Posts Tagged ‘Professor Pi’

Dieci e lode

Tuesday, May 19th, 2015

Dunque ciò che di Santiago Calatrava mi lasciò a boccaperta a Valencia -cioè il Planetarium, detto anche “l’occhio”- erano gli integrali. I numeri. Cosiccome la perfezione del broccolo romanesco -sublimata nella corrispondente pasta con- è merito di un frattale (no, non le frattaglie, marescià, quelle servono per la pajata).

I pensieri, a metà fra Fibonacci e la sora Lella sono arrivate dopo aver trovato, tramite la sempresialodata bacheca del socialcoso del Professor Pi, questa riflessione postata da un suo collega scienziatissimo anche lui, il Professor D. Dei, Luigi Dei.

“Se ammiri una magnifica statua son le proporzioni che ti fanno venire un tuffo al cuore, se resti incantato dalla prospettiva di un quadro o dalle armoniose volute di un palazzo rinascimentale sono i rapporti che ti stordiscono, se ascolti della musica inebriante e armonica son frequenze e durate espresse con frazioni semplici che ti danno scariche di dopamina, se leggi estasiato versi endecasillabi ringrazia quel numero, l’undici, se alzi gli occhi al cielo e vedi le magnifiche superfici di Calatrava son gli integrali che le riportano a dimensione nota, se resti senza parole alla meraviglia di certe forme della natura ringrazia, per favore, i frattali, se infine vedi una donna o un uomo anziani che si disperano, versano calde lacrime e si lamentano di non avere più percezione delle meraviglie del mondo, sappi che non sono ciechi o sordi: non si ricordano più la bellezza dei numeri e della matematica”.

Il Planetarium (detto l'occhio) di Santiago Calatrava, Valencia

Che una cerca di evitare tutta la vita la matematica dicendo che non la ama e quella poi ti rispunta a sorpresa in tutte le cose che ami. E, oggi, penso sconsolatamente di essermi persino vantata di non amarla e di non-sapere-nulla-di-matematica. E’ stata una sciocchezza. Perché è come dire non amo e non so nulla di tutte le cose belle della vita.

Quindi grazie per aver indotto il ripensamento tardivo, grazie al professor Pi e al professor D, Dei. Quindi Dei gratias.

Meri Pop modalità Aida, “la marcia trionfale del pronto soccorso emotivo via blog”

Tuesday, May 19th, 2015

“Non è un programma radiofonico perché il titolo di quello condotto su Radio1 dalla bravissima collega Maria Teresa Lamberti (la candido ad una prossima intervista) si scrive Meri Pop ed è nato qualche anno dopo. Vi assicuro, però, che Meri Pop, blogger seguitissima, esiste ed è in carne e ossa.

E’ la second life, forse quella più vera, di una giornalista che ha saputo crearsi un ruolo parallelo ai proprio impegni istituzionali, come acuta osservatrice di costumi e di sentimenti.

Utilizzatrici finali e donatrici di spunti del blog “Supercalifragili” (dove fragili e fondamentali) sono state, inizialmente, una cerchia ristretta di amiche ed estimatrici. Il passaparola ha condotto alla corte di Meri Pop anche dei maschietti, molti in funzione di osservatori permanenti (per studiare le mosse del nemico?), fino a creare un folto pubblico di affezionati followers. Poichè desidero studiare quello che è ormai diventato un vero fenomeno mediatico-sentimentale, farò un’eccezione alla regola della mia rubrica, dedicata a persone fotografabili, intervistando un avatar.

D’altronde, per noi giornalisti, è norma professionale non rivelare le fonti”. (continua)

Aò, donatrici di spunti, utilizzatrici finali, osservatori permanenti e fenomeni mediatico-sentimentali, in questa intervista si parla di voi eh. (Grazie ad Annamaria Barbato Ricci che si è presa sto caffè con l’avatar e anche con un poco di zucchero)

Illustrazione di Cristina Romeo

Del leggere, scrivere e far di conto

Friday, May 15th, 2015

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professor Pi

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

La sindrome del martello

Wednesday, May 6th, 2015

Insomma è successo che ieri sera, mentre mi recavo solinga al Bea cafè alla serata L’amore ai tempi di Meri Pop, a ridosso di una rivendicazione sindacale telefonica al Professor Pi (bloccato, mi spiegava, dal quantismo fisico nel Granducato, e giustificatamente visto che ci vive e ci si guadagna da vivere) a base di
-Eccoperò-quandocisonoquesteseratetunoncipuoimaiessere
epperò-tiavevochiesto-uncollegamentoSkype-emmancoquello

dicevo approdata solinga al Bea cafè, predisponevamo con il paziente Andrea foto e filmati pensati all’uopo, ecco che alle mie spalle nella bellissima sala si sentiva truonare un vocione

-Ahmmaquindistaigiàqquà

Era il Professor Pi. Piombato a sorpresa. Dopo avermi perculata anche telefonicamente un’ora prima, lui già sul treno, “Si, anche nel Granducato è estate”.

Ed è stato allora, mentre affluiva il copioso pubblico -insieme a Grace e Simonetta Sciandi da me cooptate per aggiungere nuovi significati al tema “cuorinfranti alla riscossa”- che mi è tornata in mente una storiella tratta da uno dei primi libri regalatimi da Pi, il mai troppo esplorato tomo
“Istruzioni per rendersi infelici” del professor Paul Watzlawich

Tratta del meccanismo della pippa mentale, quel virus che di noi si impossessa un attimo dopo aver sentito confermata la felicità giustappunto per negarla e potersi finalmente dedicarsi in santa pace a una sana sofferenza.

La storia è questa:

“Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo ma non il martello. Il vicino ne ha uno e decide di andare da lui a farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta ma forse la fretta era solo un pretesto e ce  l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla. E’ lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile IO glielo darei subito. E perché lui no? Gente così rovina l’esistenza degli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino gli apre e, prima ancora che questo abbia il tempo di dirgli Buon giorno, gli grida
- SI TENGA PURE IL SUO MARTELLO, VILLANO!”.

e, chiosa il professor P W. (Paul Watzlawick):

“non c’è quasi nulla di meglio, nella creazione dell’infelicità, che il mettere l’inconsapevole partner di fronte all’ultimo anello di una complicata e lunga catena immaginaria nella quale egli svolge un ruolo decisivo e negativo. Il suo sconcerto, il suo sgomento, il suo asserito non comprendere, la sua indignazione, il suo voler discolparsi, sono la prova inconfutabile che avete ragione, che avete accordato la vostra benevolenza a chi non lo meritava e che ancora una volta si è abusato della vostra bontà”.

Ecco, pippologhe di tutto il mondo, vi suona familiare?

Per il resto la serata è stata veramente stichespiralidosa. E, come spesso capita e come riassunse una mia estimatrice sul socialcoso
-Meripo’ tu sei veramente brava, eh, scrivi benissimo e sei pure simpatica, niente da dire. Però la parte che preferisco dei post so’ i commenti

Dunque anche ieri la parte figassai era tuttintorno. Ma di questa riparleremo.

Ora fatemi andare dal vicino che gliene devo cantare quattro.

Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato

Tuesday, April 14th, 2015

La parte bella dei viaggi è che cominciano mooolto prima di quando iniziano. Che sognarli prima e immaginarli strada facendo è entusiasmante assai. Farli, in taluni casi, potrebbe addirittura essere la fase meno avvincente. E la parte che di norma anche io preferisco è il prima (anche perché vorrei vedere voi a viaggiare con Pi, la tenda, il sacco lenzuolo, il Biokill, il Dissenten e quant’altro).

Comunque sia l’altro giorno è sbarcato, per l’appunto Pi, con una mappa della Nuova Zelanda. Che il mio amico Giambe stamani mi ha detto “Uh, lo Hobbit, il Signore degli Anelli…” mentre invece Stefà aveva detto: “Vai da Avatar?”

Certo nessuno ha ancora detto “Uh Meri Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu (detta anche Taumata se non avete mezz’ora di tempo per pronunciarla, una collina vicina a Porangahau, nota per il suo nome composto da 92 lettere cioè il più lungo del mondo).

Ma il punto è che, in realtà, la parte più bella dei viaggi per me è il dopo. Quando torni e te li porti dietro, e dentro, finché la capoccia e la memoria ti assistono. E infatti giusto ieri mi si è illuminata questa cosa, quando su Rep è apparsa una paginata di John F. Burns che parlava di Tiziano Terzani. E a un certo punto, citandolo, chiude così:

“Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato ma di ciò che hai riportato indietro”.

La Laustralia

Wednesday, March 11th, 2015

Una madeleine a forma di mammozzone australiano, a forma di Ayers Rock, Uluru: è quella che m’è sovvenuta oggi, aprendo Repubblica sezione Viaggi pagina 45. Dove troneggiava questa:

E mi ha fatto rimembrare questa:

Meri a Oodnadatta (foto Professor Pi)

L’occasione mi è peraltro propizia per inviare una lacrimuccia nostalgica al resto del gruppone viaggiante. E anche a quel cappello con la retina proteggi mosquitos.

Mi ci trascinò, al solito, con l’inganno. Lui, il professor Pi.

-Meripo’, andiamo in Australia?
-Maccerto professor Pi, che beeello
Dopodiché dal radar della cartina immaginaria sparirono tutte le località più note di norma associate con l’idea di questa terra del desiderio, la Laustralia. Niente Perth, Adelaide, Canberra, Hobart… Però, signorimiei, mo’ ditemi chi conoscete che sia stato a William Creek (10 abitanti, di cui 1 fa il pubbista e 1, per fortuna, il gommista, che mica penserete che in quel viaggio le ruote se ne so state tutte intere al posto loro, no?).

Insomma quella nostra Laustralia durò un mese, UN MESE IN TENDA, dal gelo in quel di Orange al deserto, senza risparmiarci nulla dei gradi Celsius possibili, né delle millemila specie di schifosissimi insetti ovverossia anche dei mastodontici coleotteri nonché animali più velenosi dell’Universo che lì trovano la più alta concentrazione planetaria.

Che avrei dovuto capire tutto dal primo incontro al primo cesso del primo campeggio, quando una indigena locale mi apostrofò in fila dicendo:

Ohueriùcamfrom? (da indove caspita vieni?)
e tu rispondi “Italy”
e lei anziché dirti entusiasticamente ”Ohhhuuuu-welcome-in-our-wonderful-land”
si ferma, very perplessa, si incupisce e chiede:
-E che ci siete venuti a fare?

Ecco, appunto. E invece vedi poi che il tempo è galantuomo e oggi, a onor del vero, credo sia stato uno dei viaggi più belli. Perché mi costrinse, come spesso accade, a fare i conti con gli insetti di fuori e i fantasmi di dentro. Che tutta quella terra difficile, spesso ostile, dura, infinita, disabitata e pericolosa, ti si srotola davanti come fosse, davvero, un po’ la vita tua. E capisci che l’unico modo per sopravviverle è affrontarla un pezzetto per volta. E insieme, in gruppo. Perchè pure se vedete tutto nero alla partenza poi andate lì e se trovate le persone giuste vedete improvvisamente tutto rosa, come nella fotona qua sopra.

Però certe volte pure se andate là e pure se siete felici improvvisamente arivedete tutto nero, ma per poco. Cioè finché non se ne vanno le mosche:

Meri Burka (Foto Professor Pi)

E certo potreste trovare parecchi ostacoli sulla vostra strada

Rolled stones (Foto Professor Pi)

ma l’importante è scansarsi in tempo:

Ahia (Foto Meri Pop)

Potrà capitarvi di trovarvi in mezzo a un guado e pensare di non farcela (ma intanto famose na doccetta)

Quel ponte sul fiume Indovai (Foto Carlina)

e scoprire che invece potete osare dove pochi avevano già osato, anche fare cose osè Mosè

Meri M-osè (Foto Professor Pi)

E insomma se poi, come diceva poi quell’altro, “Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”, vedendo come ero ridotta io capite bene che caspita di viaggio è stato. Indimenticabile. Specie per i poveracci che m’hanno dovuto sopportare.

Tutto sto sproloquio per dirvi: se vi capita, meglio ancora se vi trascinano, andate. Andate alla Laustralia. E’ lontanissima, si, vero. Ma vi avvicinerà a risorse e parti di voi che manco pensereste mai di avere. E a volte occorre fare 38 mila chilometri (15 mila andare, 15 mila tornare e 8mila in mezzo) per scoprire qualcosa che vi è a un tiro di schioppo dal naso, una cosa che si chiama cuore.

Tutti i numeri che abbiamo dato:
Km. 8888
Dei quali sballonzolati su pista 6000
Km a piedi: 70
Ore di volo: 63. Ripeto: ses-san-ta-tre
Jeep: tre due
Eroi: 11
Tende: sei cinque
Fusi orari cambiati: 3
Stati attraversati: 5
Bagagli in chili alla partenza: 220
Bagagli in chili al ritorno: 180
Chili di zavorra lasciati in cestini ostello Cairns: 40
Temperatura minima 0 (aò ma quale 0, famo pure -10)
Temperatura massima 35
Litri d’acqua consumati nel bush: 400
Litri di gasolio: 5.100
Casuari avvistati a casuaccio: 1
Canguri vivi: 30
Canguri morti: 300
Aquile: 20
Coccodrilli: 10

Grazie -ancora- ad Ago, Carla, Cris, Dario, Enza, Mariella, Mauro, Tino, Paola, Pietro


Papillon

Thursday, July 10th, 2014

E’ stato più o meno sul finire della telefonata, dopo aver esaurito anche il luogocomunismo dell’ occaspita-è-tornato-il-freddo, che il professor Pi mi ha detto

-Ah, domani mattina non sono raggiungibile per qualche ora perché si laurea uno dei miei studenti migliori. In carcere

Ecco a me questa cosa ha fatto venire un brivido. Non per aver constatato che il professor Pi poi sarà pure severo ma alla fine qualcuno lo promuove pure, ma per il fatto che quella che considero a tutti gli effetti la via più complessa ma soddisfacente per la libertà -lo studio- irrompesse coerentemente anche nel carcere.

Nella fattispecie, inoltre, il candidato non si laureava in legge, come avviene nella maggior parte dei casi, ma in Ingegneria. Ed è stato così che il professor Pi di buon mattino si è incamminato, insieme al Rettore e a tutti i colleghi che negli anni si sono alternati per corsi ed esami, in quella particolare trasferta.

Mi è piaciuto immaginarmeli alla discussione della tesi, alle domande e poi anche al rinfresco (pare fosse molto buono). Chissà se si è messo la corona di alloro, chissà che avrà pensato quando lo hanno dichiarato dottore. Quando ho raccontato poco fa questa storia al mio amico Roberto lui ha subito esclamato “Papillon”. Il film. Con Dustin Hoffman e Steve McQueen, la storia di Henri Charrière, un venticinquenne francese detto “Papillon” per via di una farfalla che porta tatuata sul torace, condannato all’ergastolo per un omicidio mai commesso.

Ecco mi è venuto in mente che tutto sommato anche qui si è trattato di tatuarsi una farfalla sul cuore. E che c’è un tipo di Fuga per la vittoria, e di fuga verso la libertà, che manco le sbarre riescono a fermare. E a volte, incredibilmente, avviene su una strada lastricata di equazioni differenziali, algebra, fisica e chimica.

Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta

Tuesday, December 24th, 2013

Qui. Su Donneuropa. Ribadimmo il concetto. Perché non si dica Ma non avevo mica capito che dovevo fa’.

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.

@LaveraMeriPop

Tu scendi dall’Ikea, o re del gelo

Monday, December 23rd, 2013

Stasera, quattro anni fa a quest’ora, c’era la neve su tutta la dorsale frecciarossica della tratta Milano Roma, la Capitale era avvolta dal freddo e io mi stavo morendo di fifa. Perché la mattina dopo avrei preso un aereo con gente sconosciuta, uno dei quali stava su quel treno in ritardo stasera di quella sera. E quello di quella sera di stasera aveva scritto a tutti gli sconosciuti

-Ehi ragazzi la sera prima di partire perché, con tutti quelli che partono da Roma, non mangiamo una pizza insieme così ci conosciamo?

E io prima avevo risposto

-Si certo, bella idea

Bella idea un par di palle natalizie. Perché al primo ritardo di quel treno io mandai un sms. Quello dell’emicrania. Quello che hai paura. E invece di scrivere

-Io ho una dannata e fottutissima paura di conoscere te e tutti questi chiunquesiate perché io me ne stavo qui col mio bel dolore a piangermi addosso e mo’ domani mi tocca interromperlo per un pochetto, tipo il tempo dell’imbarco aereo. E mi costringerete a uscirmene dal mio bel monolocale di separata disperata. E io invece me ne vorrei restare abbozzolata qui dentro. E voi non mi interessate neanche un po’. Ecco quindi la pizza mangiatevela da soli. Che io non ho manco fame.

scrivi solo

-Scusate ho un’emicrania ci vediamo domani

Che poi io quel gruppo me l’ero scelto al buio in mezzo a una decina del catalogo. E mi ero fissata proprio su quel nome lì. Pi. C’era scritto Cuba pure negli altri nove. Ma a quella riga c’era scritto Cuba con il Professor Pi. E m’era presa proprio brutta: continuavo a ripetermi per non si sa qual caspita di motivo che io, disperata per disperata, devo partire con questo.

E mo’ che questo si avvicinava io non me la potevo prendere con un caspita di nessuno se non con la pazzia che m’era presa in quei cinque minuti del clic.

Quindi, ragionevolmente rinsavita, almeno la pizza con questo e con quelli me la volevo risparmiare.

E poi, quattro anni fa ma domani mattina, mi sono trascinata fino a Fiumicino. Con la valigia piena di manuali di auto aiuto, fazzolettini di carta, rescue remedy e altre amenità oltre a un paio di costumi da bagno.

Il resto lo sapete, vi ho sbomballato abbastanza.

Ma c’è che poco fa ho guardato le lucine dell’Ikea fatte a tubo bianco lungo che mi aveva regalato mia sorella, quattro anni fa, dicendo

-Meripo’ così almeno non piangi al buio

e queste lucine sostanzialmente sono l’unica cosa rimasta di quella piccolissima casetta di quattro anni fa. Le lucine. Il professor Pi. E mia sorella. E l’Ikea. E Cuba. E quegli amici. E voi.

E mi è venuto da ripensare a quella sera. All’sms della fifa. E al fatto che a me sto Natale mi ha già stufata ma le lucine no. Stanno lì tutte in fila nel tubo a sembrano quasi disegnare una parola. Serendipity. Fortuito incidente. Trovare fortunosamente qualcosa mentre se ne cercava un’altra. Sti rompibballe qua, e il capo rompibballe. Perché quando ci si riappacifica con se stessi si è pronti persino per il Natale. E per accendere le lucine Ikea.

E siccome poi nel tempo c’è stata una musica che mi ha accompagnata in tutte le peregrinazioni viaggiatorie, per non farmi mancare nulla mi sono accesa pure quella. E’ Mark Knopfler. Si chiama Going Home. Perché, pure, arriva il momento in cui sei pronto anche per tornare -o restare- a casa. Ovunque sia.

Auguri, supercalifragilini. E anche a te Professor Pi. E al catalogo dei viaggi. E pure a quello delle lucine dell’Ikea.

Cose che avere senza conquistarsele è come non possederle mai

Saturday, November 30th, 2013

A un certo punto, tra la pioggia e il traffico, mi è sembrato che fosse più difficile raggiungere la Tuscolana che Dallol. Che così funziona: in Dancalia sopravvivono a intere estati a 50 gradi meglio di come noi si riesca a prevalere sulla pioggia a Roma. Una volta presa la salitina di via Assisi, da sola per strada nonostante non fossi al corrente di alcun proclama di coprifuoco in città, andavo meditando sul perché stessi sfidando di venerdì sera gli elementi capitolini e atmosferici per vedere  una mostra fotografica sulla Dancalia invece di tornarmene a casa a farmi un bel thè.

Ed è stato quando sono entrata nella sala che ho capito che stavo andando a riprendermi un’emozione. La prima grande foto era una carovana di cammelli. La seconda il bivacco della carovana del sale. La terza la strada salata verso Ahmed Ela. E lì già mi era salito il nodo in gola. Poi sono arrivate le gialle e viola meraviglie di Dallol. E insomma quando sono comparsi i volti degli Afar, con la pupa uguale alla figlia della nostra guida, mi sono piantata lì davanti come una statua di sale con le mani sul viso tipo Mammahopersolaereo e mi sono detta

-Cazzeruolameripo’ fino a dove sei arrivata

Ed era la prima volta che andavo a vedere una mostra fotografica di un posto in culoallaluna capo al mondo potendo dire: “Io c’ero. E l’ho visto”

Che io non sapevo neanche cosa caspita fosse e dove stesse, la Dancalia.

Afar al risveglio - Foto Professor Pi

E mi pare di avergliene dette anche quattro, al Professor Pi, quando mi ci ha trascinata.

Meri Dancal Pop - Foto Professor Pi

Che poi lì ho incontrato pure Niki Sventola. E tanti altri sconsiderati che hanno allietato giornate invero un po’ complesse. Ma indimenticabili. Ed è stato il posto nel quale ho scoperto che niente è gratis. Quantomeno nulla di ciò che valga la pena avere. Che avere senza conquistarselo è come non possederlo mai.

Insomma si vi ci trascinano andate. In Dancalia. Anche a Via Assisi. Alla mostra. Avete tempo fino al 2 dicembre: è tantissimo. Tempo. In Dancalia.

Meri Pop a Dallol - Foto Professor Pi