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Metti un Nasser a cena

lunedì, settembre 9th, 2013

9 agosto Isfahan

Per la festa della fine del Ramadan, il 9 sera, il nostro autista Nasser ci invitava tutti a casa sua.

-Nasser ma siamo quindici

-Per noi grande onore avere tanti ospiti stranieri a cena per fine di Ramadan, grande grande onore

Va detto, a onor del vero, che questo poveruomo di Nasser, osservante e religiosissimo, aveva resistito nell’osservanza del Ramadan integrale, nel senso non mangiare e non bere nulla dall’alba al tramonto, i primi quattro giorni. Poi, appresso a noi, tra pistacchi volanti, soste rifornimento frutta e passaggi all’indietro di crackers e carotoni al formaggio tipo Fonzies, alla fine aveva capitolato pure lui. Prima un sorso d’acqua, poi due, poi i Fonzies e poi un giorno era sceso per comprarci delle lenzuolate di pane caldo, che annunciava, risalendo, urlando

-NAN BARBARI

che non è l’annuncio di un’invasione ma il pane più buono che io abbia mai mangiato in vita mia (vi metto anche la ricetta, qui), dicevo ci aveva offerto il pane degli angeli senza neanche assaggiarlo ma alla seconda lenzuolata aveva capitolato pure lui e da allora addio Ramadan.

Apro e chiudo una parentesi: che poi non sono affatto certa che il Principale, lassù, si sentisse troppo tranquillo pure lui sapendo che un autista che guidava tutto il giorno con temperature da interno vulcano, stesse a digiuno e senza bere per fare un favore a Lui. Anzi ipotizzerei che, al dunque, possa persino dirgli “Si, ma chi te l’aveva chiesto?”.

Tutto ciò premesso, Nasser non aveva manco finito di pronunciare l’invito che già stavamo dal fioraio. Che, anche qui, una dice
-Iraj scusa ma cosa portate voi quando siete invitati a cena a casa di qualcuno? come se l’invito fosse su Atlantide.

E quello giustamente ti guarda come la minus habens che sei e dice

-E beh, come voi: fiori o dolci

Il Professor Pi Gambadilegno conferiva ad Angelo (nome proprio, non entità) e Giampietro la delega regali e finalmente, a sera, docciati e ripuliti alla bell’e meglio ci si recava in fila indiana verso il traguardo del “chissà come è fatta una casa persiana”.

E beh è come i fiori e i dolci: la casa di Nasser si rivelava essere una bella, accogliente, tappetata, normale casa.

Ve lo confesso ma so che ve ne siete già fatti un’idea piuttosto precisa: io naturalmente mi stavo predisponendo all’evento come se a cena mi avesse invitato Ciro il Grande. Non vi dico quando ho visto gli split dell’aria condizionata in salone (per la cronaca, l’hanno inventata i persiani, si chiamano torri del vento).  Insomma come se invitassi qualcuno a casa mia e quello si aspettasse di trovarmi sdraiata su un triclinio mentre tutto intorno le danzatrici di Cadice si abbandonano a lascivi balletti e Cesare, l’Imperatore non il macellaio, riceve le legioni in cortile.

D’altra parte siete sempre alle prese con quella che ha toppato la messa in fila di una consonante e sei lettere identificative del passaporto.

Però la sala da pranzo era effettivamente tutta tappetata e cuscinata con apparecchiatura in terra. Un lampo di terrore attraversava lo sguardo e il provato ginocchio di Gambadilegno Pi ma la persiana delicatezza della famiglia di Nasser aveva fatto in modo di predisporre per lui una sedia.

Ghorme sabzi time - Foto Professor Pi

Per l’ulteriore cronaca la moglie di Nasser è un architetto, specializzata nella conservazione del patrimonio artistico e lavora con l’Unesco mentre una dei tre figli, Sepideh,

Foto Professor Pi

è una studentessa di ingegneria civile all’Università di Isfahan. Che, a fine cena, ha tenuto banco con questi quindici pellegrini occidentali intrattenendoci in una conversazione che spaziava dall’arte, alla storia, all’attualità politica, ai sogni che i giovani iraniani stanno tirando fuori dai cassetti per dargli concretezza come neancheeeee neancheee oh non mi viene manco un esempio decente di grande affabulatore nostrano. Insomma avete capito. E anche qui: 21 anni, come il ragazzo della sala da tè. Di quelle ore una frase, sopra ogni altra, mi piace consegnare anche a voi:

“A volte i grandi cambiamenti iniziano dalle piccole cose. E iniziano studiando. Preparandosi. Attrezzandosi culturalmente. Le donne iraniane gli stanno andando incontro. Pacificamente. Silenziosamente. Ma quotidianamente”.

E andiamo con il menù: il piatto forte, e caratteristico iraniano, era il

Ghormeh sabzi
ora qui però entriamo in un ginepraio di ricette, interpretazioni e decriptazioni di scrittura ma insomma è uno stufato di carne con battuto di prezzemolo, porri, fagioli borlotti e limone secco. Io comunque ve la scrivo, cliccate qua o leggete qui:

Ghormeh Sabzi (per 6)

1, 5 kg di agnello dissossato tagliato a dadini, 1 cipolla, prezzemolo e cipolla tagliati finemente, coriandolo
1/3 tazza di olio
1 cucchiaino di curcuma, coriandolo, 2 tazze d’acqua, 1/2 tazza di succo di limone
3 tazze di fagioli
12 tazze di spinaci tagliati finemente
1 patata a dadini. sale e pepe

Fate appassire la cipolla a fuoco medio-alto, quando è dorata aggiungerci la curcuma e dopo un minuto anche la carne. Dopo aver fatto cuocere superficialmente la carne, abbassate il fuoco. Aggiungete poi acqua, fagioli, spinaci, erba cipollina, succo di limone sale, pepe e coriandolo secondo i gusti. Coprite e lasciate cuocere per un’ora. Controllare durante la cottura e, se si desidera, aggiungere altra acqua e succo di limone ma attenzione a non renderlo troppo brodoso. Servire con riso basmati.

Lost in giunglèscion

martedì, settembre 11th, 2012

19 agosto – Turtle Bay

“Mattinata di relax sulla spiaggia e/o camminata verso Turtle Bay”. L’opzione giusta era la prima, questo è chiaro. Perché allora è sul concetto di “camminata” che ora vorrei aprire un confronto col professor Pi, pacatamente e serenamente. La camminata si rivelava infatti un trekking di 7 km attraverso la giungla del Borneo, con partenza ore 7,30, di saliscendi su radici, gradoni e massi.

Dice: e ma poi siete sbucati su una baia incantevole.

Turtle splendid Bay (Foto Professor Pi)

E facciamo pure che faceva schifo gliela tagliavo io, la testa e gliela piazzavo sulle fondamenta di quegli altri al posto di quelle dei pigs.
Fatto sta che sbuchiamo, appunto, e dopo tre ore di cammino, nella solita modalità cast-away coperti di insetti, formiche morte (che c’era da attraversare anche un passaggio tipo alligalli sotto tronchi infestati di formicai) su sta meraviglia qua nella quale però sarei volentieri sbarcata da, appunto, un natante, non necessariamente quello di Onassis.

-Meripo’, oggi qui è festa nazionale e le barche, anche volendo, non ci sono
Così ha detto. Cioè ha detto che non è che era colpa sua che m’aveva detto “Meripo’ vuoi fare la perla di Labuan?” ma del Ramadan. Evvabbè.
Comunque sia, una volta sbucati, ci spogliavamo scompostamente gettandoci a pesce nell’azzurro Mar della Cina gialla, io sfoggiando il mio nuovo costume Oviesse da 5 euro. Che lo sapevo come andava a finire e dunque quello di Jackie Onassis può attendere.
Allora: 3 ore per arrivare, mezz’ora per riprendere fiato, togliersi le formiche morte, bere e fare un bagnetto e via ripartire perché per le ore 15 la nostra nuova, incredibile guida Rymon detta Lemon, ha prenotato un ennesimo pulmino bollywoodiano per ripartire.

Sguazzando nei cinque minuti restanti si apprende en passant che, intanto, Mariaterè ha avuto il primo incontro ravvicinato con una locale sanguisuga. Me lo dice a mezza bocca, il professor Pi, tra un “bene, è ora di tornare indietro” e un “Meripo’ che mi passi un po’ d’acqua grazie”.
Rendo noto che il mio abbigliamento da “camminata” è composto da minigonna pantalone fiorata hawaiiana (porcamiseria se non me la metto al mare ma se non ora quandomai?), magliettina rosa della Freddy Dance e i caspita di sandali Teva d’ordinanza, zainetto e bandana malese. Memore dell’inutile raccomandazione della Carlina da Firenze
-Meri, tranquilla per le sanguisughe: quando andrai nella giungla basta che ti metti le ghette antisanguisuga
Io infatti stavo andando AL MARE, a Turtle Bay, no tra i Vietcong. Inizio dunque a realizzare che queste stanno ovunque.
Ci riavviamo e io stoicamente non dico una parola, non un lamento. Anche perché il terrore me lo impedisce. Io avanti e Professor Pi dietro:
-Meri, tranquilla che le gambette te le controllo io, casomai ci vedessi sopra una sanguisuga

Tranquilla un par di omissis. Io so solo che nella via del ritorno ci abbiamo messo la metà del tempo dell’andata perché a quel punto io il sentiero me lo sono fatto alla velocità di Beep Beep.

A un certo punto, impigliatici in una felce spinosa e segante, ripartiamo lui avanti e io dietro. Di guardia sulle sue, di riverite gambette che, per la cronaca, sono lunghe un par di metri e dunque manco col periscopio le posso controllare tutte. Comunque sia vigilo. E infatti. E’ stato dopo l’attraversamento dell’alligalli di formiche che l’ho vista apparire lì, sul suo polpaccio destro, bella spaparanzata e nera. E’ stato un attimo. Io che mi getto come un kamikaze sul suo polpaccio spruzzando Autan pronta a estirparla urlando “AAAhhhhh eccolaaa” e il povero professor Pi che, appena in tempo, mi blocca e dice:
-Meripo’o’o’o’… è un neo.

Che stavamo a dì? Ah si che alle 15 dovevamo ripartire. Alle 14,25, quasi tutti pronti, a conti fatti ne manca una: Miss Nikon non si trova. L’ultimo avvistamento risalendo a 3 ore e 2 km dall’arrivo alla mèta prima, iniziano i primi pattugliamenti attorno alla stanza, al bar, sulla spiaggia e in riva al mare. Niente. Nessuno l’ha più vista e incontrata. Neanche chi avrebbe dovuto per forza, essendo partito dopo di lei per tornare indietro. Il punto è che l’ultimo avvistamento consisteva nell’ineffabile Miss Nikon modalità romantica donna inglese con Nikon al collo anziché con retino per farfalle ma ugualmente svagata lì per boscaglie malesi a raccoglier foto come fosse però nell’orto botanico di Glasgow, chioma riccia rossa, occhio azzurro oceano, dito prensile sul compulsivo click.

Ad ore 15,15 ancora nulla partiva la prima squadra di emergenza per rifare il percorso: professor Pi, Patrizio e Sven, come fossero appena usciti dalla Beauty farm di Messeguè anzichè dai 14 km della mattina si imboscavano ululando
“Sirviettaaaaaaaa Sirviaaaaaaa ma indove caspita seeeeiiii?????”

Alle ore 16 in assenza assoluta di notizie anche dei tre cercatori o di qualsivoglia capoccella facesse capolino dalla giungla recando la gentil donzella in salvo, si staccava -come da precedenti accordi- la squadra 2 Chiara, SilviaB e Filippo cassetta prontosoccorso muniti. L’attesa dei restanti -già snervante di suo- si arricchiva delle continue molestie acustiche di Rymon radiotrasmettitoremunito -na nticchia d’uomo pallido con voce in modalità sintetizzatore- che continuava ad incalzarci con molestissimi
-Please, put your baggage on the bus
nell’assoluta impossibilità nostra di fargli capire che, senza ritrovare la missed Miss, quei nostri bagagli poteva agevolmente ficcarseli ove ritenesse più opportuno tranne che sul bus.
Intanto, sedie a cerchio riuniti sotto la lamiera del bus stop, noi restanti, in ossequio alla celebrazione della Giornata Mondiale dell’Ottimismo, avanzavamo le seguenti ipotesi di scuola:
A) si è persa
B) si è fatta male
e C) la più gettonata A+B
La mozione “prima si è persa poi ha avuto un colpo di calore e ora giace svenuta in chissà quale dirupo” veniva approvata alla semiunanimità dei restanti.

Alle 16,10 due turisti giapponesi da noi sottoposti a interrogatorio come tutti quelli che uscivano dalla boscaglia, testimoniavano -come fossero collegati con Federica Sciarelli a Chil’havista- un
-Aahhh de italian lediii? con conseguente avvistamento di sospetto vagabondaggio su un sentiero sbagliato che, per quanto ne sapevamo, avrebbe potuto farla sbucare direttamente ad Atlantide.

Alle 16,15 una barcollante ma nonmollante sagoma femminile paonazza, rispondente all’identikit diffuso, appariva da strada laterale e a noi opposta vociando, anche piuttosto incazzata stranita:
-E allora? Sono andata in camera mia ma è già chiusa a chiave
Riportata sulla retta via da altri due giapponesi era infine stata intercettata dalla squadra 2 che aveva, a quanto pare, riseminato e dunque ci appariva unica e sola.

Nell’occasione sperimentavo con evidenze scientifiche inattaccabili quanto il concetto di autocontrollo sia ormai insito nell’essere umano evoluto al punto da evitarmi di metterle le mani al collo e procedere a una rapida e indolore neautralizzazione.
Rientrata anche la squadra A, accompagnata d aun variegato florilegio di imprecazioni in idioma toscancatanromantetesko, unite alla sempre molesta irrefrenabile cantilena di Rymon, si procedeva alla forzosa chiusura dei bagagli di Miss Nikon alla bell’e meglio spingendo infine essa e tutte le bagattelle sul caspita di bus coi caspita di bagagli nostri evocati per ore da Rymon.

E qui questa ci sta tutta, eh: