Posts Tagged ‘Professor Pi’

El condor pasa. Nosostros no

giovedì, settembre 1st, 2016

Galapagos 1

‘Sta storia che “Meripo’ stavolta stai tranquilla che il viaggio alle Galapagos è tutto relax”, per quanto l’estimabile Nicki Sventola che l’ha fatto l’anno scorso sia donna di comprovata attendibilità, non mi aveva convinta fino in fondo. Diciamo che l’esperanza de escampar è durata fino a Madrid. Tre ore. Quando, fatta la tratta Fiumicino-Barajas, al varco della Policia el grupo che partiva da Roma veniva bloccato porquè no tienes la tarjeta de embarque del avion.

Inutile spiegare che la caspita di signorina Iberia di Roma aveva detto

-El ordenador sta scassado, no se preocupe che a Madrid non c’è problema anche se non avete la carta d’imbarco

La risposta di Madrid non si faceva attendere, contenuta nel vocione di una irremovibil poliziotta

-Col cavolo che passate senza la tarjeta

-Ma guardi che i nostri colleghi di Milano sono passati…
tentava di rilancio Pi con iniziale calma che però si vedeva che se stava scassando i cabasisi peggio del computador Iberia

-No se puede no se puede
insisteva quella

Era a quel punto che Carlo sfoderava il suo sorriso magico e tirava giù un fluentissimo spagnolo, Pi invece tutto il calendario dei Santi minori con incursioni in quelli ancora da beatificare.

Nada. Nada de nada

Intanto i minuti e le mezz’ore passavano. Con imbarco previsto alle 16,30 noi alle 16,10 stavamo ancora bloccati lì quando Pi, furente como el toro en la corrida, chiamava sul cellulare “Paola Darwin” del gruppo Milano, che gli assidui del quippresente blogghe ricorderanno per la partecipazione al viaggio nella Laustralia, e le tuonava

-Paola, por favor, voi che siete già all’imbarco fatevi fare hodeste cazz(omissis) de tarjete lì e portateceleqquà sennò estallo un casino che altro che la computadora di questi bischeri

Costì, alle 16,20 se presentiava dalla Policia la senorita dell’AirEcuadora con le tarjetes en bocca -davanti a tutto un consesso de poliziotti che intanto si erano radunati attorno al gruppo Roma- e ci faceva passare il caspita di posto di controllo mentre Pi, che ancora faceva florilegio di sconosciute imprecazioni di rito fiorentino, ne aggiungeva inedite altre di rito spagnolo

Y ahora el Pi que se alza en la lucha con voz de gigante gritando: Adelante! gritava pure

-VAMOS, CORREMOS che perdiamo il caz(omissis) di aereo

tipo una riedizione Intillimana di DE PIE MARCHAR QUE VAMOS A TRIUNFAR ma muy encazada

E aricostì, alle 16,31, stremati, sudati, in apnea, con la lingua di fuori e lanciando i bagagli a mano e le cazzarola de tarjete oltre el varco dell’embarco, salivamo per ultimi e al volo sul volo.

Condor delle Ande

El condor delle Ande

No ma poi a Nicki Sventola dos palabras gliele dico io eh.

Hap-Pi Pi day

lunedì, marzo 14th, 2016

Nel Pi greco day (il 14 marzo letto all’anglosassone diventa 3/14 ovvero il coso che serve per calcolare l’area di un cerchio) mi è qui gradito ricordare una delle migliori interpretazioni del nostro Esimio Prof. Allorquando nella sua Aula universitaria spiegando le equazioni a studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari, infine una si avvicina e gli chiede:

-Scusi ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare addizioni e sottrazioni?

E lui:

-Mi perdoni, cara, in questo periodo sta seguendo un corso di letteratura italiana?

-Si, certo

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

E dunque molti auguri, professor Pi. Che ne ha parecchio bisogno, a ben vedere. Come noi, per altro.

Infine una citazione, alla quale mi appellerò come alla Convenzione di Ginevra ogniqqualvolta mi si verrà a dire che le donne sono problematiche:

In matematica l’arte di porre problemi deve essere tenuta in maggiore considerazione di quella di risolverli.
(Georg Cantor)

Pi day happy

Del principio di minima energia e massimo cialtronismo

martedì, febbraio 23rd, 2016

Discorrevo col professor Pi sul dilagante cialtronismo che tutti ci avvinghia contestualmente elencandone una terna cadauno di quotidiani esempi, egli soffermandosi anche su performance studentesche non propriamente esaltanti. Ed è stato allora che gli ho domandato

-Professor Pi ma come mai più si progredisce più, per certi aspetti, si regredisce?

Ed è stato lì che lui mi ha detto

-Il principio di minima energia, che pur governa il mondo, applicato nella versione fancazzista al quotidiano agire genera il principio di massimo cialtronismo

Richieste ulteriori specifiche al primo Principio di Pi sul massimo cialtronismo, egli chiosava:

-Vedi, Meripo’, se alla massima applicazione personale non corrisponde un proporzionale riconoscimento, ma tutti si rischia di galleggiare in una indistinta mediocrità in cui il premio statisticamente cade sui meno brillanti -con fulgide eccezioni certo-, al tradizionale cialtronismo di base si aggiunge -ed è difficile arginare-  anche la ricaduta del “Ma in fondo a me ma chiccazzomelofaffare”.

Aladdin lamp

La parrucchiera dell’Imperatrice

mercoledì, gennaio 27th, 2016

E’ che io, non avendo mai posseduto una Barbie, con la principessa Sissi ci sono cresciuta. Col film, intendo. E dunque stavo ferma lì, al fumettone con Romy Schneider, al punto che l’anno scorso quando il professor Pi mi portò a Merano non facevo altro che inseguirne le orme su “la passeggiata di Sissi”, nonostante nel frattempo si fosse appurato che non era principessa e manco si chiamava Sissi.

Comunque, il mito dell’eterea -al netto dei miei traumi da assenza di Barbie- resiste al punto che financo Chanel poco più di un anno fa l’ha presa come testimonial facendone girare un corto a Lagerfeld con Cara Delevingne.

E’ con questo curriculum che quindi ieri sera ho fatto il mio leggiadro ingresso accompagnata dalla fida Shylock al teatro Tor di Nona di Roma per la prima de “La parrucchiera dell’Imperatrice, ossia la vera storia della principessa Sissi” perché, lo dico subito, stavolta tutto il ponte di comando dello spettacolo è amicamia. Che su sto ponte son tutte donne.

Un’ora e quaranta di monologo. In cui l’improbabile eterea e patinata Sissi lascia il posto a un gioco di specchi fra Sissi e Fanny, la sua parrucchiera di corte. La padrona e la serva, la vittima e la carnefice, così distanti nella scala sociale ma così vicine nell’infelicità. Tutte e due nell’unico corpo, voce, anima di Tiziana Sensi.

Che è amicamia, ve l’ho detto. Come lo è Franca De Angelis che ha scritto questo monologo come un vestito su misura per lei. Come uno dei magnifici vestiti di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach. Franca De Angelis che con Sissi si era misurata insieme ad altri colleghi per scriverne il film tv e sempre, anche sui titoli di coda, le era rimasta impressa e in sospeso Fanny, Fanny Angerer, la parrucchiera di corte, che era stata al fianco dell’imperatrice –ossessionata dalla cura dei propri capelli – per decenni. Due donne che riescono a farsi spazio in un mondo dominato da uomini. Ma il cui prezzo è altissimo.

Dunque Tiziana Sensi. Un’ora e quaranta di gioco delle parti,

Sissi Titti

Tiziana Sensi-Fanny-Sissi

di disperazione e di gioia, di salti e di paralisi, di altezzoso sguardo e di popolana veracità tutto insieme nel corpo di Tiziana e che io non lo so come caspita faccia. Che già l’idea di dover mandare a memoria un’ora e quaranta di cinquant’anni di storia e di personali e sociali tormenti è roba per me inimmaginabile, una mole epica

-Tipo l’esame di procedura penale…
chiosava esterrefatta alla fine Natalia, mentre anche Bea strabuzzava l’occhio in corso d’opera sgranandomelo addosso come per reciprocamente convincerci

-Ma che, davero?

Insomma, cinquanta chili scarsi lì a sprigionare energia come una centrale nucleare.
Il finale non ve lo dico. Vi dico solo che ci sto ancora pensando. E che stamattina quando ho preso la spazzola l’ho guardata ben bene e le ho detto

-Incredibile, amicamia, quante cose potresti raccontare anche tu

Perché, si, e non solo per Sissi, la nostra forza spesso parte dall’alto. Dai capelli, per la precisione

LA PARRUCCHIERA DELL’IMPERATRICE
ossia la vera storia della principessa Sissi
di Franca De Angelis
regia Anna Cianca 
con Tiziana Sensi

Teatro Tor Di Nona, Roma
Fino al 7 febbraio

 

Indoll’è codesto Laosse?

lunedì, gennaio 11th, 2016

Va detto che il Professor Pi l’aveva presa alla larga. Non potendo quest’anno partecipare alla spedizione natalizia aveva tentato una lusinga esotica con

-Meripo’ perché non ne approfitti e vai a farti un bella vacanza a Zanzibar? (sottotitolo implicito: Così la finisci di sfracassarmi i maroni quando ti porto a giro io?)

Che star spiaggiati su una sdraietta a Zanzibar sorseggiando cocktail è stato effettivamente il miraggio delle volte in cui mi trascinava per qualche impettata fangosa per l’orbe terracqueo, cioé sempre. Senonché, mi son detta, perché togliersi la possibilità di continuare a sfracassarglieli? Dunque, dopo attenta consultazione del programma e accampando scuse del tipo

-Mh mi pare un po’ troppo nojoso con tutto questo mare

optavo per una sana telefonata di piano B a Nicki Sventola che gli assidui ricorderanno per l’indimenticata spedizione in Dancalia, ella essendo in partenza per una “spedizione Surma” a base di inesplorate tribù etiopiche (per le quali qui si è già dato abbastanza). La Sventola iniziava a passare in rassegna tutte le partenze che permettessero una parziale sottrazione alle italiche abbuffate del triangolo 25-31-6 infine proponendomi la terna

Patagoniaterradelfuoco-Astuccipenici delle foreste-Laos

Laos. Più che altro per evitare gli astucci penici delle foreste e quelli scafandrici da assideramento patagonico.

Laos senza Professor Pi ma, attenzione, con la Profe C. Che sempre dal Granducato arriva. E sempre Profe è. E che così si annunciava

DRIIIINNNNNNN

-Son la Claudia. Unfoppeddittelo Meripo’ ma siam solo in cinque, o speriamo ‘un ci sian scassaballe. Noi comunque si parte, icche cc’è cc’è,

E va qui altresì annotato che l’unica reazione registrata nella maggior parte degli avventori ai quali si comunicava la destinazione era

-Laos. E ndo sta? (da Roma in su: E dov’è, il Laos?)

Ce lo hanno chiesto financo sulla EgyptAir i  viaggiatori che si stavano recando nei confinanti Cambogia, Thailandia e Vietnam. La profe C ci metteva a parte del fatto che, alcuni l’avevano chiamata per informazioni chiedendo soprattutto, di un Paese che di sbocco non ne ha manco mezzo incastonato come sta tra le foreste,

-E quanto mare potremo fare?

(Zanzibar, ma quanto sei sottovalutata?)

Per assimilare la performance a quella di Giochi senza frontiere la Sventola rilanciava

-Meripo’, ovviamente per dodici giorni farai solo il bagaglio a mano, giusto?

Ovviamente. Dodici giorni. Con temperature tra i 10 e i 37 gradi (di Bangkok). Compresi sacco lenzuolo -che nzisammai ndo te portano a dormire- e roba da trekking. Ovviamente. Dunque più che la preparazione di un bagaglio iniziava il gioco del Sudoku.

E dunque per la compenetrazione dei corpi tutto ciò che era fuori

Laos1

doveva andare a finire dentro

Laos2

E sì, signore e signori, alla fine grazie ad alcune forzature delle leggi fisiche che regolano la materia e l’espansione dei corpi (tipo sedersi sopra il bagaglio e schiacciare tutto compresi i pochi liquidi permessi facendoli squaqquerare ovunque), mi presentavo da mia sorella la sera del 24 (per poi partire la mattina del 25) alla cena di Natale vestita come Roald Amundsen alla vigilia della spedizione in Antartide, con almeno sei strati di vestiti addosso (per risparmiare spazo in valigia) e dirigendomi sulle tartine al salmone e sul capitone marinato con l’andatura barcollante dell’omino Michelin.

Immaginando il mio pranzo di Natale al terminal T3 di Fiumicino con il Camogli e la Rustichella tiepida dell’autogrill, mia sorella preparava un fagotto casareccio buonissimo che ovviamente dimenticavo sul tavolo della sua cucina. Con ciò apprestandomi a chiedere un pezzo del pane e lampredotto alla Profe C.

Poco prima del decollo del primo Egyptair da Roma (e vi assicuro che insomma di sti tempi poi uno proprio tranquillo tranquillo non sta mai) equipaggio prapararsi, spegnete i cellulari, motori su di giri e silenzio in sala, ecco che dagli schermi compare improvvisamente una moschea con scritte cubitali in arabo e una voce improvvisa dall’altoparlate inizia a invocare Allah.

Non so se vi rendete conto. Panico e terrore. Ma era la preghiera. La-pre.ghie.ra-sull’-a-e-reo. Ditemi voi se se po’ fa’ ‘na cosa simile.

Decollati alle 17 del 25 si giungeva a destinazione (cioè il passaggio di frontiera tra Thailandia e Laos) all’ora di pranzo del 27. Ripeto: due giorni per raggiungere un posto agguantabile, con un paio di cambi, in tipo dodici ore. No, non chiedetemi perché io abbia fatto prima ad arrivare in Nuova Zelanda. Era chiaro da subito, in ogni caso, che invertendo l’ordine dei capogruppo il prodotto non cambiava. Per cui, in omaggio a Flaiano, si confermava che la linea più breve che congiunge due punti, anche viaggiando, è l’arabesco.

E una sola domanda, giustappunto, si faceva strada finalmente anche dentro di me: ma sto caspita di Laos dove cazzarola sta?

Laos3

Luang PraPop

martedì, dicembre 22nd, 2015

Dunque volevo avvertire l’utenza che a Natale vi porto nel Laos. Il Professor Pi rimarrà invece nel Granducato, trattenuto da inderogabili impegni per gran parte delle feste.

Alle mie rimostranze, con profferte di Tiaspetto e varie, ha risposto prendendola un po’ alla lontana. E, sbarcato a Termini con sottobraccio il tomo “Due intrusi nel mondo di Einstein”, mi ha messa a parte di un epocale cambio di paradigma in cosmologia illustrandomi il passaggio da un unico universo che tutti condividiamo a una realtà frammentaria in cui ogni osservatore ha il proprio mondo. Allo stesso modo, sosteneva, anche noi potremo utilmente trarre vantaggio dall’epocale cambio di paradigma dalla condivisione dell’unico viaggio al viaggio frammentario.

Il passaggio potrebbe avere in entrambi i casi conseguenze di incalcolabile portata per la nostra comprensione dell’origine del cosmo ma soprattutto conseguenze incalcolabili per l’ignara sua bravissima collega che guiderà il viaggio in Laos.

Come ciò non bastasse si incaricava Nicki Sventola (che gli assidui ricorderanno come protagonista della spedizione in Dancalia) di aggiungere

-Meripo’, mi raccomando, stavolta solo bagaglio a mano

-Eeehhhh????

-Cara -ha detto in sostanza- son sei anni che ci sbomballi con questa storia della leggerezza, ora non è che puoi tirarti indietro di fronte a una cappelliera

Il testone del Professor Pi annuendo alla proposta (ettecredo, sono io che devo far entrare il corrispettivo di una spedizione in un anfratto lillipuziano) si considerava il ciondolamento del suo capoccione come la Cassazione.

E dunque, cari, sono due giorni che cerco di forzare il concetto di spazio quantistico: cioè quanto caspita di spazio servirebbe per far entrare la piramide di cose accatastate accanto al micragnoso Ghepard trolley? E quanto poco invece ne ho?

Non mi ero mai resa conto di quanto fosse labile il concetto di “indispensabile”. Manco quando riguardò l’altra metà dello stato civile. Che qua, comunque, son tutti bravi a fare i minimalisti con le cappelliere degli altri, eh. Anche nella vita, carimiei.

Vabbè ora vado a riprovare. Che qua, più che un bagaglio, sto facendo un Sudoku.

Laos Akha 3

 

Quel “tocco” in più

venerdì, dicembre 11th, 2015

Ieri, per un attimo, ho incrociato il corteo motorizzato della regina Rania del regno Hashemita di Giordania, appena insignita dal Magnifico rettore de La Sapienza di una magnifica laurea honoris causa in Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale. Ci s’è laureata dunque pure Vacanze romane, bella e regale più che mai in tocco e toga

Rania Laurea

Ora spiace piombare sulle lucine di Natale con una zona d’ombra (per quanto pure ste lucine con le relative incombenze mi abbiano già abbondantemente sfracassato) ma giustappunto pochi giorni fa anche il Magnifico professor Pi mi raccontava di aver presenziato nel magnifico salone della sua magnifica Università, a una sessione di laurea dei suoi scienziati. E spontaneo m’era uscito un

-Uh Professor Pi, lanciate pure voi il tocco per aria, per poi calcolarne la fisica ridiscesa?

E dopo un attimo di imbarazzato silenzio aveva amaramente chiosato

-No, Meripo’, non abbiamo più né tocchi e né toghe. Quelle vecchie si sono tutte rovinate e non abbiamo soldi per ricomprarli

Ora voi direte -Meripo’ non è che si possa ridurre tutto a una sfilata glamour, non confondiamo la forma con la sostanza. Piuttosto ringraziamiddio che questi si so’ laureati

Però invece secondo me no. Esiste una forma che in certi casi diventa anche sostanza. Il giorno della Laurea è uno dei riti di passaggio, non solo per chi quel riconoscimento lo riceve ma anche per quel contorno che t’ha aiutato ad arrivarci (e chi ha la fortuna di aver avuto uno o più nonni alla laurea lo sa).

E’ il passaggio all’età adulta (ora che il servizio militare l’avete rottamato) e certo il retrogusto cinico mi fa sentire anche qualche voce dal fondo che dice “Meripo’ è pure il rito di passaggio verso la disoccupazione” ma no, su questo oggi non mi avrete.

E’ il momento in cui uno Stato, che su questi cervelli ha investito per una venticinquina d’anni quel bond chiamato “formazione”, sa che può iniziare a incassare i rendimenti delle cedole.

E fa un certo effetto pensare che uno dei momenti più solenni della vita possa rimanere agli atti con una foto dentro a una toga sdrucita e un tocco squaqquerato. Che in effetti, a quel punto, è vero: meglio niente. Per cui, sommessamente, dotare ogni Ateneo di un armadiuccio comesideve non è solo forma: sarebbe anche rispetto. Voglio rovinarmi: per l’occasione sarebbe propizia anche la sponsorizzazione di qualche stilista ammodo. Che alla fine anche Armani, Missoni &C avrebbero le proprie soddisfazioni a vestire nonsoloRania ma anche qualche nostrana scienziata.

Figli di un Do minore

martedì, luglio 28th, 2015

Perché la stessa musica può piacere per secoli? Com’è possibile che ciò che Johann Sebastian Bach ha scritto nel 1720 (la Ciaccona dalla Seconda partita per violino solo) piaccia ancora dopo 300 anni? “Guerre, vaiolo, peste,  vita media intorno ai 40 anni, analfabetismo, poche medicine, niente luce artificiale”, insomma un altro mondo. Ma un mondo che continua a parlarci e farci emozionare. Insomma cos’è che trasforma un brano in un momento di immortalità?

Io lo sapevo che in quell’invito c’era un trucco. Ma non avevo capito quale

-Meripo’, sabato sera andiamo al teatro romano di Fiesole?

-Uh bello professor Pi, non ci sono mai stata. E che fanno?

Ero pronta da Shakespeare alla Turandot alla tragedia greca aaaa… no, Darwin non me lo doveva fare

-C’è “Dal Baroque al Rock. Con Darwin nella natura delle specie musicali”

-Eeeehhh???

-Meripo’ è un monologo per voce recitante. Due ore.

Vedete la fretta dei sì? La sventurata rispose. E invece. Invece, signori miei, che vi devo dire, poesse che io appresso a Pi mi sia proprio rimba però sono state due ore di magia. L’autore di questa incursione avanti e indietro nel tempo si chiama Luigi Dei, ed è uno scienziato.

Che già il posto meritava di suo

Teatro romano Fiesole

Dunque, dicevamo, cos’è che unisce nell’immortalità Bach e i Beatles o Jimi Hendrix? E Beethoven e i King Crimson? (Non guardate me che io fino a sabato sera non sapevo manco chi fossero, i secondi). E insomma è qui che irrompe Darwin. E pure Luigi Dei:

“I brani musicali sono come gli esseri viventi: ognuno, alla lunga, è imparentato con tutti gli altri! Come tutti noi siamo discesi da un quadrupede peloso e fornito di coda, anche il Jude dei tuoi ‘scarafaggi’ discende probabilmente da quella Sarabanda del signor Johann Sebastian”.

Insomma tutti figli di un dio maggiore, e di un Do, maggiore. O minore.

E allora, cari, pensavo: magari si applica anche alle persone, che ci piacciono? Perché alcuni ci piacciono per sempre, altri per nulla, altri ancora solo per un po’? Non so. Intanto, nell’attesa, mi riascolto Bach. Ma pure i Led Zeppelin. Che entrambi, in qualche modo, continuano a portarci in alto. Stairway to Heaven.

 

A cena nella storia

lunedì, luglio 27th, 2015

Proprio mentre scorrono le immagini di C’eravamo tanto amati (su Rai Movie, giusto mo’) mi è venuto in mente che giusto ieri sera, trovandomi ancora ospite del Professor Pi nel Granducato di Toscana, egli, per sfuggire alla calura che attanagliava anche l’Arno, a un certo punto dice

-Dai Meripo’ ora ti porto a cena in collina

Dopo una serie di tornanti si giungeva in un’amena strada sulla quale compariva l’insegna “Zocchi”. Entrati in un gran pienone di genti i cui deschi emanavano profumi dal tartufo, alla lasagna alla Margherita la pizza, ci accomodavamo di fronte a un piatto di zucchine e funghi fritti. Ed è stato a quel punto che il professor Pi mi ha detto

-Meripo’ hai capito dove siamo seduti?

-Di fronte a un piatto di buonissimi fritti, professor Pi

-Sì Meripo’ ma siamo seduti anche in mezzo a un pezzo di storia d’Italia

Considerato che il Professor Pi è un fisico pensavo tra me e me “Aò, magari ha un concetto molto esteso della storia, tipo la storia della fungologia fritta applicata”. E lui:

-Meri, questo è il ristorante della Marisa Zocchi

Di fronte alla mia perenne faccia a punto interrogativo incalzava con quel dolcissimo suono che hanno le 6 parole

-Tu sei troppo piccola per ricordarti….

E insomma Marisa Zocchi, lo dico per tutti quelli piccoli, è stata una campionessa di Lascia o raddoppia, moglie di Guido Boni, ciclista, lei diva tv e pupilla di Bartali, specializzata proprio nel ciclismo. E sentite che storia:

“Raggiunto un monte premi di due milioni e mezzo ed arrivata alla puntata finale Bongiorno le chiese, appunto, lascia o raddoppia? Nelle puntate precedenti era andata avanti alla grande e forse dentro di se pensava di poter rispondere anche alla domanda da cinque milioni (erano tantissimi soldi ai quei tempi). Ebbe un attimo di esitazione coinvolgendo sul piano emotivo qualche milione di telespettatori. Un attimo che sembrò un’eternità. Poi confessò a Bongiorno: “Lascio perché i soldi già vinti mi servono per curare mia madre molto malata”. Su quella sua scelta così umana, così struggente, tutti provarono verso di lei tenerezza e simpatia. Tra costoro anche il re dell’Egitto Faruk che, attraverso l’attore Folco Lulli, fece arrivare a Marisa Zocchi un assegno di due milioni e mezzo, cioè la cifra alla quale la ragazza aveva rinunciato”.

Nel frattempo, essendo arrivati anche i miei pici cacio e pepe, mi sono ritrovata catapultata, oltre che nel colesterolo, anche in un salto indietro nel tempo, in un tempo infinito nel quale l’Italia rinasceva dalle ceneri di una guerra e lo faceva insieme alla tv, piena di ottimismo, di speranza e fiducia. Un’Italia in cui la Marisa Zocchi rinunciò alla gloria per curare la mamma e il re d’Egitto (manco Walt Disney avrebbe potuto sceneggiarla meglio) le manda l’assegno della cifra alla quale ha rinunciato.

Che vi devo dire? Che davanti alla crostata ricotta e fichi (ve l’ho detto che in collina faceva un certo frescolino e le papille gustative si erano scatenate) mi sono rivista la signora Marisa e la signora Italia. E mi è venuta una grande nostalgia. Di tutte e due. Anche se la Marisa non l’ho conosciuta. E tutto sommato neanche l’Italia, l’Italia che crede fermamente che ce la farà. E si rimbocca le maniche per farcela.

Marisa Zocchi

Quest’anno vacanze in collina

mercoledì, luglio 22nd, 2015

-Meripo’ ma non sarebbe ora di rifare un viaggetto?

-Si, professor Pi, ma dove?

-Io direi su una collinetta, poco più di 300 metri, una cosa tranquilla

-Cioè a Bagno Vignoni, Chiusi, Montespertoli?

-Beh in realtà pensavo su quella che ha il nome geografico più lungo del mondo,Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu. È composto da 85 lettere e significa “la vetta dove Tamatea, l’uomo dalle grandi ginocchia conquistatore di montagne, salì e suonò il flauto per la sua amata”

-Mh. E dove sarebbe?

-In Nuova Zelanda

Nuova Zelanda collinetta