Posts Tagged ‘Seconda Guerra Mondiale’

Code Girls, le ragazze che fecero la storia e che la storia ha nascosto

martedì, dicembre 12th, 2017

Mentre Alan Turing decifrava “Enigma” per stanare i nazisti al di là dell’Atlantico, circa undicimila donne stavano decriptando il codice dei nemici in tutta l’America.

E mentre Richard Feynman veniva reclutato come uno dei fisici più promettenti dell’America per lavorare al progetto Manhattan in un laboratorio segreto a Los Alamos, la sua giovane moglie Arline gli scriveva lettere d’amore in codice dal letto di morte. Lei morirà di tubercolosi poco dopo, a 25 anni. Ma aveva deciso di sfidare così la censura militare. L’amore, vedi certe volte.

Nel frattempo altre migliaia di donne arruolate nel Paese si cimentavano con i codici militari: e diedero un contributo fondamentale per la vittoria della Seconda Guerra mondiale.

Eroiche e infaticabili come le matematiche nere della Nasa che contribuirono alla corsa nello Spazio e come loro (prima che Il diritto di contare le facesse uscire dall’oblìo) ignorate per settant’anni fino ad oggi. Fino a quando cioè si è incaricata Liza Mundy di raccontare le loro storie nel libro “Code girls, The Untold Story of the American Women Code Breakers of World (New York, Hachette Books).

Code girls

Una marea di donne crittografe. Che venivano contattate dal governo di Washington e sottoposte a stress test e colloqui: solo le migliori furono arruolate in segreto, quelle che dimostrarono di avere supersoniche capacità di calcolo matematico e di conoscenza delle lingue -che dall’intersezione fra le due cose nasce un crittografo-  ma dotate anche di memoria.

Liza Mundy ne ha intervistate una ventina ancora vive. E a lei raccontano di aver ricevuto solo due domande, nella prima lettera di contatto, come quella che arrivò ad Ann White nella posta del College in Massachusetts (lo racconta Anna Popova qui):
Did Ann White like crossword puzzles, and was she engaged to be married?

Le piacciono i cruciverba? Ed è per caso in procinto di sposarsi?

Le donne che fecero l’impresa. Quelle che, per dirne una, nei giorni precedenti il d-day crearono e inviarono falsi messaggi ai tedeschi per depistarli dal vero luogo dello sbarco in Normandia. Quelle senza le quali avremmo scritto un’altra storia. E delle quali la storia non si è mai occupata. Le Code Girls.

Code girls2

Ann Caracristi, far right, oversaw an Army code breaking unit when she was 23. Foto NYT

Bella, ciao

venerdì, settembre 22nd, 2017

Sulmona, settembre 1943. Guerra intorno e nazisti alle calcagna. Rosina Spinosa, contadina abruzzese con un compagno e due bimbi piccoli, non ci pensa neanche un attimo a salvare la vita di Len Harley, giovane soldato inglese: gli apre la porta di casa e lo nasconde in soffitta.

“Non l’abbiamo fatto soltanto noi – dice Rosina 47 anni dopo – tanta gente del paese ha aiutato quei poveretti. C’era appena stato l’armistizio e dal campo erano scappati in molti verso le montagne”.
Sapeva quel che rischiava?
“Sì, ma siamo gente di buon cuore. Avevo 21 anni e due figli piccoli, mio marito era in guerra. In cuor mio speravo che se fosse accaduto a lui qualcuno avrebbe fatto altrettanto”.

Il fatto è che oggi, grazie a Skype, Rosina Spinosa in Abruzzo e Len Harley a Billericay, nell’Essex, si sono rivisti. Quasi 95 anni lei, 98 compiuti lui.  “Quando i loro visi sono apparsi sugli schermi dei computer, i figli raccontano che mentre si sorridevano e salutavano con la mano gli occhi sono ritornati brillanti”.

La storia la racconta oggi Repubblica e la trovate qui. Lui, scampato il pericolo e finita la guerra, non ha mai smesso di cercarla. Nel 2009 è andato fino a Sulmona, nelle montagne in cui lei l’aveva nascosto. Ma lei era in America. Alla fine, dopo 74 anni, ce l’ha fatta.

Forse Skype non è stato il modo migliore per rivedersi, le chiede Cristina Nadotti di Repubblica
“Lo uso sempre per parlare con le mie nipoti in America, ci sono abituata. Però ho pensato che vorrei vederlo di persona. Len ha continuato a ringraziarmi anche adesso, a ripetere che avevo rischiato la vita per lui”.

E lei?
“Gli ho detto che non avrei potuto fare altrimenti”.

Mentre si cercano prove dell’esistenza del Molise intanto leggetevi quelle dell’esistenza dell’Abruzzo. E del cuore, del gran cuore, dell’Italia.

Ragazza e soldato

Foto Repubblica

Abbiate Pietà

martedì, febbraio 18th, 2014

Giunto in semifinale fino allo sportello della biglietteria, alla fine domenica Monuments Men ha prevalso su Smetto quando voglio. Determinante si rivelava lo sprint finale del Professor Pi

-Meripo’, considera anche i protagonisti

che nella mia accezione erano Matt DamonBill MurrayJohn GoodmanJean Dujardin e George Clooney, nella sua Michelangelo, Degas, Raffaello, Renoir, Picasso e colleghi.

La storia, vera, è quella della più grande Caccia al tesoro messa in piedi in tempo di guerra, la seconda mondiale, per trovare e restituire le opere d’arte rubate dai nazisti prima che Hitler le distrugga. Tra le opere c’è uno dei capolavori di Michelangelo, la statua della Madonna di Bruges. Lo racconto oggi quttrocentocinquantesimo anniversario della morte di Michelangelo Buonarroti.

Una delle domande che il film ci fa mentre stiamo spaparanzati sulla poltrona è se valga la pena dare la vita, letteralmente, per l’arte. perché lì così accadde. Farsi sparare in petto per difendere una statua, un quadro, una tela, una scultura.

E forse è questo che dovremmo pensare ogniqualvolta l’arte la calpestiamo: non stiamo mandando alla malora solo la nostra storia, la testimonianza di chi siamo e da dove proveniamo. Stiamo rendendo inutile anche il sacrificio di chi per quel patrimonio ha dato o speso la vita.

Insomma mi veniva in mente, guardando tutto quel sangue in guerra, che aver cura dell’arte non è un vezzo da intellettuali o da nullafacenti ricchi di famiglia che possono permettersi il lusso di occuparsi del superfluo ancorché divino: è anche difendere quello che siamo e siamo stati. E difendere la memoria chi ci ha permesso di arrivare sin qui.

Se non vogliamo farlo per l’arte facciamolo per la Pietà. Pietà umana.

“Tutto quel dolore? E’ la guerra: per questo l’Italia la ripudia”

domenica, gennaio 29th, 2012

Per quelle strane coincidenze della vita due giorni fa vi ho parlato degli “ebbrei“. O meglio, ne ho fatto parlare quella bambina di dieci anni che è mia madre. Quella storia la raccontai in un libro (quello che ricordava Nomfup): misi mia madre davanti a un registratore e le chiesi di raccontarmi che cos’è la guerra, quando hai 10 anni. Poi chiesi a Oscar Luigi Scalfaro di scriverne una Prefazione.
Mi rispose che ormai scriveva poco ma soprattutto mi disse:  “e cosa posso aggiungere io a quel mare di dolore che parla così bene da solo?”.
Però lo fece. “Per quella bambina”. Mi mandò quattro cartelle scritte a macchina, mentre eravamo in pieno conflitto iracheno. Queste sono le ultime righe:

Tutto quel dolore? “E’ la guerra. Per questo l’Italia la “ripudia”. (…) Mentre esce questo diario così vivo e doloroso altra guerra non ha ancora cessato di insanguinare l’umanità. Ed è sorta la teoria della guerra preventiva che non trae legittimazioni nel diritto internazionale e tanto meno nei principi generali dell’etica e con le bombe intelligenti sono apparsi, nel linguaggio che tutto aggiusta, i morti e i feriti del fuoco amico! (…)
Per chi legge qui c’è il breve diario di una sofferenza dovuta alla guerra; una sofferenza piccola di fronte all’immane devastazione della guerra. Ma l’umana sofferenza può mai essere chiamata piccola?
Questo certamente non è il pensiero di Dio.
E quanti di questi piccoli e ignoti episodi di guerra? Migliaia? No, milioni e milioni, un’alluvione di umano dolore: e questo dolore quanto vale?
Quanto vale per ciascuno di noi?
Quanto vale per te che leggi?”.

Gli ebbrei

venerdì, gennaio 27th, 2012

Io in questa masseria poi alla fine non è che ci sto tanto male. Certo fa un sacco freddo. E non c’è tanto da mangiare. Però mia nonna quando trova un uovo mi mette sotto alla sua mantella e me lo fa mangiare. L’uovo alla mantella: me lo fa così per non farmi vedere dagli altri bambini che stanno qua e non ci hanno manco l’uovo.
Mamma e papà e Carlo e Teresa non lo so dove sono. Però dice nonna che fra poco li ritroviamo.
Pure quelli vestiti di nero con gli stivali che si sono presi casa mia poi si vede che avevano freddo. Perchè hanno fatto un fuoco. E però hanno bruciato pure la casa. E poi anche tutto il paese.
Noi l’abbiamo visto da quassù che bruciava. E nonna piangeva. E anche questi altri qui sfollati nella masseria. Però pure loro la sera si fanno il fuoco e ci mettiamo tutti intorno per scaldarci. Ma non abbiamo bruciato la masseria. Ancora no.

E ieri sera diceva la comare che ci abbiamo tante sciagure ma per fortuna non ci abbiamo gli ebbrei da nascondere, che sono già scappati. Gli ebbrei li prendono sui treni, ha detto. E poi ha abbassato la voce. E allora io ho capito: gli ebbrei sono una malattia contagiosa e perciò nessuno la vuole prendere e, se la prende, la deve nascondere.

Allora ho chiesto a nonna: come sono fatti gli ebbrei? E i bambini ebbrei? E lei è stata zitta. E quando nonna sta zitta sulle malattie vuol dire che è una cosa grave.
Speriamo che non mi prende pure a me gli ebbrei. Che ci manca solo questo. Speriamo che gli ebbrei non gli venga a nessuno.

Io mi chiamo Tilde. E sono  la mamma di Meri Pop. Ho 79 anni. Ma il 27 gennaio, ogni anno, ne ho di nuovo 10. Per dimenticare. Che questo è stato.