Posts Tagged ‘Shylock’

Sex and the Sassi

martedì, aprile 19th, 2016

Partiamo dalla fine: l’ha usata la Treccani per dire che “le parole valgono”. Ha fatto vedere proprio lei. Lei con quel suo modo un po’ altezzoso di starsene arroccata. Ma vicina. Imperiosa. Ma accogliente. Fiera. Ma semplice. Matera. Uno scrigno di meraviglie qui, a quattro ore da Roma (più una di macchina da Beri che ci ha lu mer ma non lu pullman).

In principio fu Shylock. E fu la Milly. Un viaggio a tre. Sex and the Sassi. Per sentirci ancora le ragazze cazzoncelle di sempre. A dispetto del tempo che passa. E quale miglior posto di Matera, dove il tempo per certi aspetti non è passato mai? Al trio si aggiunsero poscia anche l’amico Sed col conte Mascetti (ovvero Clà). Un quintetto mai sperimentato alla prova di una tre giorni che avrebbe fatto invidia al Professor Pi in quanto a impettate sulla Murgia (ma poesse che non ci sia al mondo un viaggio senza impettate?) e a Cannavacciuolo in quanto a chefferie.

Che a riassumerlo, sto viaggio, è cosa dura. Proprio cose di sassi. Matera: che a vederla la prima volta ti escono solo vocali (uuuhh, ooohhh) con buona pace della Treccani. E anche a rivederla. Che di lei hai l’impressione che non ti stancheresti mai. E anche dei miei amici, non mi son stancata mai. Che metter cinque cinquant tizi assieme quattro giorni non è cosa agevole, eh.

Carlo Levi svegliò il mondo descrivendone la sofferenza. Ma l’Unesco si svegliò nel 1993 e proclamò i Sassi Patrimonio mondiale dell’Umanità. E nel 2019 sarà Capitale europea della cultura, prima città del Sud a diventarlo.

Matera

Panni stesi bene – Foto Meri Pop

Ma è la gran cura, il buon gusto e l’affabilità dei materani, che vorrei iscrivere in quell’elenco. Voglio dire la vedete sta foto? Persino a stender panni qui c’è arte. Non a caso il mio amico Sergio ha coniato l’hashtag #luogoideale.

Insomma mentre eravamo lì stavano girando il film di Wonder Woman. Che sì, questo è davvero uno set, oltre che un luogo, ideale. E giravano anche un po’ le balls al nostro amico Angelo (di nome e di fatto, scarrozzatore nel tragitto Bari-Matera e ritorno e ineffabile guida) per il fatto che i benefici della nominèscion e dei set chissà quando e chi li vedrà ma per ora i prezzi più alti l’hanno visti tutti i materani.

E se il duo masculo parimenti apprezzonne libagioni e scenari, il rio delle femminazze incantato rimase dall’eleganza dei negozi, soprattutto quelli di artigianato femminile (le borse di Patrizia nonmiricordo, ora chiedo a Shylock, tutto a chilometro zero, tutto riciclato ma ve ne riparlerò), i tessuti tovagliati e affini di nonmiricordo manco lei ma ora le rimedio.

Quello che in conclusione volevo dire in due parole che non fossero carino carino (ma ne ho impiegate forse troppeassai) è che tutti, tutti, dovremmo regalarci Matera una volta nella vita.

Matera notte

Se le fate esistono abitano qui – Foto Meri Pop

Lo spot, vi dicevo all’inizio. C’è questa bella ragazza che va in giro tra Via S.Francesco, Via Ridola, Piazza Sedile (casa nostra…), Via S. Biagio,  Vico S. Cesarea, per dimostrare quanto la monotonia del linguaggio (in cui tutto è solo “carino”) assume aspetti grotteschi. E ci priva di bellezza. Perché, diceva quell’altro, le parole sono importanti. E la lingua italiana ci mette a disposizione tra le 215.000 e le  270.000 unità lessicali. Scopriamole. Meravigliamocene. Ascoltiamole. Godiamone. Come con Matera.

Ditelo con un fiore

venerdì, novembre 13th, 2015

Avendo chiesto alla mia amica Shylock un fioraiocomesideve lei mi ci ha mandata. Dalla fioraia. Che poi è la stessa dalla quale ogni tanto si ferma il professor Pi quando è in trasferta acquisendone, e recandomela, una rosa più alta di me.

Così mentre aspettavo che confezionasse l’opera floreale ho alzato gli occhi su una lavagna ove troneggiava un motto motivazionale che quivi lasciovi programmaticamente per il uichendo:

Sii quel tipo di donna che appena poggia i piedi a terra ogni mattina fa dire al diavolo “Oh merda si è svegliata”.

Donna & diavolo

Le sfogline della Luci

mercoledì, aprile 8th, 2015

Tra i motivi per i quali non ringrazierò mai abbastanza Zuckercoso c’è anche il fatto che sul socialcoso ho conosciuto Shylock, che mi abitava praticamente sul pianerottolo. E tramite lei ho poi acquisito un “pacchetto” di benefit fra i quali spicca senz’altro la sua origine emiliana. E la sua origine emiliano-modenese è la Luci. Cioè la sua mamma. Dalla quale poi tutto discende. Discendendo  a noi soprattutto tortellini fatti a mano che lèvati. Di norma la convocazione avviene tramite Uozzappo recante la dicitura “Sta arrivando la Luci”.

Senonché la Luci arriva con una borsa se possibile ancor più stichespiralidosamente piena di ognibendiddio di quella della Poppins. E dunque ella sbarcando a Termini per il ponte pasquale, stavolta veniva munita financo del “brodo vero”, che si trascinava -congelato in una bottiglia di vetro con tappo meccanico con guarnizione arancio- dal modenese all’Esquilino.

Ed è stato al termine della ripresa della seconda scodella che ho maturato la convinzione che il tortellinoinbrodo della Luci dovrebbe entrare nel Patrimonio dell’umanità. Dovrebbe comunque entrare più spesso in casamia. O della Shylock. Che sostanzialmente ormai è la stessa cosa. La casa.

Ma credo che proprio la Luci dovrebbe entrare nel Patrimonio dell’umanità. E dovrebbe entrarci col suo seguito di bottiglie di brodo, tagliatelle, ragù, bolliti, tigelle e sfoglie. Ma soprattutto con la sua, umanità. Perchè la Luci ha messo su nel frattempo una “scuola di sfoglia”, o di “sfooia, Meripo’ mi raccomando con la O chiusa” lassù da lei. Una scuola per donne immigrate o che ne hanno passate di ogni e vogliono cambiar pagina o semplicemente vogliono rimettersi in gioco. Insegna un mestiere -la sfoglina- e consegna loro il testimone di un’arte antica e nobile. Che è quella di tirare la sfoglia. Ma è soprattutto l’arte di ricostruirsi una vita.

Le "sfogline" della Luci

Scusate se resisto

lunedì, novembre 24th, 2014

Quando ho visto Paola Cortellesi annunciare ai colleghi inglesi del grande studio di architettura made in London “Beh io torno in Italia” ci ho rivisto Grace. Stesso sconcerto dei colleghi inglesi, stessa nostalgia sua.

Quando la Cortellesi l’ho vista spacciarsi per l’architetto Bruno Serena, rinunciando ad essere Serena Bruno per poter presentare un piano di risanamento architettonico di Corviale, Roma, ho pensato a Shylock, che per altro avevo seduta accanto.

Quando ho visto vomitare di nascosto una delle architette nel megastudio romano, ho pensato a tutte quelle che ancora devono firmare dimissioni in bianco e assicurare che No, non tengo e non terrò mai famiglia.

E quando ho visto Lunetta Savino sacrificare la sua vita per vivere all’ombra del suo capo, essendo lei la vera mente e suggeritrice delle strategie urbanistiche, ma relegata ufficialmente a portargli caffè e distribuire bottigliette d’acqua alle riunioni, ho visto e rivisto una schiera di silenziose ancelle ombra che passano la vita a rendere celebri altri, a coprire le loro cazzate, a intestarsi i loro fallimenti.

E’ un film da ridere. Ed è un film da piangere. Soprattutto non è un film: c’è tanta verità. Vera è Serena Bruno alias Bruno Serena, nata “ad Anversa, no non quella del Belgio, quella degli Abruzzi”, capofila di tutti quei cervelli e cervellesse in fuga dal Bel Paese per arricchire di soldi e intelligenza il mondo salvo poi follemente decidere di tornare  in Italia arrabbattandosi alla meno peggio. Vero è il progetto di Chilometro verde

la riqualificazione di Corviale approvata dal Comune di Roma e realizzata da un architetto donna che esiste veramente e si chiama Guendalina Salimei. Vero, e particolarmente figo da quando si è separato è Roul Bova-Francesco, omosessuale con ex moglie e figlio a carico, che ci porta con sé nella corsa a ostacoli di un surrogato di omogenitorialità.

E vero è quel senso di rivincita, di riscatto, di rivolta che Serena-Bruno-Serena mette in moto in tutto il cast fino all’ultima fila di spettatrici e spettatori del cinema. Che davvero alla fine ti alzi dalla poltrona con un unico intento programmatico: mobbasta. Mo’ veramente basta.

Non è un film femminista: è un film mobbastista. Dunque potete andarci anche se, adagiate sulle conquiste pagate da quelle di prima, ora siete libere di dire “Basta femminismo”. Lo capisco, la parola non entusiasma neanche me e pure il contenuto avrebbe bisogno di una cura d’urto. Purché si tenga comunque presente che “la sfida delle ragazze del Basta femminismo” rischia di infrangersi al primo conato di vomito da gravidanza di una di loro in uno studio notarile, legale, di architettura e quant’altro.

Magari ne riparliamo quando dovrete spacciarvi per altri, maschi, per poter arrivare da qualche parte. Scrivere al posto loro. Mettervi in ombra per non destabilizzarli. Accollarvi le responsabilità dei loro fallimenti lasciandogli sempre il proscenio illuminato. Costituire l’alibi preferito per i loro personali insuccessi. A casa come al lavoro.

Non so dove vogliate arrivare e con quali mezzi, ragazze. Intanto -per vedere qualcosa di ciò che potrebbe aspettarvi- cominciate con l’andare al cinema. Magari anche a Corviale.

Pensavo fossero corna invece era la matematica

venerdì, ottobre 17th, 2014

C’è che la mia amica Chiara invitommi alla Mostra dei numeri e io, dandoli spesso, capii che era arrivato il momento di misurarmici.

Intendevo recarmici con il Professor Pi, tanto per mitigare la frustrazione, e con lui improvvisare una visita “Matematica for dummies” senonché invece ieri sera il Professor Pi (il cui nome per esteso, lo ricordo all’utenza, è Professor Pi greco) trovavasi a svariati chilometraggi di distanza e dunque io mi portai lì con la mia amica Shylock.

Shylock di matematica ne sa ma signorilmente faceva finta invece di no.

Il primo segnale di incoraggiamento agli avventori arrivava proprio all’ingresso del Palazzo delle Esposizioni, ove è allestita, lì campeggiando una scritta a caratteri cubitali che recita:

“Non preoccuparti delle tue difficoltà in matematica: posso assicurarti che le mie sono ancora maggiori”. Firmata da Albert Einstein

Ora non starò a dirvi del fatto che, giusto a inizio di percorso, tentando di partecipare a un gioco interattivo di tiro bastoncini per individuare il 3,14 del succitato Pi greco, dopo esserci incaponite a lungo sulla pista di lancio senza individuare manco i pulsanti luminosi dell’1,2,3 tira, si avvicinava dopo un quarto d’ora uno della vigilanza a dirci “signorì, questo è rotto”.

Recuperata quasi completamente l’ autostima ci dirigevamo in lungo e in largo e in altezza e volume e in tutto il cucuzzaro attraversando indenni i campi magnetici della quadratura del cerchio, del numero aureo, del teorema di Fermat e della seie di Fibonacci, infine pervenivamo alla seguente spiegazione del bernoccolo della matematica:

Ed è stato a quel punto che dalla frustrazione si è passate al sollievo e un sorriso lieto si è finalmente dipinto sui nostri volti riscattando anni e anni di incomprensioni e amori scientifici non corrisposti:

-Il bernoccolo della matematica! E io che pensavo fossero corna

I facilitatori

martedì, aprile 2nd, 2013

E dunque mentre Napi chiamava i saggi al Colle, il professor Pi chiamava la qui presente per gli as-saggi al toscano montarozzo. Dopo un rapido giro di consultazioni (che fai a Pasqua?) al binomio si aggregava la coraggiosa Shylock, mia contigua condominial amica discendente dal Granducato del Tortellino. L’insediamento degli assaggi si avvaleva del fondamentale apporto dei sabaudi contributi dei Savoiardi, intesi sia come i due coraggiosi amici discesi dal Piemonte che come materia prima di superbi tiramisù.

Insediatesi dunque le due commissioni, Lasagne al forno e Taglieri Toscani, ci si rinchiudeva per giorni tre in loco non raggiunto da televisori, radio e quant’altro e schermato da medievali mura da qualsivoglia passaggio di onde telefoniche. Il rabdomantaggio col telefonino usato tipo mouse volante in cerca di spiragli di tacche veniva abbandonato dopo evanescenti tentativi di connessioni.

Così, rinchiusi nella medieval fortezza con l’unico conforto del continuo lavorìo di mascelle, ganasce e sinapsi, ci si sollazzò variamente. Ogni tanto qualche camminatore portava notizie da questo o quel contado in cui si verificavano nomine di saggi affiancati ai seggi, insediamenti di commissionamenti, transumanze di varie umanità e financo l’avvento dei “facilitatori”.

Ora voi capite che un Paese in grado di partorire la figura del “facilitatore” o è alla frutta o all’olio di ricino o alla Citrosodina. O anche a tutti e tre a giorni alterni.

Lì, nel Granducato di Toscana, noi si guardò tutto con un distacco la cui facilitazione ci pervenne dallo stappaggio di svariate bottiglie di Chianti, Rosso di Montalcino e altre facilitazioni delle quali ricordo a malapena il disegno dell’etichetta.

Shylock, per capire il clima interno -che della bufera di quello esterno sapete-, aveva recato con sé il libro di Alicia Gimenez Bartlett “Exit“. Exit è una villa di campagna immersa nella natura (per l’appunto) contornata da un giardino lussureggiante, stanze e saloni arredati con gusto (ecchevvelodicoaffà che pure noi), quadri antichi, candelabri sul caminetto ove pervengono sei persone che non si conoscono tutte fra loro e condividono colazioni e banchetti, passeggiate, escursioni, chiacchiere e battibecchi. (eccoci eh) . Solo che loro sono lì per suicidarsi. Che Shylock in realtà la dovremmo chiamà Otelma, a sto punto.

Evitata la soluzione finale del finale, in tutti i sensi, decidevamo quindi di attenerci strettamente alle parti dei banchetti, colazioni ed escursioni (poche).

A malincuore, ieri, in contemporanea con le salite al Colle, noi si riprese invece la discesa dal toscan montarozzo. E si ritenne, non certo per mancanza di fiducia nei titolati saggi, che anche noi dovessimo schierare atti facilitatori. Il professor Pi, poco prima di scodellarci sul Frecciarossa, ci condusse dunque in un amarcord tour dedicato alla Shylock e ai suoi trascorsi di studente di architettura.

Giunti in quel capolavoro che è la Basilica della Santissima Annunziata nell’omonima piazza, accanto allo Spedale degli Innocenti, il professor Pi, dall’alto del suo agnosticismo militante, asseriva che c’era un unico modo per facilitare qualsivoglia iniziativa in questo Paese e ciò convintamente facemmo: “accendere un cero alla Madonna”.