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Dallol, dove niente è gratis

martedì, gennaio 18th, 2011

2 gennaio 2011  

Alle ore 5,40 antelucane risuonava nell’accampamento simildancalo l’inno del risveglio: “forza, che andiamo a vedere la carovana che riparte”. E dunque, trascinatisi tra le altre capanne del villaggio Afar intento pure lui nelle operazioni di lento risveglio, i nostri planavano nella radura sottostante dove centinaia di cammelli, cammellieri, asini, basti, carichi e suppellettili si rimettevano in marcia alla volta di Bere Ale con il salato carico.  

Carovana al risveglio - Foto professor Pi

Saltando tra un fuoco del caffè e uno atto alla preparazione della locale e ogniorapresente injera, Meri Pop e i suoi compagni di viaggio vedevano sorgere il sole contornati da uno spettacolo che pure qua ci vorrebbe Emilio Salgari e non Meri Pop.  

Salutate le carovane si ripassava tutti tra i risvegliantisi Afar che, qui è ora di specificarlo, già quando sono svegli di norma non si contraddistinguono  per affabilità, socievolezza e tantomeno per ospitalità, figuriamoci prima del caffè.  

Afar di buonumore al risveglio - Foto professor Pi

E’ però anche qui il caso di specificare che Meri Pop ha visto con i propri occhi una bellissima donna Afar, affusolata in un regale tendaggio che le lasciava scoperti solo i magnetici occhi, prendere vigorosamente e più volte a calci una polverosa copertaccia arrotolata fuori dalla mesta capanna contenente presumibilmente suo marito.  

Sempre questa mi sembra la sede adatta per finalmente chiarire che se Meri Pop avesse trovato il coraggio di leggersi prima di partire qualcosa della destinazione che pur aveva scelto e prenotato avrebbe, ad esempio, appreso questo illuminante proverbio Afar:  

“E’ meglio morire
che vivere un giorno senza uccidere”.  

Non so se ora vi sia più chiara la cornice generale del viaggio.
Dice: ma perché non l’hai letto prima? Siete pazzi? ‘Sti viaggi sono come il bugiardino delle medicine, se ti metti a leggere il foglietto illustrativo non te le prendi più.  

E dunque se avesse letto il bugiardino della Dancalia, Meri Pop ugualmente avrebbe appreso, con certa qual comodità sfogliando guide sulla poltrona, che gli Afar “sono noti per la leggendaria ferocia”. Tanto per aggiungere un dettaglio gli Afar non amano essere fotografati. Amano molto, invece, rendere esplicita questa loro avversione con lancio di pietre e bastoni contro i faranji – stranieri- cioè noi.  

Sempre consultando una qualunque guida ma pure solo Wikipedia, nel caso avesse trovato il coraggio di farlo prima di cliccare “prenota”, Meri Pop avrebbe appreso anche che “posta a 100 metri sotto il livello del mare la Depressione della Dancalia è forse il luogo più caldo e inospitale della terra”.  

Ecco, facciamo che togliamo quel forse.  

E a questo punto è ovvio che ve lo stiate chiedendo. Ed è sempre a questo punto che ci è arrivata la risposta alla fin qui anche mia fissa e ricorrente domanda del “macchiccaspitamel’hafattofareammè”, intervallata dal “maddovecaspitasonofinita” e soprattutto “perché”: il perché sta esattamente al punto in cui si arriva, chevvelodicoaffare dietro ennesima impettata sotto il sole a picco nel solito temperatura minima 35,5 in aumento, alla piana di Dallol.  

Perché è proprio lì, ai confini della realtà e della resistenza fisica-psichica ed emotiva, quando ormai sei certo di stare più al cospetto dell’inferno che della Dancalia che improvvisamente, sotto ai tuoi occhi, ai tuoi piedi, alle doloranti gambe, alla tua ribollente testolina e in mezzo al cuore, appare qualcosa che, davvero, manco Jules Verne, Emilio Salgari, Proust e Piero Angela messi insieme potrebbero descrivere mai.  

Dallol, il luogo più inaspettato della terra - Foto Meri Pop

Paesaggi lunari, forse marziani, certamente da stati di allucinazione, da post festino a base di peyote, da ingestione contestuale di Aspirina e whisky e anche eruzione Mentos in Coca Light, ma non roba di questo pianeta.  

Sale e scende - Foto Meri Pop

Dallol, il luogo più caldo della terra, è in grado di ripagarvi con gli interessi – garantito- di qualsiasi tipo di casino, disperazione, fatica, sacrificio umano necessario per arrivare al suo cospetto.  

Foto Meri Pop

Formazioni di sale, sulfuree, pozze salate e fumanti a cielo aperto risplendenti di ogni sfumatura di giallo, verde, azzurro, rosso, blu, turchese, indaco, violetto, vi accolgono mentre bianchi accecanti si ergono da incrostazioni di sale che prendono forme mostruose e divine, fiori, funghi, corolle, arabeschi, ricami, trine, merletti.  

Dallol - Foto Meri Pop

Le esalazioni sulfuree vi stordiscono, tossite, a tratti lacrimate, il caldo che ve lo dico a fare,vi annocca ma mai, mai, mai, mai ho visto qualcosa di così incommensurabilmente bello ed emozionante.  

Meri Salad - Foto Professor Pi

“Troppo”, ha riassunto Luciana con quella sua calma e concisa saggezza che mi ha accompagnata e rassicurata per tutto il viaggio.  

Si, troppo.  

Esaurito lo stordimento della piana non ci siamo fatti mancare, a seguire, l’attraversamento del contiguo nonchè di roccia friabile e salino Canyon, ovviamente alle ore 12 con sole trafiggente a picco sui capoccioni.  

Piedi che camminano su un continuo scricchiolio di sali e cristalli, testa a fuoco, fiato corto, vampe di calore.
Eppure.
Eppure è vero che niente è gratis e che, di norma, quando la natura ti fa conquistare qualcosa a caro prezzo sa ricompensarti con gli interessi.  

Ed è proprio questa ricompensa che ho continuato a incassare poco dopo, quando allontanatici da Dallol ci siamo improvvisamente ritrovati, soli, su una spianata a perdita d’occhio di perfetti esagoni di sale che, tenuti a braccetto l’uno con l’altro, formavano un pavimento sospeso nel cielo di graniglia abbagliante e surreale.   

Meri Boh - Foto Professor Pi

  

E ancor più mi sono sentita una Meri Pop fortunata, ripagata, indennizzata, privilegiata, dalla natura molto amata, quando sono approdata su uno sconfinato, bianco quadrivia che apparentemente porta verso il nulla ma che lì ti porta dritta dritta verso una piena e inspiegabile felicità.

Da dove veniamo, dove andiamo - Foto Meri Pop

Avete visto cose che noi umani

mercoledì, gennaio 12th, 2011

Me lo sono chiesto quasi ogni giorno e anche due volte al giorno: macchimmel’haffattofareammè. E quasi ogni giorno o due volte al giorno ho trovato da qualche parte una risposta convincente. Spesso più di una. Non dove la stavo cercando, però. Tipo le pillole di cui vi parlerò dopo.

Inutile girarci intorno: è stata un po’ dura. Ma era l’unico modo per farlo: vedere cose.

E voi le avete viste.

Ne avete viste cose che noi umani non potremmo immaginarci.
Cammelli da combattimento trasportare sale al largo dei bastioni di Ahmed Ela.
E avete visto i raggi di fuoco dell’Erta Ale balenare nel buio vicino alle porte di Afdera.
Avete marciato con i cammellieri e dormito nei villaggi.
Avete conosciuto la durezza e la dignità degli Afar. Ma anche la loro avidità.
Avete visto la maestosità della piana di Dallol ma anche bambini di 4 anni portare le bestie al pascolo e ragazzini di 15 accecarsi ogni giorno alle saline scavando e scolpendo lastre.

Avete avuto caldo. Avete avuto caldissimo. Avete avuto freddo. Avete avuto sete. Avete avuto fame. Avete avuto soprattutto paura. Di tutto. E soprattutto dell’acqua. Di quella che bevevate, di quella che attraversavate, di quella che stava finendo, di quella che non vi dissetava mai, di quella che poteva farvi ammalare, di quella che forse non è stata bollita bene, di quella che non sai come è diventata caffè, di quella che non sai come è diventata tè, di quella che ha innaffiato l’arancia che stai sbucciando, di quella nella tanica con la quale ti fai finalmente una doccia dopo quattro giorni, di quella con la quale vorresti lavarti anche i capelli ma evitando che te ne entri anche una sola goccia in bocca. E quando avete avuto paura dell’acqua vi siete sentiti persi. Ma vi siete anche ritrovati.

Avete invece definitivamente perso le medicine salvavita. Ma non il taccuino degli appunti.

Avete avuto dei compagni di viaggio che sono usciti di notte con le torce a cercare sto caspita di astuccio di pillole in mezzo al pietroso deserto dancalo facendo lo slalom tra le carovane dei cammelli che rientravano. Senza trovarle. Le pillole. Ma poi si sono messe a ferro e fuoco tutte le farmacie etiopiche e alla fine ste cazzo di pillole di Eutirox africano il Professor Pi ve le ha fatte finalmente trovare, in quel di Makallè. E Nicki Sventola ha mandato un sms al suo amico chimico in Italia per verificare che effettivamente Meri Pop non si trasformasse di lì a poco in un visitors. E lui ha risposto: si, il farmaco è lo stesso, lo accendiamo. Ma il dosaggio è doppio: quindi spaccatele a metà le pillole. E anche la capoccella evaporata.

E tutti quei momenti non andranno più perduti nel tempo. Tipo le pillole.
Come lacrime nella pioggia.
È tempo… di raccontare.

P.S.
Ammazza se mi siete mancati, comunque. Siete tipo le pillole: salvavita. Che per un po’ vi avevo persi. Ma ora vi ho ritrovati. Spero: forza un po’, vuvvuvvùsupercalifragilipuntocom, la ricreazione è finita, pelandroni.

P.P.S.
E comunque quando poi ieri sera avete riacceso un televisore dopo venti giorni e avete visto Ballarò, Cota e la Gelmini avete avuto ancora più paura che dei feroci Afar e dell’acqua. E avete spento subito. Poi vi siete fatti un tè con i chiodi di garofano e la cannella e vi siete riascoltati questa, che Belay ve la metteva sempre, la cassetta, in macchina.