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When in trouble go restaurant

mercoledì, giugno 28th, 2017

E dunque l’eroa della settimana ma io direi del mese e mi spingerei anche al semestre è lei, l’aspirante moglie mollata all’altare dal merdarito che porta tutti gli invitati al ristorante lo stesso.

Dice: meglio prima che dopo.

No. No. No. Tu, bello mio, mi fai partire regolarmente, mi fai iniziare a correre, poi inizi anche a logorarmi ma lo fai gradualmente: mi chiedi l’acqua in continuazione, e mò passami pure il Gatorade, e ci ho le palpitazioni, misurami la pressione, sto facendo la maratona ma in effetti vorrei fare anche il free klimbing e il surf contemporanemente, mi piaci tu ma certo pure la crocerossina a bordo pista non è male per niente, al terzo chilometro sto in apnea e prendiamoci una pausa da asma, prendiamocela pure al quarto, al quinto esco a comprare le sigarette e già che ci sono mi scopacchio la tabaccaia, al sesto abbiamo perso la spinta propulsiva, ci credo mi trascini solo per campi di calcetto effinalmente al settimo “dobbiamo parlare” ma non parliamo anche perché stai già chattando da tre anni con la vicina.

Così, solo quando mi hai veramente sfiancata io, che vorrei mollarti per strada ma mi sento in colpa e non so come fare, prendo il coraggio a due mani e mi faccio mollare.

Ecco, questo dovevi fare sette anni DOPO a Didone, caro il mio Enea che manco sei arrivato al ristorante delle nozze. Non quello che hai fatto un’ora PRIMA. Perché sette anni dopo sono così sfiatata che al quarantesimo chilometro so che non ci arrivo manco morta. Un’ora prima ho diritto di illudermi, per un numero variabile di chilometri, che arriveremo al traguardo insieme.

Inogniccaso c’era una sola cosa da fare: applicare il mantra. When in trouble go chic. E lei l’ha fatto.

Uno dei pochi casi nei quali il risarcimento è arrivato insieme al danno. Anzi direi che è arrivato proprio prima.

Apparecchiatura

Aspettando godo

giovedì, ottobre 24th, 2013

Avendo agganciato il mio genetliaco a quello dell’Imperatore del Giappone, e dunque i festeggiamenti durando una settimana, giustappunto ieri sera sono uscita a nuovamente festeggiare con la mia amica Grace. Evase dai rispettivi uffici che era già tramonto inoltrato ci davamo appuntamento a Piazza Navona dirette verso una battuta di shop-watching nei dintorni e poi cenetta.

Il percorso dei negozietti filava liscio tra sbirciate, nasi appiccicati e qualche vocale di approvazione (tipo uuhh, ooohhh). Giunte all’incrocio tra Banchi Vecchi e Via Giulia le chiedevo di fare un’affacciatina a quella che io considero una delle vie più belle del mondo (Giulia, la Via). Ed era lì che lo sguardo di Grace veniva attratto in una certa direzione, dirigendosi verso la quale esclamava con stupore (come avesse visto improvvisamente ergersi un tucul africano o una yurta mongola)

-Uà Meripo’ una Chiesa! Entriamo che devo dire una preghierina

Entravamo nella Chiesa, insolitamente aperta a quell’ora, e ivi trovavamo un raduno di nonsocchì masculi, tutti in giacca e cravatta, che ascoltavano conferenziare un paio di preti.

Autoconfinateci sedute sull’ultima panca, dopo un breve body scanner generale, mi bisbigliava

-Uà Meripo’ e questo lo devo dire a mia cugina

-Grà, che le devi dire?

-Eh, che sbaglia posto: quella va ai cocktail per cercare marito senza concludere nulla e qua invece sta pieno di uomini. Ha da venì in Chiesa, altro che

Concentrateci ciascuna sulla rispettiva preghiera, infine uscivamo alla chetichella per dirigerci al ristorante. Scegliere un posto dove mangiare con Grace, che cucina da dio, è un’operazione kamikaze. Ciononostante puntavo su Sonia, a via dei Banchi Vecchi.

Si chiama “Un’altra storia”, il ristorante, e io la prima volta che ci sono andata l’ho scelto più per il nome programmatico che per il fatto che me lo avesse caldamente raccomandato una altrettanto culinariamente esigente amica. Poi ci sono tornata perché, oltre al fatto che si mangia che lèvati, dentro ha un bellissimo giardino d’inverno che abbiamo usato d’estate e d’autunno e perché Sonia ci mette una passione tale da renderlo il primo posto al quale penso se mi si chiede  -Dove andiamo?

E dunque, nonostante fosse un po’ presto, ci accomodavamo nel giardino d’inverno con un bicchiere di Recioto, lei concedendosi anche una sigaretta. Che nel frattempo da quando eravamo in giro era già passata un’ora e mezza e avevamo dunque sviscerato già mezzo programma, arrivando giusto a quell’

-E allora lui mi ha detto e io gli ho detto e poi lui ha ridetto e allora io ho pensato

che fa dell’amicizia tra donne una simil sceneggiatura di Nora Ephron su quel continuo tendere all’Harry ti presento Sally che alla fine sono le nostre sentimentali vite.

Nonostante ciò svisceravamo l’universo masculo come fosse il tunnel dei neutrini della Gelmini ancora per un paio d’ore mentre Sonia portava -di volta in volta-

sautè di vongole
assaggio di salmone marinato
branzino
mousse al cioccolato con annesso limoncello
focaccia fatta in casa

Il tutto intervallato da continue parentesi di tennis gastronomico tra Grace e Sonia su un insolito palleggio tra le ricette messe in tavola e quelle che di norma Grace mette in tavola a casa sua a Natale, prossima maratona in programma.

Al limoncello avevamo già organizzato una pacifica invasione di casa Grace a Natale e dintorni, insieme a Sonia, e un corso di cucina napoletana che Grace potrebbe tenere nel ristorante di Sonia per avventori interessati alla Fenomenologia del gattò.

Nel frattempo essendo sopraggiunte altre amiche con annessa carrambata -Meripo’ ma che ci fai qui -No ma che ci fate voi – Dai aggiungete le sedie e insomma virando la serata alla degenerazione nella caciarissima sorellanza che scatta in questi casi, barcollando ci reciprocamente sorreggevamo per arrivare a prendere un taxi. Lo stesso.Pur dovendo andare in parti opposte della città. Ma quando inizi una serata così non è che la puoi finire da sola col tassista.

Tutto questo per dirvi che, depositata me al portone e assicuratisi Grace e il tassista che riuscissi a infilare la chiave nella toppa del portone giusto, nell’ascensore mi guardavo allo specchio regalandomi un sorriso ebete e un po’ brillo.

E dicendomi che passiamo tanto tempo ad aspettare. Aspettare prevalentemente uomini. Senza renderci conto che, quando hai delle amiche, la parte più bella può essere proprio la sala d’attesa.

La patata deve girare

mercoledì, novembre 30th, 2011

Per la serie “Grandi donne del nostro tempo” ieri Gì aveva un pranzo di lavoro con un collega.
Gì è una bellissima donna, morbida quanto basta ad attenuare l’impatto di un caratterino che lèvati. Gì, che pure tiene molto alla propria cura, non è tipo da insalatinascondita e acquanaturaleresiduofissobasso: no, lei possiede e trasmette una innata predisposizione al godimento papillare.
Dunque Gì arriva all’appuntamento al ristorante col collega. Pranzo di lavoro. Si siedono e ordinano. Lei, chevvelodicoaffà,

-Pollo con patate al forno e un calice di rosso, grazie
-Signora mi scusi ma abbiamo finito le patate. Cosa le porto?

Gì, che si stava già dedicando alla pratica lavorativa, rialza lo sguardo interdetta, fissa il Malcapitato cameriere e dice
-Nooooooo lei non può darmi una notizia del genere così

Lui, comprensibilmente, sgrana l’occhio e tenta un’apertura di mascella per replicare ma gli vengono a mancare, dopo le patate al forno, pure le parole. Riprende lei:
-Non posso pensare di mangiare un pollo senza le mie patate al forno

E’ in quel momento che, dietro al Malcapitato, passa un collega cameriere con due piatti inequivocabilmente pieni di patate al forno. Dopo aver fatto il papatascanner Gì rilancia

-Scusi e quei due piatti?
E il cameriere – Sono gli ultimi due e sono per questi signori
dice indicando due altri avventori sciaguratamente accomodatisi al tavolo dietro a quello di Gì.

Gì si volta e vede planare le sue due ultime speranze sul tavolo. Altrui. Uno dei due commensali, impegnato al telefonino, neanche le guarda. Lei sì, lei comincia, voltatasi, a sorridere intensamente al signore che siede di fronte al piatto incriminato. E l’altro ricambia. Divertito. E ignaro. E’ a quel punto che lei gioca il jolly:

-Sa che il suo amico ha preso l’ultima possibilità di una cosa che io desidererei molto?

Il poveraccio sorride. Non un sorriso da emiparesi, un sorriso vero. L’altro chiude la telefonata e si rende improvvisamente conto che una bellissima donna girata di spalle lo fissa. Fissa, per meglio dire, il suo piatto di patate.
-Salve
-Salve, sa che lei ha l’ultimo piatto di patate disponibili in questo posto e il mio pollo è solo?

Il resto è consegnato alla storia. Della psichiatria. Perché il tizio sorride, si alza e consegna il malloppo sul tavolo di Gì.
Non ho avuto notizie sull’esito del pranzo di lavoro. Dico solo che ve l’ho raccontato perché io, mentre me lo raccontava lei, vedevo improvvisamente illuminarsi ogni cosa, che Jonathan Safran Foer se lo sogna (“Ogni cosa è illuminata“, volendo anche film).
Illuminarsi d’olio extra vergine d’oliva. Anche. E di piacere. Del piacere di godersi la vita. Di non sentirsi in colpa, oltre a tutte le pippe mentali delle quali siamo capaci, pure di fronte a una coscia di pollo con le patate.

Perché la vita, diceva il poveruomo (trattasi dell’ex marito, il mio, non di Gì), non si misura solo in lunghezza ma anche in profondità. E a volte in deliziose patatine al forno. Che la patata, lo diceva anche quell’altro, deve girare.

PS.
Al momento del conto, l’avete capito, si, il cameriere la informa: “Il signore ha voluto pagare le sue patate”. Roba che nelle intercettazioni di Tarantini farebbe curriculum. Se non fosse che qui ha, effettivamente, pagato le sue patate. Al forno.

Gioia Mia Pisciapiano. In Via degli Avignonesi

giovedì, giugno 16th, 2011

Cara Meri Pop,
dopo lunga e tormentata storia ho deciso di lasciarlo. Credo non se lo aspetti. Io, invece, mi sono francamente rotta di aspettarlo all’infinito.
Vorrei dunque organizzare qualcosa di non convenzionale. Conosci un ristorante a Roma adatto all’occasione?
Grazie
Gioia

Cara Gioia,
mi compiaccio
1) per la scelta di armi non convenzionali
2) per non aver chiesto un posto rumoroso dove coprire lacrime e singhiozzi (come accadde a un’utentessa di Dissapore) che evidentemente non hai necessità di versare, che l’unica cosa che ti consiglio di farti versare è un buon Syrah.
3) per aver preso una decisione
4) per aver preso questa decisione

Dunque, il nostro esperto in materia enogastronomica è Gimbo, al quale cedo volentieri la parola. Non prima, però, di averti detto che, quando le decisioni si riesce ogni tanto a prenderle e non solo a subirle, ma soprattutto quando le si apparecchiano a dovere, fanno (un po’) meno male.
Anzi, per dirtela proprio tutta, a volte possono persino trasformarsi in godibilissime performance teatrali che ricorderai -passato il primo, inevitabile dolore- con “gusto”. Resta infine inteso che il conto lo paga lui. Almeno quello del ristorante.
Meri

Cara Gioia,
dipende anzitutto dal modo in cui vuoi mandarlo al diavolo (discreto, freddo, appassionato con scena madre, furioso, comico). A Roma ci sono varie situazioni che potrebbero essere sfruttate all’uopo. Se i vostri portafogli sono gonfi e se vuoi chiudere alla grande, con classe e fair play, investite lieti la vostra quattordicesima da uno di questi “classici”: La Pergola, Il Convivio, Agata e Romeo.
Se invece le tue intenzioni sono bellicose, quale posto più adatto di una classica trattoria romana, rustica e ruvida sia in sala che nei piatti? Anche un furente lancio di ortaggi, o una sputazza a tradimento nel di lui bicchiere, passeranno semi-inosservati in quei luoghi simpaticamente caciaroni e che non hanno mai conosciuto le ansie castranti dell’etichetta.
Ce ne sono a centinaia, ma una in particolare, che ha una storia ormai quasi secolare, mi ritorna in mente per evidente assonanza onomastica: “Gioia Mia Pisciapiano”.
Prosit

Gimbo