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Pietransieri, il vento della giustizia sull’eccidio dei Limmari

martedì, novembre 21st, 2017

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto. E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi, vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

Eccidio Pietransieri

“Il sangue dei Limmari” (foto da http://chieti.blogspot.it/2009/08/per-custodire-la-memoria.html)

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana. Arrivò un giorno sulla piazza del paese e mi disse

-Vai a cambiarti, scarpe comode e pelo sullo stomaco
-Ma dove andiamo?
-Nell’inferno

Arrivammo al sacrario di Pietransieri, in cima a una salita, un tempio le cui le pareti sono interamente coperte di targhette di pietra con il nome e l’età di ciascuno degli uccisi. Tutto intorno silenzio. E in silenzio siamo stati lui ed io anche per il viaggio di ritorno a San Pietro.

Sacrario di Pietransieri

Sacrario di Pietransieri (foto da http://www.goticoabruzzese.it/pietransieri-eccidio-limmari/)

Ma su questo eccidio che sembrava dimenticato è arrivata pochi giorni fa una sentenza storica, dopo quasi 75 anni (e ringrazio Alessio per avermelo segnalato): la Germania, in quanto Paese successore del Terzo Reich, è stata dichiarata colpevole dell’eccidio dei Limmari e condannata dal tribunale di Sulmona anche al risarcimento, 1,6 milioni di euro al Comune di Roccaraso e circa 5 milioni di euro da versare a gran parte degli eredi delle vittime.

Una sentenza storica e coraggiosa che porta la firma di una donna, la giudice Giovanna Bilò, magistrato dal 2012. “La verità -scrive- è che una simile strage fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca”.

Il tempo -secondo Constantin Stoica- è uno strumento sul quale solo Dio sa suonare. Stavolta lo ha fatto anche una giudice coraggiosa.

Giovanna Bilò

Lasciatemi contare

giovedì, marzo 10th, 2016

Si chiamava Giovannina ma la stazza da matrona romana avrebbe giustificato un più appropriato Giovannona. La nonna di mia madre. La mia bisnonna. Abitava in un paesino del Molise (che sì, esiste) che si chiama San Pietro Avellana e vanta, oltre a dei tartufi strepitosi, anche -da sempre uno- dei più alti tassi di alfabetizzazione nonostante le avverse condizioni geografiche, migratorie e nonostante le scorrerie di guerra che ne lasciarono solo poche macerie fumanti.

Nonostante questo curriculum disperante per chiunque i sampietresi, e le donne sampietresi, non si sono mai arrese.

Nonna e bisnonna avevano un negozio. Un di tutto un po’. E quando arrivò la notizia che anche le donne avrebbero potuto votare per la prima volta, il negozio diventò anche una sorta di sportello motivazionale.

E fu così che quando una delle clienti chiese alla bisnonna (mi perdonino i sampietresi, vado a orecchio col racconto di mia madre e la memoria è quella che è)

-Uà, cummar Giovannì, ma ciama ì a votà? (Commare, ma ci dobbiamo andare a votare?)

Lei senza scomporsi rispose

-Uà, cummà, n’avimm mai cuntat nient e mo’ che può cuntà quaccosa nci vuò ì? (Commare, non abbiamo mai contato nulla e ora che possiamo contare qualcosa non ci vuoi manco andare?)

La chiosa però la diede sua figlia, mia nonna, che nonostante fosse conscia del momento epocale applicò anche al voto la sua filosofia di vita del non accontentarsi mai, manco dell’evento straordinario e così rilanciò

-Sì è una cosa importantissima, arrivare alla cabina elettorale. Ma conteremo davvero quando potremo arrivare anche al governo

E dunque credo che, se fosse ancora qui, oggi si infastidirebbe assai per non esser ancora riuscite ad arrivare a Largo Chigi. Non da Zara, per un consiglio. Ma alla presidenza, del Consiglio.

Donne anni 40

E liberaci dal male

sabato, aprile 25th, 2015

Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si. Aveva dodici anni. E già non aveva più una casa, una famiglia, un’infanzia: gliel’avevano portate via da due anni.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dieci anni e non lo sai ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e a tutto il circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie.

Scappò, a novembre, con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto. E non solo lei: perché tanti bambini del ’45 furono salvati soprattutto dalle cure, dall’eroismo e dall’ingegno di altre donne: madri, nonne, zie, comari, vicine di casa.

Oggi ha 82 anni e nonostante non abbia più imparato a suonare il pianoforte sa molto bene cosa sia la libertà. E attraverso lei anche io in qualche modo so quanto sia costata. Quindi oggi ringrazio soprattutto #ilcoraggiodi tante donne, #ilcoraggiodi ricominciare e #ilcoraggiodi andarsi a riprendere sempre la libertà. A qualunque prezzo.

Buona Festa della Liberazione a Tutte e a Tutti.

La sindrome del caciocavallo

martedì, febbraio 24th, 2015

Oggi parleremo dei caciocavalli. E’ una delle cose che mi mancano di più di quando ero piccola: la visione di tutti quei caciocavalli appesi nel fondaco di nonna. In quel di San Pietro Avellana,  Molise quello tosto. Lei li vendeva in negozio ma è nel fondaco che andavano fatti stagionare. Odori e sapori che stanno lì a far da amarcord. Che ognuno ha avuto le sue merendine. E io i caciocavalli. Oggi probabilmente irromperebbe Jean Claude Juncker in persona, corroborato da squadre di funzionari Ue, e glieli farebbe tirar giù tutti.

Ora, dice, che caspita c’entra il caciocavallo con i tradizionali guainostri d’amore? C’entra. C’entra perché è da anni che la mia amica Teresa aspetta che lui si decida a decidersi e che scelga di sceglierla. E’ una situazione, come dire, sospesa. E ce lo diciamo sempre, che è sospesa. Ma ieri a un certo punto alla domanda

-Allora novità?
-No, sempre in sospeso. Come una nuvola

mi è tornata in mente la scena di quando nonno scendeva a tastare e testare caciocavalli per decidere quale fosse pronto per esser tirato giù. E dunque, Teresa, volevo dirti che se invece di sospesa diciamo appesa secondo me diamo un contributo alla causa.

Perché, pensiamoci Teré, dire che ti tiene in sospeso come una nuvola è tutto sommato anche molto poetico. E dunque propongo che, dalla prossima volta,la presa di coscienza viri più realisticamente su

-Allora, novità?
-No, sempre appesa. Come un caciocavallo

Fin dove ti ho accompagnato?

giovedì, maggio 22nd, 2014

E’ stato davanti a un piatto di gnocchetti zucchine e pachino che oggi mia madre, classe 1933, cercando di contenere gli aggiornamenti su venti giorni di arretrati nell’arco di mezz’ora, mi raccontava della difficoltà di chi dopo una vita da protagonista  si ritrovi a viverla da spettatore e di ricordi.

La vita da protagonista, lo specifico subito, si è svolta per quarant’anni nelle aule delle scuole più incredibili d’Italia. Tra queste anche la scuola allestita nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma. Scuola dove, quando lei arrivò, tra i tanti casi c’era quello di Graziella, una donna di 35 anni che passava tutto il giorno -per sua scelta- a lavare pavimenti come una forsennata inginocchiata accanto a un secchio d’acqua. E guai a tentare di farla alzare o distoglierla. Al punto che dovettero confezionarle delle ginocchiere perché si era letteralmente sfranta entrambe le ginocchia.

Parlare di “recupero” nel caso di Graziella avrebbe potuto apparire quantomeno velleitario. Ma si decise che invece era da lì che occorreva partire. A un certo punto scoprirono che in realtà il suo sogno sarebbe stato quello di raccogliere cartoni. Quindi uscendo. Insomma per farla breve Graziella si alzò da quel caspita di pavimento, abbandonò secchio e spazzola, trovò una bicicletta con un carrellino fuori ad aspettarla e iniziò la sua nuova vita di raccoglitrice di cartoni. Dopo qualche tempo uscì anche dall’ospedale e andò a vivere in una casa famiglia. (La chiameremo Graziella proprio in onore della bici, eh, che non lo so come si chiamasse).

Questo accadeva, credo, una venticinquina di anni fa. Mentre una decina di anni fa mia madre ritrovò, dopo 50 anni, alcuni alunni della sua prima classe, 43 bambini, di una scuola arrampicata sul cucuzzolo di una montagna nel suo paesino del Molise chiamato San Pietro Avellana.

-Ecco, Meripo’, quando ripenso a tutti loro e quando penso a quelli che non ho più rivisto, mi farebbe piacere sapere una sola cosa: che persona sei diventata? Fin dove ti ho accompagnato? So le difficoltà del posto in cui ci siamo incontrati: dimmi dove sei arrivato.

Che è quello, aggiungeva, che tutto sommato dovrebbe fare chi è chiamato a guidare qualsiasi cosa. E dunque anche nei rapporti personali, sempre, chiedersi: dove possiamo andare, insieme?

L’olio di Giovannina

giovedì, ottobre 31st, 2013

Avvicinandoci alla ricorrenza dei Santi e dei morti, che son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità.

Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Per farla breve mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità.

Ora c’è che qualche giorno fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L’immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Uno gliel’ha scritto proprio sulla bacheca, ad Alessio (Alè, hai capito, mo’? E’ mia madre…) Madre che giusto ieri sera, ricordandomi della foto di Alessio, mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioé la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po’ d’olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli I promessi sposi.

Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l’olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere… i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita.

-Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida?

-Ora vedrai – rispose

Fece bollire un po’ di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell’olio si raffreddasse e si conolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire i Promessi Sposi.

Ieri sera parlandone con mia madre al telefono a un certo punto lei si è interrotta. Ha preso fiato. Poi mi ha detto:

-Sono passati settant’anni. A rievocarlo oggi mi sembra un racconto irreale, quasi come se non mi riguardasse più, come fosse la storia di un’altra. Chissà come mai

Non lo so, mamma. Però forse è arrivata l’ora della legittima difesa. E sarebbe pure ora.

Grazie ad Alessio Dell'Arciprete

E adesso ci vuole una bella canzone. Di guerra e di amore. Questa

Vai a chiamare Marconi

venerdì, aprile 12th, 2013

La parola di oggi è “saggi”. Anche “catoblepa” ma su catoblepa non ho nessuna testimonianza in famiglia. Invece su saggi si.

Qualche giorno fa se ne è andato lo zio Carlo. E mentre se ne andava si è portato via pure un pezzo della nostra bambinità, mia e di mia sorella. Era “lo zio matto”. Geniale. Zio Carlo la sua, di bambinità, e anche l’adolescenza, le aveva investite in un paesello di montagna e s’era fissato con le radiocomunicazioni delle quali è stato un antesignano. Immaginate la scena: cucuzzolo del Molise anni ’50, sto ragazzo chiuso tutto il giorno nella stanzina ove incombono aggeggi autocostruiti che emettono incomprensibili gracchiolii. Giusto ieri ho incontrato il suo amico, suo di zio Carlo, Roberto che mi ha raccontato
-Ma ti ho mai detto di quando tuo zio costruì l’antenna con le canne di bambù?
-Eehh??
-Si, che tutti noi ci chiedevamo “ma dove l’ha rimediate le canne di bambù, che qui stiamo a mille metri e lui non si muove mai?” e io le guardavo con invidia
-Perché volevi fare pure tu il radioamatore?
-No, Meri, perché avrei voluto andarci a pesca

Ecco, per dirvi, quando con le canne al massimo ci si poteva andare a pesca. Quel periodo lì. E dunque vi dicevo che zio Carlo da quel cucuzzolo, adiuvato da canne di bambù in foggia di parabolica sul tetto, dopo estenuanti tentativi di trovare un modo per connettersi col resto del mondo laggiù dal cucuzzolo, tipo il “Doc” di Ritorno al futuro ma con l’età del giovin Martin McFly e senza la DeLorean, dopo ore e ore di tentativi otteneva solo un “CQItalia1LB ti sento” e poi era di nuovo “cccccssshhhhhhh cccchhhhhssssshh” fino al giorno dopo.

Ecco mentre tutta la famiglia sfiancata, incacchiata e incredula tentava inutilmente di stanarlo da quell’antro radiattivo nel senso attivo per le trasmissioni radio, arrivò un giorno nonna Giovannina (che oggi sarebbe la mia bisnonna) e, con la minestra ormai fredda sul tavolo, pregò tutti di calmarsi, poi si rivolse a mia madre e disse:

-Vai a chiamare Marconi. E digli che è pronto

Insomma, zio, è così che mi piace ricordarti: con l’aria stupefatta di “Doc” e di Martin.


E poi, siccome la vita è generosa e ci vuol bene, sapete in che via abita mia madre? In Via Guglielmo Marconi

Mo’ ti faccio il cucchiaio (cit)

sabato, marzo 30th, 2013

Triduo pasquale/3

E poi c’era che il venerdì era digiuno e astinenza e il sabato Santo praticamente pure, nel senso che ci si preparava alla domenica. Però il sabato si iniziava a cucinare e quindi si smangiucchiava che era una bellezza: solo per preparare le lasagne al forno, per dire, si iniziava la mattina del sabato dalle polpettine al sugo e si finiva la sera lessando le sfoglie di pasta, il tutto intervallato da sanguinolenti  pezzi di abbacchio messi a macerare fuori dal balcone e soprattutto la “preparazione della crema”.

Ora la preparazione di questa crema, che doveva essere trasportabile anche per il lunedì di Pasquetta per la scampagnata in luoghi ove, fino a maggio, la notte si va tranquillamente sottozero, in realtà non era un dolce: era l’accesso a un’esperienza mistica.

La crema di nonna Aida prevedeva l’arrivo delle uova ancora calde di culo di gallina il venerdì Santo sera. C’era la vicina che bussava che era già notte e urlava da sotto:
-La Vrnù (la Vernucci, cognome da signorina di nonna, tanto per capire quanto si stava avanti là indietro) tieng l’ova

La Vrnù apriva, prendeva il cestino di vimini e iniziava una estenuante trattativa su cosa offrirle, con elenco dettagliato che variava dal caffè al brodo alle sigarette per il marito al liquorino per il suocero. Puntualmente l’ovaista rifiutava gentilmente tutto e si riprecipitava a cucinare a casa sua.

Il sabato dopo pranzo iniziava la preparazione della crema. Mentre nonna girava lentamente quel denso e profumato fiume giallo, recitava delle preghiere atte a non farla impazzire. La crema. Nonna ha usato lo stesso cucchiaio mi pare d’argento o comunque di metallo per circa cinquant’anni: al punto che la parte tondeggiante sinistra si era consumata conferendogli una forma semi sinusoidale.

E io non so se, visti i tempi che corrono, basti un poco di zucchero: ma i miei auguri, oggi, ve li faccio così, offrendovi un poco di crema di zucchero di nonna Aida. Quella scacciaguai. Quella che non sarebbe mai potuta impazzire perché la guidava, oltre la sua mano esperta, la preghiera segreta che, ancora oggi, nessuno sa. Due ingredienti, saggezza e protezione, dei quali avremmo bisogno ora più che mai.

Auguri, supercalifragilini. In punta di cucchiaio. Tipo Totti.

I sepolcri

venerdì, marzo 29th, 2013

Triduo pasquale/2
Il venerdì Santo, comunque iniziasse la giornata, verso le tre virava verso freddo e pioggia. Mia nonna Aida alzava un occhio alla finestra e, con la stessa naturalezza con la quale avrebbe detto “ritiriamo i panni”, spiegava che “Gesù muore quindi anche il cielo piange”. Poi si dirigeva verso la sua camera da letto e aggiungeva:
-Copritevi che andiamo ai sepolcri

Andare ai sepolcri significava andare all’unica Chiesa del paese in cui era stato allestito, dopo la Messa in Coena Domini, l’altare funebre. Si “adorava la croce”, si dava un bacetto “sul costato di Gesù” sanguinante, ci si inginocchiava -mia sorella ed io, quasi uniche bambine col cappottino colorato in una schiera di donne anziane di nero vestite e velate- e si iniziava a pregare. Pregare era un diffuso bisbiglìo in latinodel quale non riuscivo a intercettare neanche una parola, comprese quelle di mia nonna, per cui ricordo che una volta, per non stare zitta, iniziai pure io a dire consonanti e vocali a casaccio in fila per imitarne l’effetto, una cosa tipo:
-aaaavvvvvvmmmmmmmrgrrrzzzzpllll dddmmmmuuummmm

Solo qualche anno dopo, alle scuole medie, riuscii ad aggiungere le lettere mancanti fino ad ottenere un più comprensibile

-avemariagratiaplenadominustecum benedictatuinmulieribus

Non capivo ma mi sentivo comunque partecipe di un momento importante. Sacro. Ricordo gli sguardi imploranti con i quali le vecchiette nerovelate si rivolgevano alle statue circostanti e avevo la certezza che, qualsiasi cosa stessimo facendo, da qualche altra parte avrebbe dispiegato un perché. Che ci avrebbe aiutati.

Poi si usciva per la processione, a passo lento. Ma siccome nonna a una certa ora doveva aprire il negozio piano piano acceleravamo e ci limitavamo al giro breve.
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo
diceva fra sé e sé nonna accompagnando la giustifica verbale con il segno della croce

Poi si andava ad aprire il caspita di negozio e quando vedeva i vecchietti, maschi, fuori in fila che aspettavano per le sigarette, si rigiustificava dicendogli
-Eh nu poc di sacrificio vi fa bén

Il rito dei sepolcri durava si e no un’ora. Dice il professor Pi che invece lui doveva farsi “il giro delle sette Chiese”, che iniziava la mattina e finiva il pomeriggio.  Ed è uno dei motivi per i quali sono grata di essere pasqualmente cresciuta in un paese piccolissimo che di Chiesa ne aveva una sola.

E siccome lui, il professor Pi, non mi sembra strutturalmente molto devoto mi stupivo sempre del fatto che lo ricordasse con un discreto entusiasmo. Così ieri gli è scappato. E ha detto che
-Certo Meri, che facevo il giro delle sette chiese. Era un ottimo modo per andare a giro tutto il giorno

Non so che ne pensi nonna Aida: e cioè se anche per il professor Pi valga quel
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo

Profumo di nonna

giovedì, marzo 28th, 2013

Nostalgia. Se dovessi riassumere che aria mi tira dalle parti della Pasqua io direi nostalgia. Nostalgia olfattiva. Chi è stato piccolo andando al paese dai nonni secondo me la riconosce dall’odore, questa nostalgia. I dolcetti di Pasqua, ovunque voi foste, vi resteranno nelle narici tutta la vita. Insieme, tipo, all’odore dei camini che si diffondeva nell’aria gelata (nel mio caso) in quel di San Pietro Avellana provincia di Isernia, mille metri sul livello di un mare che la maggioranza dei sampietresi non avrebbe visto mai. Insomma il giovedì Santo iniziavano i preparativi della partenza: macchine cariche non ho idea di cosa, come si dovesse emigrare senza ritorno, accurati preparativi di valigie attrezzate per spedizioni siberiane, improbabili regali ai nonni che inutilmente e orgogliosamente raccomandavano di “non portare nulla che qua c’è tutto”.

Si arrivava verso il tardo pomeriggio del gioveddìssanto pur partendo la mattina (non so come mai per percorrere 300 km. in macchina si prevedessero addirittura un paio di fermate di ristoro per strada). Va anche detto che essendo la destinazione il Molise, mai avvertito dell’avvenuta unificazione italiana e dunque mai incluso nelle connessioni ferroviarie (ve lo dico, ancora oggi lì si viaggia a un binario, a giorni alterni) e mai pienamente in quelle stradali e autostradali. Restando solo il cielo come via d’uscita (nel senso “che il ciel ci aiuti”) si confidava dunque “nella Divina Provvidenza” ancor più che nella Roma-Napoli e nella Statale6 direzione Venafro.

Che si fosse in dirittura d’arrivo ce lo diceva il cambio di odore che si poteva inalare abbassando un pezzetto di finestrino, apertura a bocca di lupo: col naso in fuori sniffante tipo Bracco da tartufo, si inziava a seguire la scia dei caminetti fumanti e di una strana commistione fra bracicolata e ciambellone.

E finalmente la festa iniziava il gioveddìssanto sera, dopo ore di transumanza, quando -opportunamente accolte dai nonni che accompagnavano l’avvenuto approdo con uno sbrigativo “Uè, guagliò”, che non erano tempi di vezzeggiativi o smancerie- ci si trascinava su per scale di pietra prima e legno poi con tutte le carabattole romane per approdare infine “nella stanza vostra” dove avremmo dormito tutti e 4 insieme (ciascuno nel letto suo, opportunamente riscaldato da una cosa chiamata “prete”, sorta di attrezzo di legno che teneva sollevate le coperte dentro al quale veniva posto un braciere.

Ecco, l’odore del braciere era il primo segnale della felicità. Seguito a ruota da quello che arrivava di nascosto dallo “stanzino”, un bugigattolo buio pieno di cianfrusaglie nel quale -in Quaresima- venivano nascosti e parcheggiati i dolci per la domenica di Pasqua: mostaccioli, ferratelle, peccellato.

A questo punto, guardando la qui presente foto, dovrebbe risultare abbastanza chiaro che a me le profezie di Gaia me fanno un baffo, provenendo direttamente non tanto dal cielo, come un’emula di Mary Poppins ombrellomunita dovrebbe, ma direttamente da Antarea, Cocoon.