Posts Tagged ‘separazione’

Amare è un lavoro duro

Wednesday, May 1st, 2013

Giacomo e Maria sono sposati da quindici anni. Avete presente, si? Quando va di lusso ci si sente come due fratelli. Altrimenti insopportabili. In ultima istanza estranei. Eccola dunque la linea Maginot: è a quel punto che Giacomo inizia a farsi reticente, cambia le password al computer, si porta il cellulare al bagno, sparisce per non meglio identificati sopraggiunti impegni. Avete presente, si? E’ lì che Maria dice “Meripo’ ma secondo te?”. E beh avete presente si? N’altra linea Maginot fra la bugia pietosa e l’attesa che Maria lo capisca da sola che l’amore dura tre anni e al quindicesimo continuare a infierire è disumano.

Però per quel po’ di prudenza che la carta d’identità, lo stato civile e questo blogghe mi hanno aiutato a sviluppare mi taccio. E dico, anzi scrivo, che Maria io non l’ho mai incontrata di persona ma solo di tastiera, le scrivo che “parla, chiedi. Ma solo quando sarai pronta a ricevere risposte sennò statte zitta e aspetta”.

E niente, Meripo’, quando squilla il cellulare si allontana, quando usa il computer si incacchia se gli passo alle spalle. Avete presente si? Assente, teso, basta cinema, basta pizze il sabato, basta vacanze insieme. Ci sono due bambini e in vacanza ci si va, poco, lei e loro.

Insomma questa storia va avanti più di un anno. E lei zitta. E io pure. E lui anche. Finché il mese scorso Giacomo l’ha fatto: l’ha invitata a cena fuori e le ha detto quelle due paroline con le quali di norma si apre ogni separazione che si rispetti:
-Dobbiamo parlare

Beh lo hanno fatto. Lei la prima cosa che gli ha chiesto è stata:

-Saltiamo le premesse, lei come si chiama?

Ed è stato allora che lui glie l’ha detto: lei si chiama disoccupazione. Giacomo un anno fa è stato licenziato. Ha continuato ogni giorno a uscire alle otto e rientrare alle sette, ha continuato a pagare bollette, dentista e vacanze dei bambini. Ha chiesto prestiti e ha dato fondo ai risparmi. Per un anno ha risposto al cellulare in bagno alle agenzie di lavoro interinale. Per un anno ha continuato a lavorare così: senza lavoro.

Ora una piccola offerta è arrivata: lo pagheranno di meno e lavorerà di più. Quindi a cena ha detto a Maria che quest’anno in vacanza ci si torna tutti insieme. Ma al campeggio.

Del “Finché ce la faccio”. Ora si agganci il matrimonio al papato

Monday, April 15th, 2013

Per quegli insondabili motivi,  in realtà sondabilissimi solo a volerci spendere da un analista l’equivalente di una multiproprietà, da giorni andavo racimolando sostanze solvibili e risorse emotive per effettuare il bonifico all’avvocato divorzile. Giusto stamane mi sembrava arrivato il momento giusto. Quindi mi recavo solertemente nella deserta banca (Meripo’ è perché tu sei Flinstones e ancora non li fai con l’onlàin) ove compilavo tutto il compilabile. Poi, alzando lo sguardo sull’orologio e il datario dell’istituto di credito ma soprattutto di debito, venivo folgorata dalla data. Non paga dello stupore (e non paga è proprio il caso di dirlo) chiedevo all’omino

-Scusi ma questo coso va bene?
-Si signora sono le nove e trenta
-No scusi ma è giusta anche la data?
-Si signora è lunedì 15 aprile
-No, ma, che veramenteee???
-Signò se ne deve fa’ una ragione: è lunedì

Il punto è che giustappunto il 15 aprile di venti anni fa io giustappunto a quest’ora (11,30) contraevo concordatario matrimonio. Una coincidenza sulla quale Woody Allen ci avrebbe campato una decina d’anni. Che se ci pensate già una cosa che si chiama come una malattia (ha contratto matrimonio e anche morbillo) non è che preluda a radiosi futuri. E però mi è sembrato anche che il problema fosse quell’illusione del “finché morte non ci separi”: che tranne i diamanti e Andreotti che sono per sempre ormai anche il Papa è “finché ce la faccio”. E allora mi è anche sembrato che, nel mordi e fuggi generale, vent’anni fossero un onorabilissimo record di buona volontà. Oltre il quale è inutile accanimento.

Dunque ora mi sento meglio. Tranne il fatto che, al netto di questo problema del 15, oggi è comunque lunedì.

Al divorzio bisogna arrivarci con qualcuno all’altezza

Friday, April 5th, 2013

E’ stato quando oggi la mia amica Stefania ha postato questo (un documentario della Hbo su Nora Ephron, la donna che nel 1989 fece cadere l’altro muro oltre Berlino, quello orgasmatico) che mi sono ricordata di quest’altro (il “ti presento Nora” di Guia Soncini quando Nora se ne andò). Tra le istruzioni sull’Universo che la Ephron consegnò all’intervistatrice mi è gradito oggi, alla luce dei recenti fatti quivi narrati, riconsegnarvi questa:

“Bisogna scegliere un marito che non diventerà troppo pessimo quando l’amore finirà, perché il divorzio è più tosto del matrimonio e bisogna arrivarci in compagnia di qualcuno all’altezza”.

Fatene tesoro se la cosa vi riguarda da vicino. E fatene tesoro lo stesso perché vi riguarda comunque da lontano. Che qui succede che con qualcuno all’altezza non si riesca ad arrivare manco al matrimonio.

Mai dire giammai

Thursday, April 4th, 2013

Caro Signor giudice, no, non ce l’abbiamo fatta.

Ci creda, ci abbiamo provato in ogni modo. Ci siamo entrati di corsa ed entusiasti come due astronauti sulla sonda per Marte e ne siamo usciti bastonati come due impiegati della Lehman Brothers, con tanto di scatoloni in mano. Libri in tribunale, appunto. Glielo assicuro, le abbiamo provate tutte, prima di arrenderci. Ma no, non ce l’abbiamo fatta.

Una cosa sola, signor giudice, le vorrei però chiedere, prima che ci si riveda all’udienza: mi rendo conto che da qualche parte nei sotterranei di quei palazzoni della Giustizia ci sia rinchiuso un incartapecorito e stantìo omino che su una scrivania polverosa e tarlata sta lì a predisporre moduli uguali per tutti quelli che si avventurano senza meta e senza speranza verso un Calvario chiamato separazione e divorzio. Però che le si debba dichiarare che “i due coniugi hanno cessato ogni tipo di convivenza non essendo più possibile ricostruire nessun tipo di rapporto, giammai affettivo” ecco questo no. “Giammai affettivo” non lo so gli altri ma io questo mi dispiace ma no.

Che anche questo, signor Giudice, le volevo dire. Che son momenti un po’ tosti e non è vero che è una formalità: non lo è mai, anche quando è finita. E allora aiutateci almeno voi quando predisponete i moduli. Se ne legga uno. E pensateci. Pensateci che in ogni riga, su quel modulo, c’è la certificazione del nostro fallimento. E di tutto abbiamo bisogno tranne che si certifichi pure il fallimento dell’italiano. Che è una lingua ricca, almeno lei. E in grado, ne sono certa, di offrire un minimo conforto persino in momenti come quelli.

Vabbè, eccellentissimo, voglia predisporsi alle modifiche in calce al presente atto.

Cordialmente Sua
Meri Pop

La porti un viaggione a Firenze

Tuesday, March 12th, 2013

Come i più assidui frequentatori di questo blogghe ormai sanno o risanno, nel mezzo del cammin di nostra sfiga mi ritrovai per una Cuba sola, che la diritta via era smarrita. Apposi un clic a “prenota viaggio” con un gruppo di sconosciuti capitanati da ancor più ignoto capogruppo poi rivelatosi essere l’attuale Professor Pi. Ciò accadeva tre anni e mezzo or sono.  Le principali scoperte del viaggio furono tre: il valore terapeutico del mojito e l’utilità delle palle. Di cioccolata. Non necessariamente in quest’ordine. (Quelle di cioccolata le fanno a Baracoa).

-Meripo’ queste sono due e la terza?
La terza è che a volte hai la soluzione sottomano ma devi spostarti qualche migliaio di chilometri e svariati trekking per trovarla. Dunque, per dirne una, gli sconosciuti sparsi per l’Italia sono entrati nel girone (per restare nell’aleggio dantesco) “amici”. E conseguentemente, ogni anno, troviamo il modo di ritemprarci in maratone enogastroalcoliche di prima grandezza.

La parte migliore del raduno di solito è la preparazione, che può durare da qualche settimana a intere stagioni. Ma, si sa, l’attesa aumenta il desiderio. E, come dice uno dei componenti, anche sto desiderio andrebbe indagato. In attesa che qualche emulo di Freud si dedichi allo studio del perché un viaggio possa creare dei legami così forti e duraturi (che l’amore dura tre anni ma a volte anche tre e un po’) mi è intanto gradito  rendere noto che stavolta, più che un raduno, è stato quasi un flashmob: convocazione urgente e chi c’è c’è.  A Firenze come fosse Teano. Due giorni. Ed eravamo praticamente tutti.

Chevvelodicoaffare che dopo vent’anni sono rientrata a visitare Santa Croce

e non ricordavo quanta sapienza e bellezza fossero racchiuse là dentro, roba che da sola basterebbe per tutta l’umanità e tutti i tempi. E poi il Museo del Bargello, ma ve lo racconto per bene un’altra volta. E poi ancora e soprattutto sperdersi per i vicoletti chiacchierando ora a coppie ora a trio e poi scambiarsi il posto con quello davanti, con l’amica dietro e tu come stai e che hai fatto nel frattempo e cosa hai visto e che ti aspetti dalla vita e cosa dal prossimo viaggio. E ognuno mette la sua tesserina del pezzetto di mondo che ha visto e tutti insieme a sentircelo raccontare sembra che lo abbiamo visto anche noi e che alla fine si esce che si è fatto il Giro del mondo in due giorni, quattro osterie e una ola al colesterolo.

Riassumendo direi questo: in linea di massima non c’è problema che non possa essere momentaneamente affogato in una ribollita o in un mojito. La maggior parte delle volte non sopravviverà al weekend. E ve ne potrete tornare più leggeri da dove siete partiti. Al netto di sti due chiletti da finocchiona, pici e -appunto- tiramisù.

E’ un’incognita ogni sera Mia

Thursday, March 7th, 2013

Quella che segue è la storia di una sconfitta. No, non di una sconfitta in amore. Una sconfitta umana. Perché qui non c’entra neanche più l’amore ma i sentimenti dei quali siamo o non siamo più capaci come persone. Roba tipo altruismo, disponibilità, capacità di ascolto, umanità e – se il concetto non fosse ormai consegnato per l’eternità all’immagine del cagnolino di Monti- empatia, capacità di comprendere lo stato d’animo di chi ci sta accanto. E, addirittura, accoglierlo.

A Francesca, che ha lasciato nella mia mail questo messaggio in bottiglia 2.0, dico solo che sulle “sere per elemosinare amore” in cui si rimediano solo sòle ci aveva già messe in guardia Mia Martini dal 1973. Ma almeno tu, Francè, sta soddisfazione di interrompere il minuetto in corsa glie l’hai data: “È un’incognita ogni sera mia/ Un’attesa pari a un’agonia/ Troppe volte vorrei dirti no/Il mio cuore si ribella a te ma il mio corpo no” e vedi mo’ che invece stavolta tu glie l’hai detto. No.
E alla fine s’è ribellato pure il corpo. Azionando solo il tasto “invia mail” senza ulteriori dispendi di mazzate. Dai, Francè. Che t’aspettano serate certamente migliori. E lontane dalla Stirella.
Meri Pop


Casa, interno sera
DRIIIINNNN
Lui: ciao, ho fatto tardi, scusa non mi sono accorto. Che c’è per cena?
Lei:  tagliatelle al ragù
Lui: arrivo

Poco dopo. Arriva
Lui: Ah… scusa,  ci sarebbero una decina di camicie da stirare, sai per non gravare su mia madre e la tua collaboratrice fa poco o nulla
Lei: va bene

Cenano, si parla esclusivamente di lui. Finisce la cena
Lui: ok, grazie, ora me ne vado a casa
Lei: Non ti va di restare?
Lui: no, vado a casa
Lei: be’ allora vai adesso, subito
Lui: mi cacci di casa? Allora addio (sbatte la porta per fortuna portando con sé le camicie)

Il giorno dopo lui via mail
-”Addio e’ tutto finito. Riguardo quei soldi che mi hai prestato mandami il tuo Iban”
Lei: prima lo manda mentalmente aff a a quel paese poi riflette.
Scrive.
E manda l’Iban.

Di amanti

Monday, January 28th, 2013

Cara Meri,
lo status di “amante di uomo sposato” è prima o poi trasformabile in quello di “moglie di un uomo divorziato”? E se non ora, quando?
Margherita

Cara Margherita,
la parola definitiva sulla questione la mise la zia della mia amica Giulia. La chiameremo zia Caterina. Classe 1920 conobbe il suo vero amore dopo che lui era convolato a nozze con la sua vera moglie. Lei passò la vita ad aspettarlo, incoraggiata da “è una questione di tempo ma vedrai”.  L’ha aspettato tutta la vita. E un giorno così riassunse lo stato del mondo:

“ricordatevelo sempre: un uomo si fa un’amante per restare con la moglie. Una donna per lasciare il marito”
Tua Meri

P.S.
Si, certo che ci sono le eccezioni. Ma, di norma, tu sei la norma.

Un sì per iniziare e sei per uscirne

Thursday, December 20th, 2012

Cara Meri Pop,
è vero che il dolore della separazione prima o poi passa? E se si, quando?
Lo so che è Natale e siamo tutti più buoni ma io invece sono solo a pezzi.
Grazie
(Lettera firmata. Da un uomo)

Caro,
oh si. Si che passa. Passa come il fuoco (scusa, sarà la vicinanza ai Maya ma è l’unica immagine che mi venga in mente adesso). Nel senso che fa un male terribile. E spazza via tutto. E più sterpaglie e rovi trova e più divampa. Brucia, ti toglie il respiro, rischia di ucciderti se non stai attento. Poi a un certo punto le fiamme si spengono e resta un fumo asfissiante (anche una discreta puzza, disciamo). Eppure, a un certo punto, quel terreno dove è passata quell’iradiddio, ricomincia a vivere. Ed è più fertile dei terreni “vergini” circostanti.

Insomma sto casino piromane per dirti che, quando passa, e passa, secondo me ci lascia sempre migliori. Non solo perché tutto ciò che non ci uccide ci rafforza ma perché ci offre l’opportunità di misurarci con noi stessi: e anche la peggiore pippa si trova a lottare come un leone per la soppravvivenza. E da che si sentiva solo una merda scopre di essere un contenitore di potenziale ficaggine
Quanto ci vuole? In quei momenti, più che quanto ci vuole, a me avrebbe aiutato almeno sapere che caspita mi stesse succedendo.

Solo dopo ho trovato una spiegazione: per elaborare un lutto, qualsiasi lutto e questo -ti avverto- nelle classifiche delle grandi disgrazie viene subito prima del trasloco e subito dopo la morte, si attraversano CINQUE FASI: 1) Negazione e rifiuto (non sta succedendo a me, chissà che avrà voluto dire…) 2) rabbia e paura (vammoriamm.. e affini) 3) contrattazione e patteggiamento (se torna farò.., se mi passa arisuono il piano…) 4) depressione (a parte la parola è quella più importante: si comincia a prendere coscienza della verità) 5) accettazione (no, non nel senso che le vorresti tirare un’accettata in mezzo alla fronte, quella è la 2)-

Dunque, quanto ci vuole: a che fase sei, caro? Dai, che prima inizi e prima finisci. Io sto qua. Alla FASE 6. E ti aspetto. Sbrigati
Tua Meri

P.S.
-Come? Qual è la 6?? Ah si la 6 è la mattina nella quale ti svegli, leggero e in pace come non lo sei stato mai, e ti vien voglia solo di ringraziarla: “Grazie, grazie per avermi costretto a dimostrare a me stesso quanto valgo”

Lanterne dei desideri

Se serve torno e se hai bisogno chiama

Thursday, September 27th, 2012

E insomma me ne stavo lì a leggere e rileggere che “non mi candido, ma se serve torno” e mi risuonava come fosse qualcosa di familiare, molto familiare. Stavo giusto abbandonando l’inseguimento di macchemiricorda quando finalmente là, un lampo: un caffè all’aperto, d’inverno, però quell’inverno romano che ancora è autunno romano, coi colori arancio romano e giallo papalino romano.

Il tavolino all’aperto, un caffè macchiato e un nonmiricordocheavevapresolui. L’ultimo atto di una lunga storia d’amore (cit, Gino). Beh insomma non tutta d’amore sennò non finiva. Però una lunga storia di parecchio amore. E allora ormai ti sei detto quasi tutto, stai lì che alla fine non c’è davvero da aggiungere altro.

Vi alzate, lui ti riaccompagna, triste bacetto sulla guancia che fa coppia evoluta e matura pure se tu forse gli vorresti anche spaccare la mascella ma ormai l’impulso al pugilato è sommerso, anche lui, dalla latente noja che vi ha fin qui divisi e allontanati.

Ed è allora, quando potrebbe finire così, meritatamente in silenzio, che lui si volta e rovina tutto dicendo:

-Ah, se hai bisogno chiama. Io per te ci sarò sempre

La tragedia è che lì per lì ti sembra pure una cosa buona. Che rafforza l’autostima anzichè il pugno. Perchè è stato solo un anno dopo che, ripensandoci, m’è venuta la risposta:

-Ma per carità, tieni pure occupato il telefono e parla tranquillo.

 

La tigre della Malesia e il Leone di Tolstoj

Friday, August 10th, 2012

Poco prima di separarmi dal mio primo marito, che ad oggi è anche l’unico ma faceva fico la frase, mi regalarono “Guerra e Pace“. Non so se fosse un suggerimento strategico-diplomatico. Consta, in ogni caso, di due discreti mattoni, di capolavoro sia chiaro, ma sempre mattoni sono. E dunque, siccome ci si avviava verso l’inverno, ricordo che dissi fra me e me (anche perché nel frattempo non c’era più nessuno accanto)
-Bene, mi terranno compagnia nelle solitarie serate invernali

Tre mesi dopo aprii questo blog (son circa due anni e una nticchia fa). Beh io, finora, non sono riuscita ad arrivare neanche a finire il riassunto della quarta di copertina.  

Così ieri stavo cercando il libro da portarmi in quota “letture da perla di Labuan” e m’è riscappato fuori, anziché la tigre della Malesia, il Leone de Tolstoj.

La presente dunque per dirvi che se ad oggi io non ho la più pallida idea di che caspita ci sia scritto là dentro, e dunque del capolavoro che mi sto perdendo, si sappia, è colpa vostra. Di serate solitarie non se n’è vista più manco una, da che son rimasta sola.

Ciò detto io allora vado. A Sandakan. E Labuan. E in Giro Batol. E mi porto dei libri. Ma non quello. Che, ne sono certa, mi terrà compagnia nelle solitarie serate invernali prossime.

Ci vediamo tipo ai primi di settembre, tigrotti.
Fate come foste a casa vostra, non innamoratevi d’agosto, spegnete le luci prima di andarvene la sera e date un po’ d’acqua alle piante.