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La Grande Spaccatura

lunedì, gennaio 23rd, 2012

4 gennaio 2012

Quanto poi alla geolocalizzazione del viaggio è qui il caso di ricordare che, trovandoci nella zona della Rift Valley, la grande spaccatura della crosta terrestre che attraversa l’Africa, anche l’italica spedizione omorivica trovava il modo di onorarla. E dunque dopo giorni e giorni di perfetta unità e sintonia il gruppo si spaccava: gruppo Dissenten vs gruppo supposte di glicerina. La giornata del 4 segnava, drammaticamente, gli ultimi significativi passaggi da glicerina a Dissenten senza passare dal via. Smottamenti episodici si erano già verificati nei giorni precedenti, in modulazione di frequenza varia, ma solo il 4 era possibile avere un quadro più preciso degli schieramenti in campo. In tutti i sensi. Soprattutto nel senso che si facevano più frequenti, in viaggio, le soste pe’ campi.

Il tema non è di quelli che si trattano volentieri ma temo sia necessario attardarmici per chiarire che, pur avendo viaggiato non alla Marco Polo ma comunque un pochetto purìo, è come se in Africa cambiasse la percezione di tutto: si viaggia, o almeno io, in due, tu e una perenne, sottile, discreta ma stanziale ansia. Per qualsivoglia anche trascurabile malessere. Il maldipancia che ti prende al quartiere Prati è un conto. Quello per prati africani un altro. Magari è solo la maledizione di Montezuma ma potrebbero essere diecimila altri accidenti contro i quali, se avessi voluto vaccinarti, t’avrebbero dovuto ridurre a buchi come uno scolapasta.

Non parliamo, poi, della legge secondo la quale un corpo, immerso nell’habitat delle zanzare, è molto probabile che venga punto. Ogni puntura è una specie di Camera di Consiglio di Tribunale che si riunisce: te tocca aspettà. E vedere che succede da qui a non si sa quanti giorni. Nonostante si sia tutti, anche qui, divisi nell’altra grande Sottospaccatura, quelli del Lariam e quelli del Malarone. Chevvelodicoaffare se ve spunta una macchietta, un’abrasione, una feritina: nulla si richiude, nulla si ricompone, nulla si schiarisce ma tutto tende solo a peggiorare.

Allo stesso modo un corpo, sia pure immerso nell’Autan extrastrong, viene punto lo stesso. E qualsiasi tentativo atto a panarcisi dentro non produrrà alcun effetto barriera sulle disgraziate. Lo produrrà invece sul primo e secondo strato di epidermide che, cementata nella miscela Autan-cremasolare bianca-polverelocale rossa- vi renderà simile a un calco di terracotta semovente.

Insomma tutto intorno a te sembra avere il disagevole sapore della precarietà. La giornata, di qualsiasi numero e tipo di ore sia composta, sarà un continuo susseguirsi di atti di legittima difesa: dal sole, dal caldo, dall’afa, dalle mosche e da ogni genere di insetti invisibili che non mancheranno però di lasciarvi indelebili tracce di variegati bubboni.

E dunque perché si continua a partire? Ecchenesoio, mannaggia. Che qua ce ne vorrebbe più d’uno bravo, di dottore, per rispondere. Più di quello di via Plinio delle vaccinazioni. Perchè è questa la sindrome peggiore: non riuscire più a fare a meno di non farlo più. Lamentarsi ma poi voler chiudere la tenda e gli occhi, la sera, qui davanti:

Karo sunset (Foto Meri Pop)

e poi riaprirli qui:

Villaggio Borea (Foto Meri Pop)

o incontrare l’occhiolino suo

Villaggio Dorzè (Foto Meri Pop)

Fatto sta che giusto il 4, dopo esserci sciroppati i fondamentali musei di Jimka e di Konso, strada facendo l’apparentemente imperturbabile David inchiodava il mezzo su strada stranamente non sgarrupata, innestava breve marcia indietro, poi di nuovo avanti, poi poco indietro e, sbirciando fra zeppi e rovi, indicava con il dito un buio oltre la siepe nel quale risaltava questo:

Desert flowers (Foto Meri Pop)

“fiori del deserto”- chiosava con grande fierezza. E siccome David ne ha viste di ogni, tra guerre e “desert storm”, mi sembrava che il suo poter finalmente indugiare sui “desert flowers” fosse cosa degna di essere segnalata anche a voi.