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Ma basta, fra noi, una parola

mercoledì, aprile 16th, 2014

Oggi sul socialcoso del cinguettìo c’è un giochino che, con la parola d’ordine lì denominata hashtag, #ScrittriciAmate -promosso dal benemerito @CasaLettori- ha invitato l’utenza tutta a indicare nei 140 caratteri una scrittrice. Amata. Nome e qualcosa.

A lungo tormentata nella moltitudine alla fine ho chiuso gli occhi e la prima che mi è venuta in mente -e da lì non s’è più spostata- è stata Natalia Ginzburg. L’ho scoperta da grande, chiariamolo subito, da parecchio grande. Alcuni anni fa. E incontrandola con “Lessico famigliare” poi ho cercato di recuperarli tutti.

Senza farla troppo lunga dirò che una frase, di quel lessico, mi ha accompagnata da quell’incontro:

“ma basta, fra noi, una parola”

(vi metto tutta la frase, dai:
“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”. Natalia Ginzburg, Lessico famigliare).

Per dire che, anche a non vedersi, mai anche a rincontrarsi dopo tanto per strada, anche a stare bendati in un luogo senza vedersi… “ma basta, fra noi, una parola” per ritrovarci.

Lei parlava della sua famiglia. Io l’ho sempre legata al senso dell’amore profondo in generale: se dovessi, anche oggi, definire cosa sia amare qualcuno, anche a dispetto delle incazzature che ci provoca e che gli provochiamo, delle differenze, delle distanze, io direi che amore è quella cosa in cui basta fra noi una parola per ritrovarci. Ognuno ha la sua e ciascuno, con ciò che a un certo punto inizia a sentire come “parte di sé”, sviluppa prima che un sentimento un linguaggio. Che lega. E fa riconoscere.

Ma basta fra noi una parola. Anche solo una. Quella. La nostra.

E quindi per me, al contrario, il segno che l’amore finisce non è quando finisce il sentimento: ma quando finiscono le parole. Quando le “nostre” smettono di appartenere a noi due. E mestamente se ne ritornano allo Zanichelli.

Black&white

giovedì, luglio 26th, 2012

Interno giorno, metro A ora di pranzo.
Si aprono le porte entro nel vagone, gente in piedi anche se c’è un posto libero accanto a un uomo con un cane sdraiato a terra.

Rapido body e dogscanner: sarà un punkabbestia lui? Sarà un feroce mastino napoletano quello a terra? No: sono un non vedente e il suo labrador nero. Mi guardo intorno, hanno gli occhi di tutto il vagone puntati addosso.

Mi siedo. Accanto.


Black -lo chiamerò così da ora in poi, era il cane di mia madre da piccola- sonnecchia ma quando sente il fruscio della Meri seduta socchiude un occhio, mi Meriscannerizza poi lo richiude. Direi un 50 chili di tosta morbidezza spaparanzati. Tutti continuano a fissarli. Un po’ di sottecchi anche io. Black riapre gli occhi, tira su il muso e ci guarda pure lui. Tipo:
-‘A belli, che ci avete da guardà?

Ridistogliamo gli sguardi. Il suo padrone si china e lo accarezza, quasi avesse percepito che è in allerta. Lui arisonnecchia.
Si riaprono le porte, entrano fra gli altri due teenagers i cui occhi funzionano benissimo ma sul cui cervello mi permetto di nutrire forti dubbi. Lui dice a lei
-Aò ce sta un cane, ce mancano solo i cani
Lei, l’intellettuale della coppia:
-A ‘o vedo ‘o vedo, è un cane de ciechi, viè scansamose da sta bestia

Black si ridesta, si siede e li punta ma con sguardo quasi compassionevole, direi tipo
-Poracci
Il suo padrone si riaccuccia e lo stropiccia sotto alla collizzera con tutte e due le mani (come si chiama il sotto collo peloso e foffo dei cani?) e io purtroppo, siccome è un periodo che ci ho l’ormone agganciato allo spread, un po’ mi commuovo, mi si riempiono gli occhi di lucciconi ma in silenzissimo. Lui, il padrone di Black, quasi lo sapesse, lo riaccarezza e bisbiglia
-Da quando ce l’ho è come se non mi mancasse nulla

Ok, panico. Ormone da scudo europeo e intervento urgente de Draghi nel senso quello della Bce.
Guardo Black e penso che proprio quell’amico tutto nero è la luce di quell’altro. Non solo i suoi occhi: è forse, soprattutto, la compagnia intelligente, quella che intorno scarseggia.

Infatti, quando scendiamo -e scendiamo tutti e tre alla stessa fermata- il povero Black viene investito da una marea di piedi senza occhi che non guardano dove vanno e finiscono addosso a un cane-guida: il pericolo maggiore non sono gli ostacoli fissi ma le persone mobili, che vagano senza prestare attenzione a niente.

Qualcuno, urtandolo, urla o se ne allontana a molla: spettacolo che dice molto anche sul perchè poi tanti continuino a fare tutto il resto così -da sbandati inconsapevoli, trascinati solo dall’onda del resto dell’umanita- compreso votare.

Scusatemi se l’ho fatta così lunga. E’ che non riesco a staccarmi da Black. Che quando quello diceva che creare è vivere due volte, è che scrivere pure.
L’ho aspettati fuori dalla metro, ci hanno messo buoni dieci minuti a uscire prima di districarsi tra la folla.

E io l’ho visti andar via con questa musica in testa ed è così che continuo a immaginarmeli, mentre sfidano gli sbandati occhiomuniti:

Il male di leggere

lunedì, aprile 23rd, 2012

Perché una volta che il male di leggere si è impadronito dell’organismo, lo indebolisce tanto da farne facile preda dell’altro flagello, che si annida nel calamaio e che suppura nella penna.

(Virginia Woolf, da Orlando)

Che oggi è la Giornata Mondiale del Libro. E se serve una Giornata vuol dire che sta ridotto proprio male, no?

Bloggami ancora

lunedì, gennaio 30th, 2012

-Meripo’?
-Ramòn!
-Stai scadendo
-Nel senso troppe espressioni colorite?
-Meripo’ il sito
-Eh?
-Il dominio del sito, sta finendo: che devo fa’?
-Ma è una cosa che ha a che vedere tipo con la profezia dei Maya?
-Lo devo rinnovare per due anni oppure no sto Supercalicoso?
-Ma che, scade tipo l’Activia?
-Si. Allora? Vuoi proprio continuare?
-Ramòn, io in realtà certe volte penso effettivamente di chiuderlo
-Bene
-Come bene?
-No, dico, allora non rinnovo il contratto?
-Lo penso ma poi ci ripenso. Per i commenti
-Hai paura dei commenti che possono fa’ se chiudi? Ma guarda che devi sta’ tranquilla su sto punto, anzi…
-No, io volevo dire che penso di chiuderlo ma poi lo tengo aperto per i commenti che ci lasciano, che mi piacciono molto
-Cioè noi teniamo aperto sto coso tipo una casella postale, ‘a segreteria telefonica?
-Beh si, anche. E poi, Ramòn,come dice Glattauer
-EH?
-Daniel Glattauer “Scrivere è come baciare. Solo senza labbra

-A Meripo’ me sembri Vendola, macchestaiaddì? A baciarsi così sarebbe come mangià la vaschetta e buttà la Nutella. O ingoià er bigliettino e buttà il bacio Perugina.
-Ramòn, guarda, va bene: altri due anni così e poi vediamo
-Voi passà altri due anni a baciatte a sta maniera? 
-No, il sito: rinnoviamolo ancora, per stavolta
-Occhei
-Ciao Ramòn, grazie eh
-Ciao……..
…..Meripo’?
-Si?
-Però famme na cortesia: in questi due anni cercatelo, anzi, trovalo.
-Ma chi?
-Uno da bacià come se deve. Ciao Meri

A tutto il meglio che ci meritiamo, eccheccavolo

sabato, dicembre 24th, 2011

Questo post esce per farvi gli auguri e poi se ne torna in aeroporto. Che io a quest’ora dovrei essere in qualche imbarcadero di imbarcaggio su una tratta  Roma-Cairo-Addis Abeba. E vi penserò. Tanto. Perché io, senza sto blog e sto Fèisbuc e ora pure sto Twitter chissà invece dove sarei a quest’ora. A terra, credo. In tutti i sensi.

Tribù Karo, Omo river

E insomma a me scrivere ha fatto anche un po’ volare. In senso figurato. E anche no. Mi ha fatto prendere aerei per Paesi che manco avevo mai sentito nominare, per dire. Ma mi ha fatto soprattutto raddoppiare il tempo della vita: una la vivo e una la racconto. E raddoppiare contestualmente anche il tempo dei viaggi: uno lo faccio con il professor Pi e i compagni del primo viaggio e uno lo rifaccio con voi quando torno e ripartiamo perché ve lo racconto. E lo capite che, mentre per il primo c’è una quota da pagare, quello con voi è impagabile. E di questo non solo vi ringrazio ma proprio vi meripoppo.

E ci auguro tutto il meglio che ci meritiamo. Che ce lo siamo meritato eccome. Eccheccavolo. E buon Natale. Oh.

(E vi metto questo che a me senza questa musica non è Natale. E questo video mi fa impazzire, che fra l’altro il direttore mi sembra Harry d’Inghilterra)

Ci vediamo l’8 il 9 gennaio. Che mi date un’innafiata alle piante? Ah e spegnete le luci prima di andarvene la sera. Se poi v’avanza qualcosa del cenone lasciate pure in frigo. Inoltre… e vabbè ho capito che vi sto scassando i cabbasisi e allora ciao eh. Cià.

Non scrivete, sarà la vostra rovina

giovedì, ottobre 21st, 2010

Meri Pop è lieta di salutare l’ingresso di un nuovo astro collaborante nell’Empireo di Supercalifragili in “quota blu”. Andrà a tenere compagnia al professor Pi e, speriamo, a incoraggiare altre leve azzurre.


di Mario Horse

Cara Meri,
inorgoglito dall’ingresso nel tuo blog, ho degli ulteriori corollari per il tuo ormai non più decalogo:

1) Non scrivete, sarà la vostra rovina
tratta da una frase di Denis Diderot (Questo non è un racconto, Ed. Studio Tesi s.r.l. 1994) che scrive:
“Io cento volte ho ripetuto agli amanti: non scrivete, sarà la vostra rovina”
e quella un po’ più lepida

2) Siate devoti/e, non fedeli
tratta dall’analoga frase del Gianni Agnelli in risposta a chi gli chiedeva se fosse un marito fedele. “Sono devoto” Egli disse lapidariamente rimoboccandosi l’orologio.

 

Bright Star

martedì, giugno 22nd, 2010

Dopo addio alle armi mi pare che oggi ci sia un’aria di addio al cazzeggio. Ne approfitto. Solo oggi, eh, non fatevi strane idee. Domani si ricomincia.

In pillole
E’ un film sul ricamo e sul cucito. Sull’arte di trasformare il tessuto e su quella di tenere insieme le parole.

Dunque, lei si occupa solo di ruches e cappellini, lui solo di versi finchè le loro anime di incontrano e non ce ne sarà più per nessuno.

E’ un film sulla poesia e già questo sembra un azzardo sufficiente: che qualcuno possa ancora pensare di tenere testa ai Vanzina con John Keats. Senonchè qui è ancora peggio perchè, si, la storia d’amore c’è, e che storia, e c’è la passione che arriva, travolge e spazza via ogni cosa senza mai scoprire una sola parte del corpo.

Questi due neanche si baciano: al massimo congiungono o appoggiano labbra, intrecciano mani, sfiorano visi, accarezzano vestiti.

Eppure neanche Tinto Brass è mai riuscito a trasmettere una carica erotica e passionale come quella che Jane Campion (quella di “Lezioni di piano”) fa passare in due mani che si cercano attraverso un muro, da dietro una porta chiusa, sul foglio che, scrivendomi devi prima baciare perchè io che lo ricevo possa, ribaciandolo, poggiare le mie labbra dove tu hai già poggiato le tue. Una pazzia. Appunto.

E’ un amore senza sesso e senza scampo, dal quale si uscirà solo con la morte e forse neanche più con quella.

E’ una storia di lettere scritte a mano che devono attraversare anche gli oceani. Non hanno l’immediatezza dell’sms. Non ti portano l’amore di adesso ma quello di un mese fa. Un amore pieno di niente, per come lo osserviamo ormai da qui.

Eppure quando sulla poltrona di ciascuno di noi è arrivata la notizia della sua morte, la sala è ammutolita e ha iniziato a disperarsi in quel grido senza fine di Fanny Browne in una scena che, da sola, vale il prezzo del biglietto. Una scena nella quale vorresti alzarti anche tu e far spegnere i suoi singhiozzi tra le tue braccia.

E’ un film su un amore che è l’ordito e la trama, su un ago che penetra con fatica nella tela ma che, quando riesce a farsi strada, costruisce un ricamo perfetto; è un film su un amore che non ha bisogno di toccare continuamente perchè “il tatto ha memoria”; un amore che è lavoro paziente, cura costante, attesa struggente, desiderio sempre acceso, domanda che ti appaga anche senza la risposta.

E’ un film che non finisce nemmeno quando esci dalla sala, che senti ancora addosso tre giorni dopo e sai che, in quel modo, ce l’avrai sempre. Scritto sull’acqua e scolpito nel cuore.

Perchè di “una cosa” dopo queste due ore, adesso sei certa:
che “una cosa bella è una gioia eterna”.

In un minuto:

 

In cinque:

Ode to a Nightingale

L’esame di immaturità

martedì, giugno 22nd, 2010

Carameripop,
sposata da 10, bambino di 5, separata da 1. Capita che finisca. Capita che lui se ne vada con un’altra. Capita che abbia il diritto di farlo e capita pure che una faccia fatica ad accettarlo. Poi capita che comunque te ne fai una ragione. Però capita anche che un giorno mi ricoverano d’urgenza e che resto in una sala operatoria per sei ore. Avvertito dai miei genitori lui risponde: “Non penserete mica che con questa scusa torno a casa?”.
Ecco Meri Pop, allora magari capita che tu trovi qualcosa da dirmi o un po’ di zucchero per mandare giù la pillola di ansiolitico, o almeno qualcosa da darmi per capire con chi sono stata sposata dieci anni?
Giovanna L.

 
Meri Pop ha riflettuto parecchi giorni prima di decidere se pubblicare questa lettera, riassunta e meripoppizzata in accordo con Giovanna. Ma siccome è sbozzata l’estate e abbiamo sbozzato pure gli sms, la lettera di Giovanna la sbozziamo oggi che iniziano gli esami di maturità per tanti ragazzi dai quali la maturità la pretendiamo già a 18 anni per poi comportarci spesso come persone che non la raggiungono mai per tutta la vita.
Dunque, Giovanna, non so dirti perchè spesso gli uomini, avendo a disposizione svariati milioni di opzioni, quando devono uscire di scena scelgono sempre la peggiore. Non so nemmeno se affidare il compito di indagare in questo mistero al Professor Pi, alla Levi Montalcini, al mago Otelma o Roberto Giacobbo. Certo è che, per quanto mi riguarda, io ho una buona notizia da darti: a te, prima o poi, passa, eccome se passa. Lui invece è probabile che rimanga per tutta la vita l’immaturo ma anche lo (siete tutti adulti e avete capito benissimo cosa) che è.

Ora però fatti bella, che stasera usciamo a festeggiare: il “problema”, mi pare, è passato nelle mani di un’altra. E noi abbiamo un sacco di cose e persone nuove da conoscere e incontrare.

Sbozza l’estate

lunedì, giugno 21st, 2010

Bozze: il limbo del telefonino. La camera iperbarica dei sentimenti non dichiarati.

Perchè le donne, spesso, scrivono innocui sms che non spediscono per poi rovinarsi definitivamente con quelli che, invece, mandano.

Tutto sommato potremmo approfittare di questa giornata per liberarli tutti, oggi che è il 21 giugno e, notoriamente, sbozza l’estate.

Comunicazione di servizio: e allora baciami ancora

mercoledì, giugno 16th, 2010

Interrompiamo momentaneamente le trasmissioni istituzionali di Supercalifragili per lasciare spazio a una comunicazione di servizio

“Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente”
(Daniel Glattauer – Le ho mai raccontato del vento del Nord)