Posts Tagged ‘ricordare’

Nino

lunedì, luglio 20th, 2015

Ogni ufficio, gruppo o consesso di persone che lavorano insieme dovrebbe averne uno. Un Nino. Nino è quella persona discreta, schiva ed efficiente della quale, se si è un discreto numero, potresti anche non accorgerti per anni. Ma della quale non puoi fare a meno anche se non lo sai. Un Nino è la persona che, se si è in tanti, presumibilmente puoi frequentare di più in ascensore. Ed è lì che apprezzerai il fatto che non parla né del tempo né di altre amenità: se non ha qualcosa da dire tace. Ma, sempre, ti sorride. Se sei donna ti cede il passo. Nino è quello che tiene la mano sulla cellula per evitare un prematuro stritolamento.

Con me, per dire, entrando nell’angusta cabina dotata di un tristanzuolo specchio, essendosi lui posizionato di fronte a me e io davanti allo specchio, si spostava e diceva “Mi sposto, che voi avete sempre qualcosa da controllare”.

Un Nino ti segue e ti conosce più di quanto tu possa dire di conoscere lui. Un Nino, in qualche modo, ti “capta”. E quando lo incontri sai che ti sa. E, nella maggior parte dei casi, non c’è molto da aggiungere.

Un Nino, in definitiva, c’è sempre. Anche quando sei tu per una volta a captare che sul suo fisico qualcosa sta cambiando.

Ed è proprio per questo che quando è arrivato l’sms io mi son detta che è impossibile. Perché sull’sms c’era scritto “Nino se n’è andato poco fa”. E ho pensato solo una cosa: “Poi torna”.

Ascensore

Professorè, da Auschwitz nun po’ tornà nessuno

domenica, gennaio 27th, 2013

“Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene”. Che disdetta, giusto sul fnale sta scivolata, eh Berluscò?

Dunque l’occasione mi è invece propizia per ricordare con chi la storia l’ha studiata un po’ meglio. Un ragazzo del liceo. E’ vecchio, questo post. Di due anni. Ma a ogni fermata dell’autobus ritorna. E soprattutto a ogni fermata del cervello de Berluscone.

Un governo, una separazione e due lavori fa Meri Pop decise di non farsi mancare proprio nulla e accettò di verificare se era in grado di sopravvivere anche al Ministero della Pubblica Istruzione.
Un giorno la chiamò il ministro e le disse: “Meripo’ sto andando ad Auschwitz. Con i ragazzi. Copriti bene”.

Arrivarono una mattina di gennaio davanti a una montagna di neve bianca dalla quale spuntava un cancello di ferro nero. E sotto una gelida nevicata iniziarono a camminare a fatica tra le stradine dell’inferno. I ragazzi accompagnavano il ministro, Meri Pop i giornalisti, il ghiaccio e il silenzio accompagnavano tutti.

Andarono nelle baracche delle donne, in quelle degli uomini, in quelle dei bambini. Poi andarono anche al museo: cataste di abiti, occhiali, capelli, protesi dentarie, scarpe. Davanti a una scarpina singola taglia bambina la linea Maginot di Meri Pop crollò.
E cominciarono a scendere: tante, calde, veloci.

E’ a quel punto che, dal gruppetto degli studenti, se ne staccò uno -primo liceo scientifico, 14 anni massimo 15- e le si avvicinò, facendo cadere un’altra Maginot, quella che in qualche modo aveva tenuto una distanza di sicurezza e di comprensibile reverenzial timore tra i due.  E, dopo ventiquattr’ore di viaggio e di “Dottorè”, il ragazzo le poggiò un vigoroso braccio sulla spalluccia piangente, ed ora anche scossa, ed esclamò:
“Professorè, io me sto a trattenè da un’ora e mo’ tu sbraghi?”

E’ uno dei momenti salienti della Hall of Fame della mia vita. Uno di quelli ai quali ogni tanto attingo nei fotogrammi No. Insieme al fatto che, poche mattine fa, ero su un autobus e a un certo punto ho sentito uno che richiamava l’attenzione di tutto il jumbobus con:

“Professorèèè! Se ricorda?”
e con aria complice e abbassando la voce come dovesse rivelarmi la comune appartenenza alla Massoneria aggiungeva
“semo stati insieme ad Auschwitz”.

Ovviamente non l’ho riconosciuto ma dimenticare è, appunto, impossibile.
Ci siamo scambiati qualche battuta, ha già fatto la maturità. Poi gli ho chiesto quanti anni erano passati da quando eravamo tornati da Auschwitz.

Mi ha guardata e ha preso fiato. Poi:

“Professorè, mica lo so. Me sa che da Auschwitz nun po’ tornà nessuno. Io certe volte ce ripenso e me sembra che sto ancora là”.

Ricordatevi di me

martedì, giugno 29th, 2010

So che magari non fa chic ma a me la morte di Taricone intristisce e immalinconisce un bel po’. Ma parecchio, eh.

Me lo sono perso nel Grande Fratello ma l’ho amato al primo sguardo di Tutti pazzi per, appunto, amore.

E quando stamattina sono rimasta attonita con l’Activia in una mano e il telecomando nell’altra a veder scorrere il rullo delle notizie sotto la rassegna stampa, con quell’”è morto stanotte”, ho capito che ero abbastanza rincoglionita da potermi permettere anche un accorato “Oh noo” a voce alta tra me e il Samsung.

Poi mi sono fatta forza e sono andata al mare (perchè a Roma oggi è festa, Brunè) con il consueto fascio di giornali che però alle 8,30 erano già da buttare per l’unica notizia che stesse veramente a cuore a tutta la spiaggia e cioè “ma è vero che è morto quel ragazzo?”.

Notizia imprescindibile per chiunque al punto che anche il vucumprà errante, oltre a “voi pareo?”, ha sbirciato il giornale e ha chiesto “i come sta ragazzo?”.

Quel ragazzo. Forse il motivo sta qui: in quel ragazzo col sorriso buono e un po’ sornione, anche determinato ma, diciamolo, ben poco “guerriero”.

L’ho perso anche in “Ricordati di me”, perdita che intendo recuperare al più presto.

Me ne sono resa conto quando, da ieri sera, i servizi in tv fermavano le immagini su quel sorriso buono e sornione sul quale mi è apparsa improvvisamente, in sovraimpressione, la nuvola di un grande, ideale fumetto: “Ricordatevi di me”.

 Mi chiamavo Pietro. Pietro Taricone.