Posts Tagged ‘Professor Pi’

Papillon

Thursday, July 10th, 2014

E’ stato più o meno sul finire della telefonata, dopo aver esaurito anche il luogocomunismo dell’ occaspita-è-tornato-il-freddo, che il professor Pi mi ha detto

-Ah, domani mattina non sono raggiungibile per qualche ora perché si laurea uno dei miei studenti migliori. In carcere

Ecco a me questa cosa ha fatto venire un brivido. Non per aver constatato che il professor Pi poi sarà pure severo ma alla fine qualcuno lo promuove pure, ma per il fatto che quella che considero a tutti gli effetti la via più complessa ma soddisfacente per la libertà -lo studio- irrompesse coerentemente anche nel carcere.

Nella fattispecie, inoltre, il candidato non si laureava in legge, come avviene nella maggior parte dei casi, ma in Ingegneria. Ed è stato così che il professor Pi di buon mattino si è incamminato, insieme al Rettore e a tutti i colleghi che negli anni si sono alternati per corsi ed esami, in quella particolare trasferta.

Mi è piaciuto immaginarmeli alla discussione della tesi, alle domande e poi anche al rinfresco (pare fosse molto buono). Chissà se si è messo la corona di alloro, chissà che avrà pensato quando lo hanno dichiarato dottore. Quando ho raccontato poco fa questa storia al mio amico Roberto lui ha subito esclamato “Papillon”. Il film. Con Dustin Hoffman e Steve McQueen, la storia di Henri Charrière, un venticinquenne francese detto “Papillon” per via di una farfalla che porta tatuata sul torace, condannato all’ergastolo per un omicidio mai commesso.

Ecco mi è venuto in mente che tutto sommato anche qui si è trattato di tatuarsi una farfalla sul cuore. E che c’è un tipo di Fuga per la vittoria, e di fuga verso la libertà, che manco le sbarre riescono a fermare. E a volte, incredibilmente, avviene su una strada lastricata di equazioni differenziali, algebra, fisica e chimica.

Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta

Tuesday, December 24th, 2013

Qui. Su Donneuropa. Ribadimmo il concetto. Perché non si dica Ma non avevo mica capito che dovevo fa’.

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.

@LaveraMeriPop

Tu scendi dall’Ikea, o re del gelo

Monday, December 23rd, 2013

Stasera, quattro anni fa a quest’ora, c’era la neve su tutta la dorsale frecciarossica della tratta Milano Roma, la Capitale era avvolta dal freddo e io mi stavo morendo di fifa. Perché la mattina dopo avrei preso un aereo con gente sconosciuta, uno dei quali stava su quel treno in ritardo stasera di quella sera. E quello di quella sera di stasera aveva scritto a tutti gli sconosciuti

-Ehi ragazzi la sera prima di partire perché, con tutti quelli che partono da Roma, non mangiamo una pizza insieme così ci conosciamo?

E io prima avevo risposto

-Si certo, bella idea

Bella idea un par di palle natalizie. Perché al primo ritardo di quel treno io mandai un sms. Quello dell’emicrania. Quello che hai paura. E invece di scrivere

-Io ho una dannata e fottutissima paura di conoscere te e tutti questi chiunquesiate perché io me ne stavo qui col mio bel dolore a piangermi addosso e mo’ domani mi tocca interromperlo per un pochetto, tipo il tempo dell’imbarco aereo. E mi costringerete a uscirmene dal mio bel monolocale di separata disperata. E io invece me ne vorrei restare abbozzolata qui dentro. E voi non mi interessate neanche un po’. Ecco quindi la pizza mangiatevela da soli. Che io non ho manco fame.

scrivi solo

-Scusate ho un’emicrania ci vediamo domani

Che poi io quel gruppo me l’ero scelto al buio in mezzo a una decina del catalogo. E mi ero fissata proprio su quel nome lì. Pi. C’era scritto Cuba pure negli altri nove. Ma a quella riga c’era scritto Cuba con il Professor Pi. E m’era presa proprio brutta: continuavo a ripetermi per non si sa qual caspita di motivo che io, disperata per disperata, devo partire con questo.

E mo’ che questo si avvicinava io non me la potevo prendere con un caspita di nessuno se non con la pazzia che m’era presa in quei cinque minuti del clic.

Quindi, ragionevolmente rinsavita, almeno la pizza con questo e con quelli me la volevo risparmiare.

E poi, quattro anni fa ma domani mattina, mi sono trascinata fino a Fiumicino. Con la valigia piena di manuali di auto aiuto, fazzolettini di carta, rescue remedy e altre amenità oltre a un paio di costumi da bagno.

Il resto lo sapete, vi ho sbomballato abbastanza.

Ma c’è che poco fa ho guardato le lucine dell’Ikea fatte a tubo bianco lungo che mi aveva regalato mia sorella, quattro anni fa, dicendo

-Meripo’ così almeno non piangi al buio

e queste lucine sostanzialmente sono l’unica cosa rimasta di quella piccolissima casetta di quattro anni fa. Le lucine. Il professor Pi. E mia sorella. E l’Ikea. E Cuba. E quegli amici. E voi.

E mi è venuto da ripensare a quella sera. All’sms della fifa. E al fatto che a me sto Natale mi ha già stufata ma le lucine no. Stanno lì tutte in fila nel tubo a sembrano quasi disegnare una parola. Serendipity. Fortuito incidente. Trovare fortunosamente qualcosa mentre se ne cercava un’altra. Sti rompibballe qua, e il capo rompibballe. Perché quando ci si riappacifica con se stessi si è pronti persino per il Natale. E per accendere le lucine Ikea.

E siccome poi nel tempo c’è stata una musica che mi ha accompagnata in tutte le peregrinazioni viaggiatorie, per non farmi mancare nulla mi sono accesa pure quella. E’ Mark Knopfler. Si chiama Going Home. Perché, pure, arriva il momento in cui sei pronto anche per tornare -o restare- a casa. Ovunque sia.

Auguri, supercalifragilini. E anche a te Professor Pi. E al catalogo dei viaggi. E pure a quello delle lucine dell’Ikea.

Cose che avere senza conquistarsele è come non possederle mai

Saturday, November 30th, 2013

A un certo punto, tra la pioggia e il traffico, mi è sembrato che fosse più difficile raggiungere la Tuscolana che Dallol. Che così funziona: in Dancalia sopravvivono a intere estati a 50 gradi meglio di come noi si riesca a prevalere sulla pioggia a Roma. Una volta presa la salitina di via Assisi, da sola per strada nonostante non fossi al corrente di alcun proclama di coprifuoco in città, andavo meditando sul perché stessi sfidando di venerdì sera gli elementi capitolini e atmosferici per vedere  una mostra fotografica sulla Dancalia invece di tornarmene a casa a farmi un bel thè.

Ed è stato quando sono entrata nella sala che ho capito che stavo andando a riprendermi un’emozione. La prima grande foto era una carovana di cammelli. La seconda il bivacco della carovana del sale. La terza la strada salata verso Ahmed Ela. E lì già mi era salito il nodo in gola. Poi sono arrivate le gialle e viola meraviglie di Dallol. E insomma quando sono comparsi i volti degli Afar, con la pupa uguale alla figlia della nostra guida, mi sono piantata lì davanti come una statua di sale con le mani sul viso tipo Mammahopersolaereo e mi sono detta

-Cazzeruolameripo’ fino a dove sei arrivata

Ed era la prima volta che andavo a vedere una mostra fotografica di un posto in culoallaluna capo al mondo potendo dire: “Io c’ero. E l’ho visto”

Che io non sapevo neanche cosa caspita fosse e dove stesse, la Dancalia.

Afar al risveglio - Foto Professor Pi

E mi pare di avergliene dette anche quattro, al Professor Pi, quando mi ci ha trascinata.

Meri Dancal Pop - Foto Professor Pi

Che poi lì ho incontrato pure Niki Sventola. E tanti altri sconsiderati che hanno allietato giornate invero un po’ complesse. Ma indimenticabili. Ed è stato il posto nel quale ho scoperto che niente è gratis. Quantomeno nulla di ciò che valga la pena avere. Che avere senza conquistarselo è come non possederlo mai.

Insomma si vi ci trascinano andate. In Dancalia. Anche a Via Assisi. Alla mostra. Avete tempo fino al 2 dicembre: è tantissimo. Tempo. In Dancalia.

Meri Pop a Dallol - Foto Professor Pi

Agguanta na mela. E na valigia

Monday, October 7th, 2013

Cara Meri,

ho letto il tuo post al Giudice. Noi gli compariremo davanti fra dieci giorni, dopo undici anni di matrimonio. La maggior parte dei quali vissuti in due, il resto fino ad oggi anche con le sue “distrazioni”. Nonostante ciò non sono mai riuscita a dire Basta io e ho lasciato che alla fine lo facesse lui. Ora mi sento a pezzi. Che non so come ricomporre. Hai qualche suggerimento per il “dopo” visto che ormai il prima è andato?
Lucia

Cara Lucia,
io direi che si può ripartire da due prenotazioni: una dal pedicure e una all’agenzia di viaggi. La prima perché sono mesi che mi stanno a sbomballare dicendo che dopo il divorzio c’è il mondo ai nostri piedi e allora facciamo almeno che li si trovi presentabili. La seconda perché, senza aspettare l’udienza del divorzio, già per quella della separazione fu un viaggio che mi salvò. Che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor di più quelli della disperazione. E quello aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi il fiasco della vita.

Nella valigia avevo più fazzoletti di carta, manuali di auto-aiuto e boccette di Rescue Remedy che magliette e costumi, nonostante stessi partendo per Cuba. Eppure, ci sono anche qualificati testimoni che posso esibirti in ogni momento, fu una delle migliori idee della mia vita.

Intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e ti assicuro che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano numero 19 sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. Certo conobbi anche il Professor Pi, il che ha poi prodotto altri tipi di conseguenze ma non stiamo a sottilizzare. Anche per via della mole.

E c’è poi che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti tipo Guantanamera per strada. Il che, credimi, in certi frangenti fa la differenza. Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, poi un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, una disse

-Senti, secondo me dovresti andare in eroboristeria, farti dare qualcosa

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

-Senti secondo me dovresti andare a Cuba

E lei -Perché tesoro cosa c’è a Cuba?

-Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo

Ammazza quanto l’ho fatta lunga. Vabbè Lucì fammi sapere. Quando parti.
Tua Meri

Travolti da un insolito casino

Thursday, September 12th, 2013

Il Professor Pi ha acquistato un bastone. Come coadiuvante del ghiaccio, dell’Oki e dell’olio di gobba di cammello per l’infiammata rotula.

In realtà l’uso più proficuo che se ne intravede ormai da giorni è quando lo brandisce minacciosamente per strada tentando di farci attraversare incolumi. Perché, al di sotto delle donne, nella scala sociale iraniana ci sono solo i pedoni.

E se le donne sono considerate invisibili i pedoni sono, al contrario, obiettivi mobili contro i quali, accelerando, scagliarsi. Per cui l’automobilista iraniano medio li considera come fa il toro con la muleta: ci si getta contro a testa bassa. Dunque abbiamo trovato molto apprezzabile il fatto che, nottetempo, già quando eravamo in quel di Isfahan, attraversando la strada il passaggio tra le lamiere sia stato da allora agevolato da un omone occidentale dall’apparente peso di una quintalata che agitava una stampella di legno nell’aere minacciando di bastonare i cofani in avvicinamento delle iraniane autovetture. Sostanzialmente il nostro Mosè islamico.

Ed è dunque ora, a pochi giorni dalla ripartenza, di illustrare brevemente il tipo di risoluzione delle controversie stradali di stampo iraniano. Non sono mai stata a Calcutta ma da ciò che mi si narra ritengo di poter stabilire un primo parallelismo fra il traffico di tipo indiano e quello di tipo iraniano: un ininterrotto casino a cielo aperto. Evidentemente in questi luoghi devono aver trovato nuove spiegazioni alla teoria della compenetrazione dei corpi solidi per cui ciò che è fisicamente impossibile che entri in uno spazio a Roma (che già sta parecchio alta nella casinoclassifica) poi tecnicamente si incastra in uno spazio iraniano.

La qual cosa lascia l’osservatore attonito più o meno con questa faccia qui:

Iranian attonito - Foto Tiziana Forlin

Ciò produce comunque (la teoria deve essere ancora in fase sperimentale) una serie di botti e tamponamenti da record. Il primo incidente in diretta è avvenuto sotto il nostro naso, sudato anch’esso, alle 13,30 all’uscita dal bazar di Qatvin ove due veicoli si fragorosamente tamponavano e scatafasciavano con lascito di lamiere e vetri sull’asfalto.  A quel punto il conducente del veicolo A scende e si mette a urlare e inveire come un ossesso contro il conducente del veicolo B il quale, contestualmente, fa altrettanto con stridore di suoni. Ognuno, a seconda dei casi, inizia poi a prendere a calci la vettura già malconcia dell’altro e infine, nella concitazione generale, anche la propria.

Cosicché , all’acme dell’ingovernabile casino,  improvvisamente e all’unisono ognuno rientra nel proprio abitacolo e smarronando se ne rivà.

La qual cosa, vi è chiaro, senza aggravio alcuno per le casse comunali e senza inutile dispendio di invio vigili, pattuglie, mezzi e quant’altro. Ripeto: ciò che a prima vista potrebbe apparire come un cattivo esempio di wrestling stradale in realtà potrebbe riservare inaspettate e piacevoli sorprese, soprattutto in tempo di spending review.

I giorni dell’Iran

Tuesday, July 16th, 2013

Il professor Pi è quel Monopoli geografico sentimentale sul quale parti dal Via dicendo
-Basta, io quest’anno voglio andare a Londra che nasce pure il royal baby
e arrivi cliccando Prenota sul tasto Iran.

Al netto delle sue rassicurazioni standard
-pensa-non-andiamo-neanche-in-tenda-ma-negli-alberghetti (dove è chiaro che la prima sòla sta in quel diminutivo)
-Meripo’-guarda-che-andiamo-nell’antica-Persia-a-conoscere-finalmente-la-patria-dei-Medi-te-li-ricordi-sul-sussidiario-i-Medi

c’è che ieri ha mandato due cartelle -ripeto DUE cartelle- di “abbigliamento e norme di comportamento” tra le quali spiccano le seguenti istruzioni:

Per le donne:
Sono consentiti i sandali (anche se difficilmente vedrete una donna locale con i piedi nudi);
le caviglie devono essere coperte con pantaloni o gonne lunghe fino ai piedi (non vanno bene le gonne fino a metà polpaccio o spacchi);
il sedere deve essere coperto da camicie o maglie larghe (non vanno bene le maglie corte alla vita);
le forme non devono essere messe in evidenza
no alle maniche corte ma sono tollerate le maniche a tre quarti (sotto il gomito);
no a maglie scollate;
i capelli e il collo non devono essere troppo scoperti (è tollerato il foulard o la sciarpa che non copre i capelli davanti ma se arrotolate il foulard a mò di turbante questo deve coprire i capelli).
E’ consigliabile tenere il “velo” anche sul pulmino a meno che questo non abbia i vetri oscurati o non si tengano le tendine tirate perché  i guardiani della moralità potrebbero fermare il bus infliggendo multe.
Evitare gli indumenti troppo vistosi e un trucco troppo pesante
Anche in autobus, uomini e donne NON possono stare accanto, ma in sedili separati.
Cose da rimpiangere i tempi nei quali mi scriveva che dovevo portare la tenda, il sacco a pelo e la carta igienica.
E poi volevo dire un’altra cosa: Boldrì, leggi st’elenco e poi mi dici se è proprio Miss Italia la mortificazione delle donne
P.S.
driiiiiiiiinnnnn
-Si professor Pi??
-Meripo’ la carta igienica la devi portare pure in Iran

I quattro dell’Ave Maria

Wednesday, June 19th, 2013

E’ stato all’ora dei vespri nel giorno del Signore, nel senso domenica, che l’agnostico Professor Pi sempresialodato, in preda a un afoso zapping compulsivo nella stanza accanto, esclamava:
-Meripò, tu che sei del settore, icchè sarebbe ’sta bischerata del bracciale dell’Ave Maria?

Ancora interrogandomi sul settore di appartenenza evocato, e giunta davanti allo schermo, mi si manifestava la visione dello spot dei bracciali Amen. Ripeto: i bracciali Amen. Cioè, per riassumerla con le parole della San Paolo, fin qui stimatissima casa editrice ( i neretti sono nell’originale):

“Bracciali in cuoio con incise le preghiere del Padre NostroAve Maria e Angelo di Dio: in colori classici o trendy, realizzati in materiali sicuri e prodotti interamente in Italia.
Bracciali AMEN sono disponibili in lingua italiana o latina, in differenti misure e in colori diversi.
Bracciali AMEN…Al tuo polso parole di spirito!”.

Ora, sorvolando sui 39 euro richiesti per ogni giaculatoria e sul concetto di “colore trendy” applicato alle preghiere celesti, e concentrandoci invece sul tipo di resa dell’investimento proposto, potrei di grazia sapere chi davvero ritenga di andare in giro con l’Ave Maria tatuata su tre giri di cuoio tinto trendy con ciò sperando di scamparsi qualche anno di Purgatorio? E che caspita vi siete sciroppati a fare i 2+2 anni di Catechismo se manco avete imparato a memoria l’Angelo di Dio, che ancora avete bisogno dell’aiutino?

E infine scusatemi ma non era meglio quando si vendevano direttamente le indulgenze? Più che altro pure per evitarvi la rogna di doverci abbinare i colori trendy.

Partire è un po’ restare

Saturday, April 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

Se una notte d’estate un elettore

Friday, April 19th, 2013

C’è che, tra l’altro, il professor Pi è espatriato. In Brasile. Sostiene di essere stato invitato dall’Università di Copacabana
(-Meripo’, San Paolo, l’Università di San Paolo)
Va bene: sostiene di essere stato invitato dall’Università di San Paolo dove le oba oba locali chiedevano a gran voce di saperne di più sulle equazioni differenziali. Ci resterà lo stretto necessario per trovare l’algoritmo della samba, possibilmente anche quello della bossa nova: mesi, tipo. (-No, Meripo’, ti ho detto che starò via giusto il tempo che voi troviate la quadratura del cerchio istituzionale). Ecco, mesi appunto se andiamo avanti così.

E c’è che io, nell’occasione, sto sperimentando le infinite possibilità della tecnologia avventurandomi nel mondo dello Skype. Dunque qualche volta mi aggiro per il Uaifai con l’Aipadio tenuto in alto come fosse un Ostensorio, come dovessi captare onde random del corridoio perché mi sembra strano telefonare di fronte a una tavoletta A4.

E c’è che lui in questi giorni mi chiede affranto
Meri ma che succede?
E c’è che io davvero, davvero non so come dirglielo, quello che sta succedendo perché non lo capisco neanche io qui vicino.

E c’è che è stato poco fa che mi è venuto in soccorso Italo non il treno. E oggi io, professor Pi, mi sento così’:

“Ho provato un senso di vertigine, come non facessi che precipitare da un mondo all’altro e in ognuno arrivassi poco dopo che la fine del mondo era avvenuta”.

Italo Calvino – “Se una notte d’inverno un viaggiatore”