormentatasi, la sentivo bofonchiare nella notte: “oddio e l’asciugacapelli? Lo so io, indove glielo ficco l’asciugacapelli, icchevipossavenìuncolpattuttalastiva”. Ma tutto l’equipaggio era preda della sindrome da alleggerimento coatto. Si vedevano vagare anime per i corridoi recanti in braccio coperte di Linus o il maglione infeltrito che accompagnava i viaggi dalla rivoluzione del 1977 e che sembrava implorasse “se mi lasci non vale“. Che effettivamente “la valigia sul letto era quella di un lungo viaggio”. E “dentro quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare”. Che Julio Jglesias, mo’ ve lo dico, è sempre stato l’uomo più sottovalutato della storia della canzone. E pure della storia. E della geografia.

E Tino? L’uomo più richiesto del momento: anche per via di quel dinamometro. Ogni giorno recava la sua pena e soprattutto il suo peso. Così come tra reduci del post crollo in Borsa ci si chiedeva, incontrandoci tra un butting, e l’altro: “a quanto stai?”, “oggi a quanto è?”, “fino a quanto arrivi?”. Non vi dico chi, come il Professor Pi, in quei 15 chili doveva farci stare anche la tenda. Che lui per fortuna e grazie alla sottoscritta almeno doveva buttà un paletto di alluminio ormai inservibile, ma gli altri? Quelli che la tenda se l’erano montata per bene tutto il periodo e non gli era implosa?

Tentavo di convincere Carlina che je la poteva fa’ (che io mica lo so come mai per arrivare a dama ho dovuto buttà solo 4 magliette e la crema solare, che è da Cuba che me la tiravo dietro ed è da Cuba che non si riesce a spalmarsi un po’ al sole e quindi sai che c’è mavaffanomissis pure te, cremasolaredelcavolo). E un giorno misuravo e le dicevo “Carlina, ci siamo, sei a 15” e lei: “si ma ce ne ho un’altra, di borsa, Meripo’”. Nei momenti di grandissimo sconforto tentavo jglesianamente di avvicinarla per jglesianamente confortarla: “metti a posto ogni cosa e parliamone un po’, di errori ne ho fatti e di colpe ne ho”.

Annullate le ultime gite e saltati tutti i tour di shopping (“che cacchio gli riporto a casa, che pesano pure le cartoline, accidentalloro?”) ci si recava infine aggravati di spirito ma alleggeriti di zavorre al bancone del check in. Nel frattempo alcuni generosi avevano dichiarato di avere 1 o 2 chili in meno, da mettere a disposizione di trasbordi eccedenze ed era iniziata la più grande transumanza di schiume da barba, libri e taccuini della storia.
Stremati si giungeva finalmente all’imbarco: nessuno si filava di pezza alcun tipo di problema di peso. E a Mariella, che si presentava con un bagaglio simil Lady Gaga-Madonna-Elton John, del peso di 35 chili -ripeto: 35-, l’imbarcatrice riservava solo un’occhiata di grandissimo disprezzo apponendo il cartello rosso “HEAVY”. Non credevamo ai nostri occhi. Ci guardavamo increduli vedendoci passare davanti le paccate di roba buttata.

A quel punto il Professor Pi je voleva saltà al collo e strozzarla. Ma, per fortuna, egli è jglesianamente “un pirata e un signore” e quel giorno optava per il signore, risparmiando la poveradonna. Ed è così, imbarcati sull’aereo con la stiva più vuota del mondo i bagagli più autocensurati del globo, che i nostri decollavano verso Sidney.