Posts Tagged ‘Professor Pi’

Partire è un po’ restare

Saturday, April 27th, 2013

Come vi dicevo qualche governo fa, il Professor Pi si trova attualmente impegnato in una missione scientifica internazionale in quel di San Paolo del Brasile a studiare l’algoritmo della samba. La missione lo terrà lontano ancora -almeno- per il voto di fiducia e un paio di consigli dei ministri. Non è escluso che abbia scelto l’espatrio anche in ragione degli ultimi accadimenti geopolitici ma mi pare più probabile la tesi del richiamo scientifico delle oba oba. Va anche detto però che, in ragione delle mie caduche condizioni di psicolabilità già in situazioni normali e vieppiù alla luce degli ultimi politici accadimenti da due mesi in qua, egli -mossosi a pietà- mi abbia messo a parte della rivoluzionaria scoperta dello Skype.

Trattasi di un insondabile mistero attraverso il quale due corpi immersi in due diversi emisferi terrestri sono condannati aiutati a non perdersi mai di vista. Il corpo immerso in Brasile clicca una iconcina azzurra sul computerino e nel giro di qualche squillo si materializza in formato A4 il corpo immerso nel casino nell’Italia.

In realtà, non so per quale inceppamento, il corpo immerso in Italia lo vede ma quello in Brasile non vede quella in Italia. Il che si è rivelato provvidenziale sia quando ho trovato chiuso il parrucchiere che quando mi è scoppiato il raffreddore ciclopico.

Tutto questo per dirvi che, ora che lui sta al Tropico del Capricorno e presumibilmente io in quello delle capricorna, in realtà ci vediamo più di prima. E a fronte dei fine settimana con 300 km di separazione, ai 10.000 km ci si vede tutti i giorni, anche un paio di volte al giorno. Sostanzialmente una convidenza di fatto.

L’occasione, poco fa, gli è stata proprizia per osservare che:
-Certo Meripo’ che la tecnologia è una cosa molto bella. Ma ci ha di fatto reso impossibile andarcene da qualsiasi luogo. In qualche modo si rimane. Si rimane sempre lì. Lì da dove si è partiti.

Che ora che ci penso certe volte non succede solo coi viaggi. E con Skype. Che certe volte uno pensa di aver fatto chissà quanta strada e aver fatto chissà quali cambiamenti e poi si ritrova al punto di partenza senza nemmeno il conforto di Skype. Mh. Ora devo chiedere al Professor Pi se ha un rimedio scientifico anche per questi casi. Non so tipo l’algoritmo della capoeira.

Ora però vado che Skype sta suonando, tipo Toquinho. E gli devo spiegare che è successo oggi.

Se una notte d’estate un elettore

Friday, April 19th, 2013

C’è che, tra l’altro, il professor Pi è espatriato. In Brasile. Sostiene di essere stato invitato dall’Università di Copacabana
(-Meripo’, San Paolo, l’Università di San Paolo)
Va bene: sostiene di essere stato invitato dall’Università di San Paolo dove le oba oba locali chiedevano a gran voce di saperne di più sulle equazioni differenziali. Ci resterà lo stretto necessario per trovare l’algoritmo della samba, possibilmente anche quello della bossa nova: mesi, tipo. (-No, Meripo’, ti ho detto che starò via giusto il tempo che voi troviate la quadratura del cerchio istituzionale). Ecco, mesi appunto se andiamo avanti così.

E c’è che io, nell’occasione, sto sperimentando le infinite possibilità della tecnologia avventurandomi nel mondo dello Skype. Dunque qualche volta mi aggiro per il Uaifai con l’Aipadio tenuto in alto come fosse un Ostensorio, come dovessi captare onde random del corridoio perché mi sembra strano telefonare di fronte a una tavoletta A4.

E c’è che lui in questi giorni mi chiede affranto
Meri ma che succede?
E c’è che io davvero, davvero non so come dirglielo, quello che sta succedendo perché non lo capisco neanche io qui vicino.

E c’è che è stato poco fa che mi è venuto in soccorso Italo non il treno. E oggi io, professor Pi, mi sento così’:

“Ho provato un senso di vertigine, come non facessi che precipitare da un mondo all’altro e in ognuno arrivassi poco dopo che la fine del mondo era avvenuta”.

Italo Calvino – “Se una notte d’inverno un viaggiatore”


I facilitatori

Tuesday, April 2nd, 2013

E dunque mentre Napi chiamava i saggi al Colle, il professor Pi chiamava la qui presente per gli as-saggi al toscano montarozzo. Dopo un rapido giro di consultazioni (che fai a Pasqua?) al binomio si aggregava la coraggiosa Shylock, mia contigua condominial amica discendente dal Granducato del Tortellino. L’insediamento degli assaggi si avvaleva del fondamentale apporto dei sabaudi contributi dei Savoiardi, intesi sia come i due coraggiosi amici discesi dal Piemonte che come materia prima di superbi tiramisù.

Insediatesi dunque le due commissioni, Lasagne al forno e Taglieri Toscani, ci si rinchiudeva per giorni tre in loco non raggiunto da televisori, radio e quant’altro e schermato da medievali mura da qualsivoglia passaggio di onde telefoniche. Il rabdomantaggio col telefonino usato tipo mouse volante in cerca di spiragli di tacche veniva abbandonato dopo evanescenti tentativi di connessioni.

Così, rinchiusi nella medieval fortezza con l’unico conforto del continuo lavorìo di mascelle, ganasce e sinapsi, ci si sollazzò variamente. Ogni tanto qualche camminatore portava notizie da questo o quel contado in cui si verificavano nomine di saggi affiancati ai seggi, insediamenti di commissionamenti, transumanze di varie umanità e financo l’avvento dei “facilitatori”.

Ora voi capite che un Paese in grado di partorire la figura del “facilitatore” o è alla frutta o all’olio di ricino o alla Citrosodina. O anche a tutti e tre a giorni alterni.

Lì, nel Granducato di Toscana, noi si guardò tutto con un distacco la cui facilitazione ci pervenne dallo stappaggio di svariate bottiglie di Chianti, Rosso di Montalcino e altre facilitazioni delle quali ricordo a malapena il disegno dell’etichetta.

Shylock, per capire il clima interno -che della bufera di quello esterno sapete-, aveva recato con sé il libro di Alicia Gimenez Bartlett “Exit“. Exit è una villa di campagna immersa nella natura (per l’appunto) contornata da un giardino lussureggiante, stanze e saloni arredati con gusto (ecchevvelodicoaffà che pure noi), quadri antichi, candelabri sul caminetto ove pervengono sei persone che non si conoscono tutte fra loro e condividono colazioni e banchetti, passeggiate, escursioni, chiacchiere e battibecchi. (eccoci eh) . Solo che loro sono lì per suicidarsi. Che Shylock in realtà la dovremmo chiamà Otelma, a sto punto.

Evitata la soluzione finale del finale, in tutti i sensi, decidevamo quindi di attenerci strettamente alle parti dei banchetti, colazioni ed escursioni (poche).

A malincuore, ieri, in contemporanea con le salite al Colle, noi si riprese invece la discesa dal toscan montarozzo. E si ritenne, non certo per mancanza di fiducia nei titolati saggi, che anche noi dovessimo schierare atti facilitatori. Il professor Pi, poco prima di scodellarci sul Frecciarossa, ci condusse dunque in un amarcord tour dedicato alla Shylock e ai suoi trascorsi di studente di architettura.

Giunti in quel capolavoro che è la Basilica della Santissima Annunziata nell’omonima piazza, accanto allo Spedale degli Innocenti, il professor Pi, dall’alto del suo agnosticismo militante, asseriva che c’era un unico modo per facilitare qualsivoglia iniziativa in questo Paese e ciò convintamente facemmo: “accendere un cero alla Madonna”.

La porti un viaggione a Firenze

Tuesday, March 12th, 2013

Come i più assidui frequentatori di questo blogghe ormai sanno o risanno, nel mezzo del cammin di nostra sfiga mi ritrovai per una Cuba sola, che la diritta via era smarrita. Apposi un clic a “prenota viaggio” con un gruppo di sconosciuti capitanati da ancor più ignoto capogruppo poi rivelatosi essere l’attuale Professor Pi. Ciò accadeva tre anni e mezzo or sono.  Le principali scoperte del viaggio furono tre: il valore terapeutico del mojito e l’utilità delle palle. Di cioccolata. Non necessariamente in quest’ordine. (Quelle di cioccolata le fanno a Baracoa).

-Meripo’ queste sono due e la terza?
La terza è che a volte hai la soluzione sottomano ma devi spostarti qualche migliaio di chilometri e svariati trekking per trovarla. Dunque, per dirne una, gli sconosciuti sparsi per l’Italia sono entrati nel girone (per restare nell’aleggio dantesco) “amici”. E conseguentemente, ogni anno, troviamo il modo di ritemprarci in maratone enogastroalcoliche di prima grandezza.

La parte migliore del raduno di solito è la preparazione, che può durare da qualche settimana a intere stagioni. Ma, si sa, l’attesa aumenta il desiderio. E, come dice uno dei componenti, anche sto desiderio andrebbe indagato. In attesa che qualche emulo di Freud si dedichi allo studio del perché un viaggio possa creare dei legami così forti e duraturi (che l’amore dura tre anni ma a volte anche tre e un po’) mi è intanto gradito  rendere noto che stavolta, più che un raduno, è stato quasi un flashmob: convocazione urgente e chi c’è c’è.  A Firenze come fosse Teano. Due giorni. Ed eravamo praticamente tutti.

Chevvelodicoaffare che dopo vent’anni sono rientrata a visitare Santa Croce

e non ricordavo quanta sapienza e bellezza fossero racchiuse là dentro, roba che da sola basterebbe per tutta l’umanità e tutti i tempi. E poi il Museo del Bargello, ma ve lo racconto per bene un’altra volta. E poi ancora e soprattutto sperdersi per i vicoletti chiacchierando ora a coppie ora a trio e poi scambiarsi il posto con quello davanti, con l’amica dietro e tu come stai e che hai fatto nel frattempo e cosa hai visto e che ti aspetti dalla vita e cosa dal prossimo viaggio. E ognuno mette la sua tesserina del pezzetto di mondo che ha visto e tutti insieme a sentircelo raccontare sembra che lo abbiamo visto anche noi e che alla fine si esce che si è fatto il Giro del mondo in due giorni, quattro osterie e una ola al colesterolo.

Riassumendo direi questo: in linea di massima non c’è problema che non possa essere momentaneamente affogato in una ribollita o in un mojito. La maggior parte delle volte non sopravviverà al weekend. E ve ne potrete tornare più leggeri da dove siete partiti. Al netto di sti due chiletti da finocchiona, pici e -appunto- tiramisù.

La stoltitudine dei numeri privi

Wednesday, February 6th, 2013
Sarà pure solo ma è lunghissimo: pare che l’esimio professor Curtis Cooper della University of Central Missouri abbia identificato il piú grande numero primo finora mai calcolato. Appartiene alla famiglia dei cosiddetti “numeri primi di Mersenne” e precisamente equivale a 2 elevato a 57.885.161 a cui viene poi sottratto 1, un numero di 17.425.170 cifre.

Ogni volta che si parla di queste cose io mi trovo in uno stato di ammirazione, soggezione ed incredulità pari solo ai fedeli davanti alla teca del sangue di San Gennaro. Va detto che la storia dei numeri primi non mi ha mai affascinata fino all’età adulta, adultissima e in coincidenza con l’uscita del libro che ne narrava il dramma dell’eterna solitudine.

E va anche qui confessato che del non sapere una mazza di matematica io andavo bellamente fiera e ne facevo finanche un vezzo finché ho conosciuto il professor Pi. Il quale mai, sia detto, mi ha fatto pesare la disparità di conoscenze in materia fra i numeri due, cioè lui ed io. Ma un giorno, a una affollata assise godereccia un po’ radicalchic e cachemerizzata durante la quale l’ennesima avventrice gli si avvicinava fieramente imbracciando la propria ignoranza al grido di

-Ah, lei insegna matematica? Che invidia, io non ci ho mai capito nulla
egli mestamente rispose
-Signora, comprendo il dramma: è come se Di Pietro e Scilipoti andassero fieri della propria conoscenza dell’italiano.

Da quel giorno ho capito. No, non la matematica, quella ancora no: ma che andar fieri di qualcosa che non si sa non è un vezzo ma una stoltezza della quale, semmai, umilmente dolersi.

Cogli la prima melacotogna

Wednesday, November 14th, 2012

A volte basta una telefonata per veder sgretolare sotto le proprie orecchie anni di pregiudizi sugli uomini. Perché io la domenica pomeriggio li immagino o piazzati allo stadio, o su Skysport o su Radiosport o su Telesport e comunque di certo tutti su Gnoccasport. Dunque quando domenica scorsa ho sentito il professor Pi, è vero è successo subito dopo che la Fiorentina a sua volta aveva provveduto a sgretolare il Milan, ecco dicevo che quando l’ho chiamato per salutarlo e complimentarmi per l’impresa le cose si sono svolte più o meno così: 

-Professor Pi ciao sono Meri, uh ma che bella impresa
-Si Meri ma è stato un lavoraccio
-Vabbè Prof però non è che l’hai dovuto fare tu
-Si, si, io, io e da solo
-Eh? Ma cosa?
-La cotognata, Meri
-La cotognata?
-Si, erano pronte le mele e quindi sto qui a fare la cotognata ma non hai idea per sbucciarle tutte
Silenzio
-Merii? Ma perché tu di che parlavi?
-E certo della cotognata, prof. Vabbè allora non ti faccio perdere tempo, ciao

Ora io a pensare a sto santantonio che sta lì tra il ribollir dei tini l’anima a mescolando rallegrar non potevo crederci. E, insieme, mi è tornata in mente una cosa che mi aveva mandato la mia amica Grace qualche tempo fa e che volentieri diffondo:

“Incoraggiate coloro che cercano di tener vigile la vostra mente. Tenete in serbo i loro pensieri. Metteteli dentro una cassapanca insieme ad alcune mele cotogne. Così i vostri panni avranno profumo d’intelligenza per un anno intero”. E’una citazione da Le vespe di Aristofane. Ed è l’esergo di un libro che ama molto e che si chiama “La cotogna di Istanbul”, di Paolo Rumiz.

E io amo molto Grace, Paolo Rumiz e le mele cotogne. E anche il professor Pi quando fa la cotognata.

Mille giorni di me e di me

Saturday, November 10th, 2012

Se ve l’ho già raccontato per favore fate finta di no, che qui il mondo deve sapere. Ed eventualmente risapere. Quanto meno lo deve sapere la nuova utenza.

Insomma c’è che io una mattina di oggi di tre anni fa me ne stavo sulla scalinata di Trinità dei Monti. Tipo Audrey Hepburn di Vacanze romane. Solo che io stavo senza Gregory Peck e con un cappello rosso in testa e il vestito buono addosso. E piangevo. Il trucco era bello che andato e faceva pure un freddo che lèvati e a un certo punto ho mandato un sms alla mia amica Patù che credo più o meno dicesse
-Sto sulla scalinata. Forse stavolta non ce la posso proprio fare
e lei rispose una cosa tipo
-A scendere? Spè che vengo e ti areggo


E infatti si materializzò dopo cinque minuti non chiedendomi neanche che caspita mi fosse successo ma direttamente trascinandomi a valle. Io bofonchiai qualcosa sul motivo dell’improvviso smottamento emotivo. Era il giorno della mia separazione ma, intendiamoci, il poveruomo c’entrava fino a un certo punto. Che questo ricordiamocelo sempre: il punto non è ciò che altri, eventualmente, ci fanno ma cosa permettiamo agli altri, eventualmente, di farci.

Fatto sta che Patù mi guardò fissa negli occhi, io no ce li avevo tutti appannati, e mi disse
-Cara (che ancora non ero Meripo’) qui ci vuole una vodka
-Patù ma sono le undici
-Vabbè allora una spremuta. Ma in un bar come si deve. Che oggi non si può stare a lesinare sui bar

Non me lo ricordo dove mi portò. E che conto le portarono per due spremute.
Poi io continuai a piangere ininterrottamente per un mese. Il prosciugamento era ai livelli della desertificazione terrestre e si approssimava il Santo Natale quando feci la mossa della disperazione: prenotai un viaggio a Cuba. Da sola. Cioè io ero da sola ma mi iscrissi a un gruppo di viaggiatori sconosciuti raccattati in tutta Italia. E capitanati dal professor Pi. Che allora non era ancora il professor Pi.

Ora non è che vi posso stare a raccontare tutto quello che successe a Cuba. Vi basti pensare che  tre giorni dopo lo sbarco avevo smesso di piangere e cominciato a bere mojito, dopo dieci stavo in una fumeria di sigari e dopo tre mesi aprivo questo blogghe, poveravvoi. E quegli sconosciuti del viaggio resistono ancora oggi fra i miei migliori amici. Certo poi quello, il professor Pi, si è approfittato della mia psicolabilità unita ad una ingiustificata euforia emotiva e itinerante, e mi ha fatto passare di lì a poco dalle spiagge di Cayo Largo alle pietraie dei feroci Afar e alla giungla dei tagliatori di teste. Ma è anche così che io è da tre anni che ho imparato meglio il gusto di vivere. Mille giorni. Di me e di me.

Insomma per dirvi che quando ieri la mia amica Erre mi ha scritto che è un periodo un po’ parecchio in salita, che sta nell’eta in cui dovrebbe “passare all’incasso di affetti, amori, professionalitá , cose costruite. Io sto ancora lí a imparare a vivere con emozione la vita”, bene allora si sappia che tutte e due, io e Erre, siamo ancora all’asilo della vita. Non ci chiedete bilanci. A me non chiedete manco la dichiarazione dei redditi e nemmeno la partita Iva che dopo vent’anni ancora non la so (un pensiero giunga alla mia commercialista, poraccia pure lei).

Ah e poi vi volevo dire anche che il mojito fa meglio del Lexotan. E che avete presente quando vi prendete una mazzata che non si può spiegare? Quando vi trovate in quella zona emotiva dove i terremoti possono essere tanto forti da riuscire a spostare l’asse di rotazione della terra? Ecco, sappiate che poi ruota ruota capita sempre una rivoluzione cubana da afferrare. Non lasciatevela sfuggire. Anche se tutti stanno lì a dirvi
-Ma dove cazzo caspiterina vai?
Voi andateci. Specie se non vi ci mandano.

E anche se siete appassionati di Bach e Mozart ascoltatevi ogni tanto questa qui, che fa bene. Si chiama tipo oggi: “It’s a beautiful day”

La ricerca della felicità

Wednesday, November 7th, 2012

E’ tutto oggi che mi chiedo perché la foto di due che si abbracciano sia stata ripostata 600 mila volte. Proprio nell’era del senza filtro, non le sigarette ma le emozioni fisiche e spirituali, perché quell’abbraccio è arrivato come un atterraggio dei marziani da documentare e diffondere come prova del “vedete? Esistono”?

Perché a guardare questa foto ci si è stretto un po’ il cuore e un po’ tanto il giro vita, quasi ci sentissimo stritolati anche noi in quell’afferrare sicuro ma rispettoso?

La mia amica Gloria a un certo punto mi ci ha persino telefonato e mi ha chiesto
-Meri ma perché ha gli occhi chiusi?
E siccome l’ultima volta stavamo disquisendo della legge elettorale e di Casini maiuscolo e minuscolo io  le ho detto
-Ma chi Pieferdi? Intendi nel senso che non vuol vedere e sentire ragioni?
E lei
-Ma no, Meriii: Obama. Mentre abbraccia Michelle

Per dire di come sti due fossero riusciti a farsi largo pure tra l’uninominale e il premio di maggioranza.
E così m’è venuto in mente, certo non associando la questione a Casini né al sistema tedesco, che quell’abbraccio è un sogno di felicità ma è il sogno raggiunto. E’ il punto di incontro fra la ricerca della felicità e l’improvviso inciamparci sopra. Che questo, alla fine, hanno votato gli americani: il diritto alla felicità. Non a trovarla ma almeno a cercarla.

Tempo fa su questo blogghe una utentessa scrisse al professor Pi e gli chiese se a desiderare l’irraggiungibile si potesse raggiungere la felicità. E lui, serenamente e pacatamente, le rispose che:

“La felicità: ci tendiamo ma è come la ricerca del limite. I matematici, che sono dei teorici, non sono contenti se non ci arrivano, al limite.

I fisici, gli ingegneri, tutti gli applicati in genere, sanno bene che ciò che conta, ed è sufficiente, è avere un valore approssimato del limite che, come non bastasse, tenga conto anche dei limiti degli apparecchi sperimentali. Credo, con molto rispetto, che questo possa essere l’apologo per le questioni d’amore. Tendiamo all’assoluto, ma poi ci accontentiamo dell’approssimazione che è più vicina ai nostri limiti sperimentali. Aneliamo al pieno coinvolgimento ma poi ci accontentiamo di una sua approssimazione che, ovviamente, è diversa per ognuno di noi”.

Insomma mi sa che dentro quell’abbraccio c’è l’assoluto, il pieno coinvolgimento. Poi spegniamo il computer e ricominciamo a fare i conti con l’approssimazione.

Ma abbiamo diritto a cercarlo, l’assoluto. E questi due in qualche modo stanno lì a dimostrarci che lo si può trovare.

E comunque, quando dovessero dissuaderci e dire che invece è impossibile, arriva sempre un altro film americano in soccorso: “Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me. Se hai un sogno tu lo devi proteggere. Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te, che non la sai fare. Se vuoi qualcosa vai e inseguila. Punto”.

Ora fatemi andà che sennò mi si approssima l’approssimazione e non mi trova manco quella.

L’uomo giusto non si insegue, si incontra

Friday, October 26th, 2012

Interno sera, tinello romano, fuori tuona che è una bellezza, chissà che caspita sta già a preparà Alemanno, squilla il telefono e si appalesa una voce dal Granducato

-Ciao Meri, ho visto che mi avevi cercato
-Si, professor Pi, ci sarebbe una richiesta di aiuto alla scienza per un problema di smaterializzazione maschile al terzo appuntamento con dispersione totale delle tracce

-Abbiamo qualche dettaglio dello storico degli eventi?
-Egli prima ha fatto a ella un pressing che lèvati, soliti sms come non ci fosse domani, telefonate, Skype, poi finalmente sono usciti, si verificarono un paio di incontri molto ravvicinati sempre accompagnati, nelle pause, da sms a schiovere e frasi bacioperuginizzanti

-Poi?
-Poi a un certo punto lui si è offerto di accompagnarla a scegliere la lavatrice nuova, la sera prima le ha detto “allora passo a prenderti domani alle cinque”. Poi più nulla. Ed è passato un mese
-Cioè l’ultimo avvistamento è accanto alla Margherita della Ariston?
-Macchè, non ci sono mai arrivati: sparito dalla telefonata. Insomma lei si è preoccupata non vedendolo arrivare, ha chiamato e niente,mandato sms e niente, chiamato il giorno dopo, è andata persino sotto il palazzo suo a vedere casomai si fosse verificato un evento sismico e fosse sepolto col telefono schiacciato pure lui là sotto ma niente. Ah, ha anche citofonato. Poi voleva chiedere ai vicini però niente

Silenzio. Ancora silenzio
-Professor Pii?
-Si?
-No, scusa pensavo fosse caduta la linea. Non dici nulla? Ecco lei vorrebbe sapere cosa deve fare, esigere una spiegazione, quantomeno, eccheccavolo, cercare di capire, insomma. Professor Piii?

Silenzio. Poi

-Meri, l’uomo giusto non si insegue: si incontra

-E allora?

-E allora, serenamente e pacatamente, prendiamo atto che non era questo. Arriverà.

-E intanto?

-Continuiamo a goderci la vita

Ecco io poi ho riattaccato. E mi è sembrato improvvisamente tutto così semplice. Insomma, capito Giuliè? Quello giusto non si insegue, si incontra. Rilassiamoci. E mettiamoci comode.

Eventi e stremi

Saturday, October 20th, 2012

-Che poi, Meripo’, a un certo punto della vita bisogna fare pure…
-Un bilancio
-No, ma quale bilancio, il bilancio stressa. Bisogna fare la sintesi. La sintesi ottimizza
-E fammela un po’ tu la sintesi, Grace
-Ti dico questo, Meripo’: tu puoi pretendere l’universo mondo dal tuo amore o dagli altri. Ma se non ti chiarisci che caspita vuoi da te stessa non l’otterrai mai

Grace, ve lo dico, raramente se sbaja. E infatti ho dismesso il bilancio e ho fatto la sintesi. Ed è stato in quel preciso momento che m’è scappato un bilancio. Che è una cosa che soprattutto io non dovrei fare, vista la mia consuetudine con l’aritmetica e la contabilità, motivo per il quale sono stata da tempo commissariata da mia sorella sempresialodata e conseguentemente anche dal Professor Pi. E il bilancio è che, stringendo, io oggi divento come i Beatles. E, stringendo ulteriormente, alla luce dell’avvenuto impatto con voi qui e sui socialcosi (il vero evento estremo), se dovessi scegliere la colonna sonora del momento sarebbe giustappunto Here comes the sun, arriva il sole. Lo so, lo so che ci abbiamo Cleopatra e Alemanno alle spalle e probabilmente Messalina all’orizzonte. Ma senza manco chiamà esercito e chiudere scuole e dopo anni de sòle, facciamo che almeno oggi ci godiamo sti cinque minuti di sole.

Little Meri Sunshine (foto di papà scartabellata da mamma)

Auguri a tutti noi, supercalifragilini.