Posts Tagged ‘Roma’

Atacamose

venerdì, luglio 17th, 2015

Sono le 9,30 del mattino e a Roma fanno 32 gradi, percepiti 45. Ho preso tre autobus tutti con l’aria condizionata rotta. Ieri altrettanto, dopo ore di attesa. Lo so, lo so che avete fatto il più grande piano di piste ciclabili del pianeta. Dico però che, ogni mattina in cui fate salire le persone sui mezzi pubblici in queste condizioni, è come diceste a ciascuna “A me, di te, non frega un beneamato piffero”.

Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo

giovedì, maggio 21st, 2015

Dopo aver avversato per decenni l’istituto della “festa a sorpresa” -non essendomi comunque mai sottratta al richiamo a parteciparvi compresa la mia- stavo per aggiungere un nuovo capitolo alla serie ieri sera quando però la festeggiata, sgamando le mosse, ha infine impugnato la situazione facendoci partecipare alla festa all’insaputa: partecipare a una festa a sorpresa alla quale partecipi mentre quella lo sa da mo’. E mi è piaciuta assai assai.

La convocazione segreta avveniva con appuntamento serale sul Lungotevere ove trovavasi fantomatico accesso a sottostante barcone ivi galleggiante sul romano corso d’acqua. Percorsa avanti e indietro la banchina una decina di volte in cerca di un pertugio che non trovavamo -diventate nel tempo svariate decine di genti che scendevano dalle strade affluenti- infine si sentiva la voce del barcarolo che come Caronte ci invitava:

-Aò, se scende deqquà

Tra i dieci motivi per i quali vale la pena vivere aggiungerei d’imperio dunque anche la visione che ci si spalancava una volta approdate -dopo ponti tibetani e corrimano- una volta atterrate sul barcone:

Quanto sei bella Roma quanno è er tramonto (foto Meri Pop)

Essendo la pischella in oggetto di genetliaco nata nel pieno degli anni (omissis), la serata si dipanava allietata da musicale gruppo che ripercorreva impietosamente per le nostre carte d’identità il meglio della produzione anni ’80, in ciò gettandoci nelle nostalgiche reti non dei barcaroli romani ma dei nostrani adolescenziali ricordi.

E un altro dei motivi che aggiungerei alla precedente top ten risiede nel fatto che la mia amica Bea, a me contigua di cena e di scatenamento in pista, dopo aver ceduto al richiamo di Cindy Lauper e di Michael Jackson infine, tornata a sedersi, sospirava

-Vabbè mo’ ce manca solo I will survive e poi abbiamo fatto bingo

E, manco a dirlo,  come Russel Crowe al-mio-segnale-scatenate-l’inferno,  partiva l’inconfondibile arpeggio pianistico gloriagaynoriano.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando in pista alcune e alcuni di quelli dei quali in quota Meripo’ conosco il sentimental curriculum, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

I will survivor - Glee cast

(E grazie, gloriagaynorianamente grazie, a tutti quelli del ieriseral barcone)

Via Urbana 2

lunedì, aprile 20th, 2015

Domani è il compleanno di Roma. Cominciamo oggi festeggiando una strada. Via Urbana. Ci sono passata spesso. Ma qualche giorno fa, ripassandoci, a un certo punto ho alzato gli occhi. E sopra al civico 2 ho visto questa:

Lo avevo già “incontrato” nelle memorie del Museo di Via Tasso, Don Pietro Pappagallo, dove fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani proprio lì a casa sua, a via Urbana 2. Tradito da uno di quelli a cui dava rifugio, è stato l’unico prete cattolico ucciso alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini e con Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

E c’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benediteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione” (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

L’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 71 anni- un tuffo al cuore.  E quella targa sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte anche con le manette ai polsi.

P.S.
Per i 70 anni della Liberazione (il prossimo 25 aprile) è stata scelta anche la parola “coraggio”. E c’è un’iniziativa che si chiama #ilcoraggiodi, una sorta di racconto in 140 caratteri (in un tweet) per dire cosa sia per noi il coraggio. Oggi il mio racconto di caratteri ne ha 19: don Pietro Pappagallo.

Hai voluto la bicicletta

venerdì, ottobre 17th, 2014

E comunque dire “andate in bicicletta” senza risolvere il casino delle macchine rischia di diventare il nuovo “dategli le brioches”.

Atac che ti passa

giovedì, luglio 17th, 2014

-Scusi è già passato l’85?
-Si signò, ieri. Ormai regolari passano solo l’acquazzoni
‪#‎romatiamo‬

Si nasce incendiari e si finisce spazzini

mercoledì, luglio 9th, 2014

Capisci che sei passata dall’età dall’incendiario a quella del pompiere anzi dello spazzino quando ti accorgi che voterai chiunque compilerà il proprio programma elettorale con due soli punti:

Farò passare gli autobus
Raccoglierò la mondezza

Per il resto potete anche far celebrare matrimoni di massa al Colosseo, fare l’Aquapark a Piazza Navona e la gara di lap dance con l’Obelisco di piazza del Popolo e avrete comunque il mio appoggio.

Non vedo la maestà del Colosseo

mercoledì, maggio 14th, 2014

La vicenda è complessa, molto. E lo so che andrebbe sviscerata per bene studiandosi tutti i faldoni degli accordi sindacali e delle circolari e di tutto il cucuzzaro. Però stavolta partiamo dalla fine e una cosa tutti, ad ora, sappiamo: che per la notte dei Musei, sabato prossimo a Roma, il Colosseo -a meno di qualche miracolo dell’ultimora- resterà chiuso per assenza di custodi. Successe la stessa cosa l’anno scorso.

E nel rotolare di dichiarazioni, minacce, distinguo, controdeduzioni e altro, poco fa è uscita questa notizia:

CULTURA. ‘NOTTE MUSEI’, VERTICE PER APERTURA DEL COLOSSEO

Ripeto: un “vertice” per trovare i custodi notturni di uno dei siti più visitati al mondo. Che uno legge e sarebbe portato a pensare che in fondo i Maya erano pure degli ottimisti.

Ora secondo me il punto non è aprire il Colosseo sabato notte -che di Musei e siti mozzafiato qui ne abbiamo graziaddio a schiovere- e non si tratta di salvare la notte dei Musei. Si tratta di salvare la faccia. E l’onore, se qualcuno ancora fosse interessato all’articolo.

La grande salvezza

lunedì, marzo 3rd, 2014

Chi è assiduo di questo blogghe sa che fu aperto per la disperazione. Come di norma tutte le cose migliori che apriamo nella vita. La spinta propulsiva del crepacuore e dell’incacchiatura (la seconda di solito è il primo sintomo che la prima si sta superando) non ha eguali. Non c’è benessere, gioia e serenità che abbiano mai prodotto quanto può il tormento. Tutto ciò premesso si farebbe volentieri a meno di ste spinte propulsive e, dipendesse da noi, continueremmo a crogiolarci nella noja ad libitum.

Ora si dà il caso che, prima ancora di aprire il blogghe, mentre lo stato di disperazione indotta dalla vicenda del cambio di stato civile si attestava a livelli di allarme Defkon 1, mi era presa anche una irrefrenabile sindrome piangente. Così nel bel mezzo dell’apparente normalità, da queste parti si virava in subitanei, inspiegabili e singhiozzanti pianti. Uno dei quali un giorno si verificò nel bel mezzo di Via dei Fori Imperiali, vista Colosseo poi direzione Colle Oppio,  inquadratura La Grande Bellezza ma senza i fenicotteri.

Quel giorno di splendido inverno che solo Roma sa regalare, uno degli avventori dei Fori Imperiali -non un gladiatore- mi guardò un po’ esterrefatto alla fermata dell’autobus mentre singulti e lacrime scendevano copiosi. Poi, allungandomi un fazzoletto di carta, suggerì:

-Signorì, se ricordi che tutto quello che je sta a succede qua je poteva capità guardando una Complanare e non sta cazzo di bellezza

Perché così è: se sei a Roma ci sono altissime probabilità che il tormento non duri più di un’ora di seguito, soprattutto se sei alla fermata dell’autobus giusta, in coincidenza col romano giusto.

Ci penso spesso, quando ci passo davanti. A quel giorno e a quella frase. Ci ho pensato anche quando ho visto il film di Sorrentino. E ci pensavo stamattina mentre, ripassandoci, mi prendeva anche la grande amarezza a vederla così umiliata in ogni angolo, questa grandebellezza.

Chissà se, caro Dostoevskij, “La bellezza salverà il mondo”: certo è che non lo farà l’incuria. A questo pensi chi si è preso la responsabilità di governarla. E a questo, forse, dovremmo pensare pure noi quando non facciamo niente per conservarla. Che non si può inveire contro gli inadempienti mentre si buttano cartacce per strada pure noi.

Chi sporca la bellezza uccide anche te. Digli di smettere. E soprattutto cerca pure tu un cestino. A trovarlo.

Insomma questo pure per dire che, ovemai mi assegnassero un Oscar, io dovrei ringraziare voi, tutti i romani e soprattutto tutti quelli che, in carriera, mi hanno fatta incazzare.

Già che ci siamo vi metto anche la colonna sonora che mi fa pensare a quel giorno,  a quel great beautiful day:

L’Obituar

mercoledì, gennaio 8th, 2014

Sull’insegna c’è scritto Panattoni, si chiama “I Marmi” ma per tutti i romani è l’Obitorio, anche detto -per comprensibile scaramanzia- l’Obituar, pronunciato con un improbabile vezzo francese de’ noantri. Sta in Viale Trastevere. Il nome deriva dal fatto che si mangia su spartani tavoli di marmo. E definirla pizzeria sarebbe un sacrilegio. Direi piuttosto che è l’ultimo tempio della romanità.  Dunque, gesti apotropaici a parte, all’Obituar sono tornata dopo tanto tempo ieri sera col Professor Pi.

Tu pensi di andare a mangiare due filetti di baccalà e invece entri in un film di congiunzione fra Luigi Magni e Federico Fellini: dagli avventori ai camerieri ai locali alla fine a sti filetti non ci fai più neanche tanto caso (il Professor Pi li ha comunque molto apprezzati). All’ingresso mangia da solo un sosia di Gasperino er carbonaro, accanto a noi una coppia in cui lei è un’Alda Merini che sfoggia dei guanti leopardati per tutta la durata del vivisezionamento del coccio di parmigiana di melanzane e lui praticamente Salvo Randone. Ma da un momento all’altro potrebbero entrare anche Nino Manfredi e Alberto Sordi. L’aria è carica di trigliceridi, tutti mangiano con gusto perché questo luogo è graziaddio zona franca del veganesimo e interdetta a quelli che “Ah io dal 7 dieta stretta”. Gli apericena fateveli da n’artra parte. Qui si mangia. Anzi se magna.

Mentre sto lì a far fuori la mia pizza con scarola (enorme, 8 euro), Alda Merini chiede il tiramisù “carico”: non voglio approfondire. Lei invece approfondisce di gusto affondando il cucchiaione in una sorta di coppa XXL colma fino all’orlo di mascarpone e annessi. Ai tavoli a perdita d’occhio nessuna sotto la 46, la taglia. Ma non la 46 frustrata, quella vorrei essere la 38: quella paciosa e ben portata. Il vociare è alto ma non molesto. I camerieri non servono: volano. Il ricambio degli avventori è continuo.

E poi Pi chiede
-Meripo’ scusa ma che vuol dire supplì al telefono?
-Professor Pi,  è quando spezzi il supplì in due con le mani e mentre separi i pezzi un filo di mozzarella bianca ancora li collega
-Bello Meripo’, il mondo prima del touch screen

Che qui i supplì si mangiano così. Perché i coltelli, a Trastevere, si usavano ovunque tranne che a tavola.

Si, il mondo prima del touch screen. Quando si stava fianco a fianco a mangiare con chi capitava. E il Condividi era passarsi la boccia del vino.

T’arquinio

lunedì, giugno 10th, 2013

“Era da Tarquinio il Superbo che non eravamo così contenti di caccià qualcuno”
(cit @sgrizzi)