Posts Tagged ‘Puccini’

Perché tutti vogliamo innamorarci

mercoledì, febbraio 14th, 2018

Tutti vogliamo innamorarci, vero?

Perché? Perché è un’esperienza che ci fa sentire completamente vivi, ci rigenera, risveglia tutti i sensi, ingigantisce ogni emozione. La nostra realtà quotidiana è scossa e siamo catapultati in paradiso.

Può durare anche un solo momento, un’ora, un pomeriggio, ma questo non toglie una virgola al suo valore. Perché ci lascia dei ricordi preziosi che conserveremo per tutta la vita.

Ho letto un articolo, qualche tempo fa, che diceva che quando ci innamoriamo sentiamo Puccini nella testa. Adoro questa immagine. Credo che succeda perché la sua musica esprime il desiderio di incontrare la passione nella nostra vita. E l’amore romantico. E – mentre ascoltiamo la Bohème o Turandot o mentre leggiamo “Cime tempestose” o guardiamo “Casablanca” – un po’ di quell’amore rivive anche dentro di noi.

Quindi, la domanda finale è: perché le persone hanno sete di amore, pur sapendo che ha una data di scadenza e che può essere doloroso e devastante?

Io credo che sia perché finché l’amore dura, cazzo, non c’è niente di meglio.

Barbra Streisand
“L’amore ha due facce”

Afrodite

Afrodite dea dell’Amore

Mi chiamavano Mimì

lunedì, luglio 14th, 2014

Per onorare la tradizione con Grace secondo la quale l’estate viene ufficialmente proclamata solo dopo la scelta e l’acquisto dei biglietti per Caracalla, stamattina mi recavo al botteghino del teatro Costanzi in Roma (chè dice -Meripo’ esiste l’onlàin, si  ma io sono vintage e devo recarmi in loco, farmi mostrare dalle signorine tutti gli ordini di posto, sbirciarli da dietro l’oblò, uscire e godermi la facciata dell’Opera) dicevo stamattina mi recavo ad acquistare il lasciapassare della Bohème per una delle repliche, ché stasera c’è la prima.

Nonostante l’uggiosità di questo luglio autunnale al botteghino c’era la fila: quasi tutti stranieri, va detto, ma movimentava la situazione anche un nutrito gruppo di melomani nostrani. In particolare due tedeschi accanto a me farfugliavano una serie di consonanti senza vocali nelle quali rintracciavo però schegge di frasi conosciute fra le quali l’apice di un “ke celida manina” accompagnato da un languido “si mi kiamano mimì”.

Segnalo anche la presenza di una signora di-una-certa, pensionata, che guardava scorrere i prezzi e, verificato che con il biglietto da 25 euro

-Signò purtroppo io ce sento poco, se me mette in piccionaia pe’ me è come stà a guardà i firm muti

e verificato che la signorina dei biglietti faceva di tutto per agevolarle l’acquisto di quello da 40 scontato (signora è over 65? ha la tessera di Feltrinelli, della Conad, dell’autobus, una qualsiasi tessera?? )

me ne andavo rinfrancata pensando che sì, siamo pur sempre un grande Paese.

Ora leggo che, a meno di un miracolo dell’ultimo minuto, è stato proclamato uno sciopero per far saltare la “prima” di stasera. Ne sta seguendo una lite fra sigle sindacali a colpi di “noi siamo di più e la faremo saltare” “no noi invece ci saremo”.

Ci saranno motivi certamente seri e fondati per giustificare lo stato di agitazione delle maestranze. E’ che a me, appena l’ho letto, è venuto da pensare solo a tutte quelle persone compostamente in fila, arrivate da tutte le parti del pianeta. Penso ai nipponici che quandocaspitajericapita di poter avere un’emozione come quella che solo Caracalla sa dare, al netto dell’interpretazione artistica, già solo come scenario naturale. Penso anche a tutti quelli per i quali quelle due ore sono il sollievo di giornate quotidianamente complesse, penso a chi mette da parte euro dopo euro (ne conosco) per regalarsi quell’emozione.

Ora, chiedo: noi detentori della più grande fetta di patrimonio artistico del mondo, possiamo permetterci di fare ste figuredelcavolo globali? Possiamo permetterci, in un momento di crisi così, di continuare a segare i rami sui quali ogni tanto poggiamo un pochino di credibilità? Possiamo permetterci di fare del paradiso dell’arte una Cialtronia a cielo aperto?

Qui non si tratta di deludere gli ingioiellati delle prime: qui si tratta di difendere la nostra reputazione e il nostro portafoglio santocielo.

Ci crediamo o no al fatto che l’arte è un servizio essenziale, un bene di prima necessità?  Che la messa in scena di un’Opera lirica sia elemento di sussistenza al pari di un assegno sociale e una badante? Perché, capiamoci, qui non si può continuare a dire che la cultura è il nostro petrolio e contemporaneamente continuare a sparare e a fare buchi ai bidoni che lo contengono eh.

In conclusione: la nostra credibilità in certi momenti dipende più dall’apertura della soffitta di Mimì che dalle Borse. E questo è uno di quei momenti.