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La parrucchiera dell’Imperatrice

mercoledì, gennaio 27th, 2016

E’ che io, non avendo mai posseduto una Barbie, con la principessa Sissi ci sono cresciuta. Col film, intendo. E dunque stavo ferma lì, al fumettone con Romy Schneider, al punto che l’anno scorso quando il professor Pi mi portò a Merano non facevo altro che inseguirne le orme su “la passeggiata di Sissi”, nonostante nel frattempo si fosse appurato che non era principessa e manco si chiamava Sissi.

Comunque, il mito dell’eterea -al netto dei miei traumi da assenza di Barbie- resiste al punto che financo Chanel poco più di un anno fa l’ha presa come testimonial facendone girare un corto a Lagerfeld con Cara Delevingne.

E’ con questo curriculum che quindi ieri sera ho fatto il mio leggiadro ingresso accompagnata dalla fida Shylock al teatro Tor di Nona di Roma per la prima de “La parrucchiera dell’Imperatrice, ossia la vera storia della principessa Sissi” perché, lo dico subito, stavolta tutto il ponte di comando dello spettacolo è amicamia. Che su sto ponte son tutte donne.

Un’ora e quaranta di monologo. In cui l’improbabile eterea e patinata Sissi lascia il posto a un gioco di specchi fra Sissi e Fanny, la sua parrucchiera di corte. La padrona e la serva, la vittima e la carnefice, così distanti nella scala sociale ma così vicine nell’infelicità. Tutte e due nell’unico corpo, voce, anima di Tiziana Sensi.

Che è amicamia, ve l’ho detto. Come lo è Franca De Angelis che ha scritto questo monologo come un vestito su misura per lei. Come uno dei magnifici vestiti di Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach. Franca De Angelis che con Sissi si era misurata insieme ad altri colleghi per scriverne il film tv e sempre, anche sui titoli di coda, le era rimasta impressa e in sospeso Fanny, Fanny Angerer, la parrucchiera di corte, che era stata al fianco dell’imperatrice –ossessionata dalla cura dei propri capelli – per decenni. Due donne che riescono a farsi spazio in un mondo dominato da uomini. Ma il cui prezzo è altissimo.

Dunque Tiziana Sensi. Un’ora e quaranta di gioco delle parti,

Sissi Titti

Tiziana Sensi-Fanny-Sissi

di disperazione e di gioia, di salti e di paralisi, di altezzoso sguardo e di popolana veracità tutto insieme nel corpo di Tiziana e che io non lo so come caspita faccia. Che già l’idea di dover mandare a memoria un’ora e quaranta di cinquant’anni di storia e di personali e sociali tormenti è roba per me inimmaginabile, una mole epica

-Tipo l’esame di procedura penale…
chiosava esterrefatta alla fine Natalia, mentre anche Bea strabuzzava l’occhio in corso d’opera sgranandomelo addosso come per reciprocamente convincerci

-Ma che, davero?

Insomma, cinquanta chili scarsi lì a sprigionare energia come una centrale nucleare.
Il finale non ve lo dico. Vi dico solo che ci sto ancora pensando. E che stamattina quando ho preso la spazzola l’ho guardata ben bene e le ho detto

-Incredibile, amicamia, quante cose potresti raccontare anche tu

Perché, si, e non solo per Sissi, la nostra forza spesso parte dall’alto. Dai capelli, per la precisione

LA PARRUCCHIERA DELL’IMPERATRICE
ossia la vera storia della principessa Sissi
di Franca De Angelis
regia Anna Cianca 
con Tiziana Sensi

Teatro Tor Di Nona, Roma
Fino al 7 febbraio

 

Indoll’è codesto Laosse?

lunedì, gennaio 11th, 2016

Va detto che il Professor Pi l’aveva presa alla larga. Non potendo quest’anno partecipare alla spedizione natalizia aveva tentato una lusinga esotica con

-Meripo’ perché non ne approfitti e vai a farti un bella vacanza a Zanzibar? (sottotitolo implicito: Così la finisci di sfracassarmi i maroni quando ti porto a giro io?)

Che star spiaggiati su una sdraietta a Zanzibar sorseggiando cocktail è stato effettivamente il miraggio delle volte in cui mi trascinava per qualche impettata fangosa per l’orbe terracqueo, cioé sempre. Senonché, mi son detta, perché togliersi la possibilità di continuare a sfracassarglieli? Dunque, dopo attenta consultazione del programma e accampando scuse del tipo

-Mh mi pare un po’ troppo nojoso con tutto questo mare

optavo per una sana telefonata di piano B a Nicki Sventola che gli assidui ricorderanno per l’indimenticata spedizione in Dancalia, ella essendo in partenza per una “spedizione Surma” a base di inesplorate tribù etiopiche (per le quali qui si è già dato abbastanza). La Sventola iniziava a passare in rassegna tutte le partenze che permettessero una parziale sottrazione alle italiche abbuffate del triangolo 25-31-6 infine proponendomi la terna

Patagoniaterradelfuoco-Astuccipenici delle foreste-Laos

Laos. Più che altro per evitare gli astucci penici delle foreste e quelli scafandrici da assideramento patagonico.

Laos senza Professor Pi ma, attenzione, con la Profe C. Che sempre dal Granducato arriva. E sempre Profe è. E che così si annunciava

DRIIIINNNNNNN

-Son la Claudia. Unfoppeddittelo Meripo’ ma siam solo in cinque, o speriamo ‘un ci sian scassaballe. Noi comunque si parte, icche cc’è cc’è,

E va qui altresì annotato che l’unica reazione registrata nella maggior parte degli avventori ai quali si comunicava la destinazione era

-Laos. E ndo sta? (da Roma in su: E dov’è, il Laos?)

Ce lo hanno chiesto financo sulla EgyptAir i  viaggiatori che si stavano recando nei confinanti Cambogia, Thailandia e Vietnam. La profe C ci metteva a parte del fatto che, alcuni l’avevano chiamata per informazioni chiedendo soprattutto, di un Paese che di sbocco non ne ha manco mezzo incastonato come sta tra le foreste,

-E quanto mare potremo fare?

(Zanzibar, ma quanto sei sottovalutata?)

Per assimilare la performance a quella di Giochi senza frontiere la Sventola rilanciava

-Meripo’, ovviamente per dodici giorni farai solo il bagaglio a mano, giusto?

Ovviamente. Dodici giorni. Con temperature tra i 10 e i 37 gradi (di Bangkok). Compresi sacco lenzuolo -che nzisammai ndo te portano a dormire- e roba da trekking. Ovviamente. Dunque più che la preparazione di un bagaglio iniziava il gioco del Sudoku.

E dunque per la compenetrazione dei corpi tutto ciò che era fuori

Laos1

doveva andare a finire dentro

Laos2

E sì, signore e signori, alla fine grazie ad alcune forzature delle leggi fisiche che regolano la materia e l’espansione dei corpi (tipo sedersi sopra il bagaglio e schiacciare tutto compresi i pochi liquidi permessi facendoli squaqquerare ovunque), mi presentavo da mia sorella la sera del 24 (per poi partire la mattina del 25) alla cena di Natale vestita come Roald Amundsen alla vigilia della spedizione in Antartide, con almeno sei strati di vestiti addosso (per risparmiare spazo in valigia) e dirigendomi sulle tartine al salmone e sul capitone marinato con l’andatura barcollante dell’omino Michelin.

Immaginando il mio pranzo di Natale al terminal T3 di Fiumicino con il Camogli e la Rustichella tiepida dell’autogrill, mia sorella preparava un fagotto casareccio buonissimo che ovviamente dimenticavo sul tavolo della sua cucina. Con ciò apprestandomi a chiedere un pezzo del pane e lampredotto alla Profe C.

Poco prima del decollo del primo Egyptair da Roma (e vi assicuro che insomma di sti tempi poi uno proprio tranquillo tranquillo non sta mai) equipaggio prapararsi, spegnete i cellulari, motori su di giri e silenzio in sala, ecco che dagli schermi compare improvvisamente una moschea con scritte cubitali in arabo e una voce improvvisa dall’altoparlate inizia a invocare Allah.

Non so se vi rendete conto. Panico e terrore. Ma era la preghiera. La-pre.ghie.ra-sull’-a-e-reo. Ditemi voi se se po’ fa’ ‘na cosa simile.

Decollati alle 17 del 25 si giungeva a destinazione (cioè il passaggio di frontiera tra Thailandia e Laos) all’ora di pranzo del 27. Ripeto: due giorni per raggiungere un posto agguantabile, con un paio di cambi, in tipo dodici ore. No, non chiedetemi perché io abbia fatto prima ad arrivare in Nuova Zelanda. Era chiaro da subito, in ogni caso, che invertendo l’ordine dei capogruppo il prodotto non cambiava. Per cui, in omaggio a Flaiano, si confermava che la linea più breve che congiunge due punti, anche viaggiando, è l’arabesco.

E una sola domanda, giustappunto, si faceva strada finalmente anche dentro di me: ma sto caspita di Laos dove cazzarola sta?

Laos3

Luang PraPop

martedì, dicembre 22nd, 2015

Dunque volevo avvertire l’utenza che a Natale vi porto nel Laos. Il Professor Pi rimarrà invece nel Granducato, trattenuto da inderogabili impegni per gran parte delle feste.

Alle mie rimostranze, con profferte di Tiaspetto e varie, ha risposto prendendola un po’ alla lontana. E, sbarcato a Termini con sottobraccio il tomo “Due intrusi nel mondo di Einstein”, mi ha messa a parte di un epocale cambio di paradigma in cosmologia illustrandomi il passaggio da un unico universo che tutti condividiamo a una realtà frammentaria in cui ogni osservatore ha il proprio mondo. Allo stesso modo, sosteneva, anche noi potremo utilmente trarre vantaggio dall’epocale cambio di paradigma dalla condivisione dell’unico viaggio al viaggio frammentario.

Il passaggio potrebbe avere in entrambi i casi conseguenze di incalcolabile portata per la nostra comprensione dell’origine del cosmo ma soprattutto conseguenze incalcolabili per l’ignara sua bravissima collega che guiderà il viaggio in Laos.

Come ciò non bastasse si incaricava Nicki Sventola (che gli assidui ricorderanno come protagonista della spedizione in Dancalia) di aggiungere

-Meripo’, mi raccomando, stavolta solo bagaglio a mano

-Eeehhhh????

-Cara -ha detto in sostanza- son sei anni che ci sbomballi con questa storia della leggerezza, ora non è che puoi tirarti indietro di fronte a una cappelliera

Il testone del Professor Pi annuendo alla proposta (ettecredo, sono io che devo far entrare il corrispettivo di una spedizione in un anfratto lillipuziano) si considerava il ciondolamento del suo capoccione come la Cassazione.

E dunque, cari, sono due giorni che cerco di forzare il concetto di spazio quantistico: cioè quanto caspita di spazio servirebbe per far entrare la piramide di cose accatastate accanto al micragnoso Ghepard trolley? E quanto poco invece ne ho?

Non mi ero mai resa conto di quanto fosse labile il concetto di “indispensabile”. Manco quando riguardò l’altra metà dello stato civile. Che qua, comunque, son tutti bravi a fare i minimalisti con le cappelliere degli altri, eh. Anche nella vita, carimiei.

Vabbè ora vado a riprovare. Che qua, più che un bagaglio, sto facendo un Sudoku.

Laos Akha 3

 

Quel “tocco” in più

venerdì, dicembre 11th, 2015

Ieri, per un attimo, ho incrociato il corteo motorizzato della regina Rania del regno Hashemita di Giordania, appena insignita dal Magnifico rettore de La Sapienza di una magnifica laurea honoris causa in Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale. Ci s’è laureata dunque pure Vacanze romane, bella e regale più che mai in tocco e toga

Rania Laurea

Ora spiace piombare sulle lucine di Natale con una zona d’ombra (per quanto pure ste lucine con le relative incombenze mi abbiano già abbondantemente sfracassato) ma giustappunto pochi giorni fa anche il Magnifico professor Pi mi raccontava di aver presenziato nel magnifico salone della sua magnifica Università, a una sessione di laurea dei suoi scienziati. E spontaneo m’era uscito un

-Uh Professor Pi, lanciate pure voi il tocco per aria, per poi calcolarne la fisica ridiscesa?

E dopo un attimo di imbarazzato silenzio aveva amaramente chiosato

-No, Meripo’, non abbiamo più né tocchi e né toghe. Quelle vecchie si sono tutte rovinate e non abbiamo soldi per ricomprarli

Ora voi direte -Meripo’ non è che si possa ridurre tutto a una sfilata glamour, non confondiamo la forma con la sostanza. Piuttosto ringraziamiddio che questi si so’ laureati

Però invece secondo me no. Esiste una forma che in certi casi diventa anche sostanza. Il giorno della Laurea è uno dei riti di passaggio, non solo per chi quel riconoscimento lo riceve ma anche per quel contorno che t’ha aiutato ad arrivarci (e chi ha la fortuna di aver avuto uno o più nonni alla laurea lo sa).

E’ il passaggio all’età adulta (ora che il servizio militare l’avete rottamato) e certo il retrogusto cinico mi fa sentire anche qualche voce dal fondo che dice “Meripo’ è pure il rito di passaggio verso la disoccupazione” ma no, su questo oggi non mi avrete.

E’ il momento in cui uno Stato, che su questi cervelli ha investito per una venticinquina d’anni quel bond chiamato “formazione”, sa che può iniziare a incassare i rendimenti delle cedole.

E fa un certo effetto pensare che uno dei momenti più solenni della vita possa rimanere agli atti con una foto dentro a una toga sdrucita e un tocco squaqquerato. Che in effetti, a quel punto, è vero: meglio niente. Per cui, sommessamente, dotare ogni Ateneo di un armadiuccio comesideve non è solo forma: sarebbe anche rispetto. Voglio rovinarmi: per l’occasione sarebbe propizia anche la sponsorizzazione di qualche stilista ammodo. Che alla fine anche Armani, Missoni &C avrebbero le proprie soddisfazioni a vestire nonsoloRania ma anche qualche nostrana scienziata.

Figli di un Do minore

martedì, luglio 28th, 2015

Perché la stessa musica può piacere per secoli? Com’è possibile che ciò che Johann Sebastian Bach ha scritto nel 1720 (la Ciaccona dalla Seconda partita per violino solo) piaccia ancora dopo 300 anni? “Guerre, vaiolo, peste,  vita media intorno ai 40 anni, analfabetismo, poche medicine, niente luce artificiale”, insomma un altro mondo. Ma un mondo che continua a parlarci e farci emozionare. Insomma cos’è che trasforma un brano in un momento di immortalità?

Io lo sapevo che in quell’invito c’era un trucco. Ma non avevo capito quale

-Meripo’, sabato sera andiamo al teatro romano di Fiesole?

-Uh bello professor Pi, non ci sono mai stata. E che fanno?

Ero pronta da Shakespeare alla Turandot alla tragedia greca aaaa… no, Darwin non me lo doveva fare

-C’è “Dal Baroque al Rock. Con Darwin nella natura delle specie musicali”

-Eeeehhh???

-Meripo’ è un monologo per voce recitante. Due ore.

Vedete la fretta dei sì? La sventurata rispose. E invece. Invece, signori miei, che vi devo dire, poesse che io appresso a Pi mi sia proprio rimba però sono state due ore di magia. L’autore di questa incursione avanti e indietro nel tempo si chiama Luigi Dei, ed è uno scienziato.

Che già il posto meritava di suo

Teatro romano Fiesole

Dunque, dicevamo, cos’è che unisce nell’immortalità Bach e i Beatles o Jimi Hendrix? E Beethoven e i King Crimson? (Non guardate me che io fino a sabato sera non sapevo manco chi fossero, i secondi). E insomma è qui che irrompe Darwin. E pure Luigi Dei:

“I brani musicali sono come gli esseri viventi: ognuno, alla lunga, è imparentato con tutti gli altri! Come tutti noi siamo discesi da un quadrupede peloso e fornito di coda, anche il Jude dei tuoi ‘scarafaggi’ discende probabilmente da quella Sarabanda del signor Johann Sebastian”.

Insomma tutti figli di un dio maggiore, e di un Do, maggiore. O minore.

E allora, cari, pensavo: magari si applica anche alle persone, che ci piacciono? Perché alcuni ci piacciono per sempre, altri per nulla, altri ancora solo per un po’? Non so. Intanto, nell’attesa, mi riascolto Bach. Ma pure i Led Zeppelin. Che entrambi, in qualche modo, continuano a portarci in alto. Stairway to Heaven.

 

A cena nella storia

lunedì, luglio 27th, 2015

Proprio mentre scorrono le immagini di C’eravamo tanto amati (su Rai Movie, giusto mo’) mi è venuto in mente che giusto ieri sera, trovandomi ancora ospite del Professor Pi nel Granducato di Toscana, egli, per sfuggire alla calura che attanagliava anche l’Arno, a un certo punto dice

-Dai Meripo’ ora ti porto a cena in collina

Dopo una serie di tornanti si giungeva in un’amena strada sulla quale compariva l’insegna “Zocchi”. Entrati in un gran pienone di genti i cui deschi emanavano profumi dal tartufo, alla lasagna alla Margherita la pizza, ci accomodavamo di fronte a un piatto di zucchine e funghi fritti. Ed è stato a quel punto che il professor Pi mi ha detto

-Meripo’ hai capito dove siamo seduti?

-Di fronte a un piatto di buonissimi fritti, professor Pi

-Sì Meripo’ ma siamo seduti anche in mezzo a un pezzo di storia d’Italia

Considerato che il Professor Pi è un fisico pensavo tra me e me “Aò, magari ha un concetto molto esteso della storia, tipo la storia della fungologia fritta applicata”. E lui:

-Meri, questo è il ristorante della Marisa Zocchi

Di fronte alla mia perenne faccia a punto interrogativo incalzava con quel dolcissimo suono che hanno le 6 parole

-Tu sei troppo piccola per ricordarti….

E insomma Marisa Zocchi, lo dico per tutti quelli piccoli, è stata una campionessa di Lascia o raddoppia, moglie di Guido Boni, ciclista, lei diva tv e pupilla di Bartali, specializzata proprio nel ciclismo. E sentite che storia:

“Raggiunto un monte premi di due milioni e mezzo ed arrivata alla puntata finale Bongiorno le chiese, appunto, lascia o raddoppia? Nelle puntate precedenti era andata avanti alla grande e forse dentro di se pensava di poter rispondere anche alla domanda da cinque milioni (erano tantissimi soldi ai quei tempi). Ebbe un attimo di esitazione coinvolgendo sul piano emotivo qualche milione di telespettatori. Un attimo che sembrò un’eternità. Poi confessò a Bongiorno: “Lascio perché i soldi già vinti mi servono per curare mia madre molto malata”. Su quella sua scelta così umana, così struggente, tutti provarono verso di lei tenerezza e simpatia. Tra costoro anche il re dell’Egitto Faruk che, attraverso l’attore Folco Lulli, fece arrivare a Marisa Zocchi un assegno di due milioni e mezzo, cioè la cifra alla quale la ragazza aveva rinunciato”.

Nel frattempo, essendo arrivati anche i miei pici cacio e pepe, mi sono ritrovata catapultata, oltre che nel colesterolo, anche in un salto indietro nel tempo, in un tempo infinito nel quale l’Italia rinasceva dalle ceneri di una guerra e lo faceva insieme alla tv, piena di ottimismo, di speranza e fiducia. Un’Italia in cui la Marisa Zocchi rinunciò alla gloria per curare la mamma e il re d’Egitto (manco Walt Disney avrebbe potuto sceneggiarla meglio) le manda l’assegno della cifra alla quale ha rinunciato.

Che vi devo dire? Che davanti alla crostata ricotta e fichi (ve l’ho detto che in collina faceva un certo frescolino e le papille gustative si erano scatenate) mi sono rivista la signora Marisa e la signora Italia. E mi è venuta una grande nostalgia. Di tutte e due. Anche se la Marisa non l’ho conosciuta. E tutto sommato neanche l’Italia, l’Italia che crede fermamente che ce la farà. E si rimbocca le maniche per farcela.

Marisa Zocchi

Quest’anno vacanze in collina

mercoledì, luglio 22nd, 2015

-Meripo’ ma non sarebbe ora di rifare un viaggetto?

-Si, professor Pi, ma dove?

-Io direi su una collinetta, poco più di 300 metri, una cosa tranquilla

-Cioè a Bagno Vignoni, Chiusi, Montespertoli?

-Beh in realtà pensavo su quella che ha il nome geografico più lungo del mondo,Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu. È composto da 85 lettere e significa “la vetta dove Tamatea, l’uomo dalle grandi ginocchia conquistatore di montagne, salì e suonò il flauto per la sua amata”

-Mh. E dove sarebbe?

-In Nuova Zelanda

Nuova Zelanda collinetta

Il signore dell’anello

lunedì, luglio 13th, 2015

La scorsa settimana il Professor Pi è sceso dal Granducato con un Frecciarossa. Sceso dal Frecciarossa con cui scendeva dal Granducato è sceso a casa Pop e, mentre tentava inutili creazioni di corrente tra una stanza e l’altra per combattere l’afa capitolina, a un certo punto, da stanza attigua, in un misto di stupore attonito e di mattugguarda ha esclamato:

-Meripo’ mi stavo dimenticando ma guarda un po’ che ho trovato sul bus che mi ha portato alla stazione…

Nel percorso dovestavoio-dovestavalui (all’incirca dieci passi, vantaggio delle case piccole) stavo già immaginando una terna di possibilità (un gagliardetto della Fiorentina, un tomo sulla fisica degli spazi ristretti dei mezzi pubblici, una copia dell’ultimo libro di Moccia, in ordine di sfiga) egli invece estraeva dalla tasca un perfetto cerchio con dell’alluminio intorno. Un anello. Semplicissimo. Tipo quello uscito dal pacchetto di noccioline di Holly Golightly in Colazione da Tiffany.

Bando ai facili entusiasmi romantici afferravo l’insperato suo ritrovamento tentando di capire ove risiedesse il motivo di cotanto stupore. Rigira che ti rigira me ne stavo lì a osservare il metallo invero anche un po’ tristanzuolo quando Pi dice:

-Meri guardalo bene, intorno

E dunque ecco qua: tutto intorno alla sfera -e a una croce- c’era inciso il Padre nostro

Anello Padre nostro
Per un ateo praticante quale è Pi si trattava effettivamente di un ritrovamento archeologico semi incomprensibile tipo la stele di Rosetta: lo stupore era invece il mio a osservare il suo gran bel stupore. L’irruzione non prevista del trascendente sul discendente (discendendo lui dal bus). L’autobus -mi spiegava- passa oltre che alla stazione anche vicino a un convento. Qualcuno l’aveva dimenticato. Lui l’ha raccolto. E l’ha portato fino a Roma.

Ora, direte voi, Meripo’ embeh?

Embeh da quel giorno quell’anello sta qui, sul tavolinetto, tra il pc e il mouse nella stanza in cui faccio quasi tutto. Sostanzialmente è come una telecamera: mi osserva passare avanti e indietro, scrivere, chattare, guardare la tv, pensarvi, mangiare. Io lo sbircio. Lui sta lì. E parla standosene zitto. Perché sarò anche scomunicata per i noti fatti divorziativi ma io, di Lui, mi ricordo sempre. Lui il Principale, intendo. Anche di Pi mi ricordo sempre eh. Specie mo’.

Ci passo davanti e ogni giorno mi ricorda una riga diversa. E insomma ci passo da una settimana e lo guardo sempre un po’ con sospetto e ammiccando quasi a dire Mbeh oggi che t’inventi? Poco fa, dunque, ci son passata dopo le notizie del cosiddetto accordo per la Grecia. Ed è stato allora che quello, zitto zitto, mi fa:

-Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Sapete che c’è? Che mi è venuto un brivido. E ce ne vuole. Visto che fuori, e mi sa pure dentro, fanno 38 gradi.

 

Dieci e lode

martedì, maggio 19th, 2015

Dunque ciò che di Santiago Calatrava mi lasciò a boccaperta a Valencia -cioè il Planetarium, detto anche “l’occhio”- erano gli integrali. I numeri. Cosiccome la perfezione del broccolo romanesco -sublimata nella corrispondente pasta con- è merito di un frattale (no, non le frattaglie, marescià, quelle servono per la pajata).

I pensieri, a metà fra Fibonacci e la sora Lella sono arrivate dopo aver trovato, tramite la sempresialodata bacheca del socialcoso del Professor Pi, questa riflessione postata da un suo collega scienziatissimo anche lui, il Professor D. Dei, Luigi Dei.

“Se ammiri una magnifica statua son le proporzioni che ti fanno venire un tuffo al cuore, se resti incantato dalla prospettiva di un quadro o dalle armoniose volute di un palazzo rinascimentale sono i rapporti che ti stordiscono, se ascolti della musica inebriante e armonica son frequenze e durate espresse con frazioni semplici che ti danno scariche di dopamina, se leggi estasiato versi endecasillabi ringrazia quel numero, l’undici, se alzi gli occhi al cielo e vedi le magnifiche superfici di Calatrava son gli integrali che le riportano a dimensione nota, se resti senza parole alla meraviglia di certe forme della natura ringrazia, per favore, i frattali, se infine vedi una donna o un uomo anziani che si disperano, versano calde lacrime e si lamentano di non avere più percezione delle meraviglie del mondo, sappi che non sono ciechi o sordi: non si ricordano più la bellezza dei numeri e della matematica”.

Il Planetarium (detto l'occhio) di Santiago Calatrava, Valencia

Che una cerca di evitare tutta la vita la matematica dicendo che non la ama e quella poi ti rispunta a sorpresa in tutte le cose che ami. E, oggi, penso sconsolatamente di essermi persino vantata di non amarla e di non-sapere-nulla-di-matematica. E’ stata una sciocchezza. Perché è come dire non amo e non so nulla di tutte le cose belle della vita.

Quindi grazie per aver indotto il ripensamento tardivo, grazie al professor Pi e al professor D, Dei. Quindi Dei gratias.

Meri Pop modalità Aida, “la marcia trionfale del pronto soccorso emotivo via blog”

martedì, maggio 19th, 2015

“Non è un programma radiofonico perché il titolo di quello condotto su Radio1 dalla bravissima collega Maria Teresa Lamberti (la candido ad una prossima intervista) si scrive Meri Pop ed è nato qualche anno dopo. Vi assicuro, però, che Meri Pop, blogger seguitissima, esiste ed è in carne e ossa.

E’ la second life, forse quella più vera, di una giornalista che ha saputo crearsi un ruolo parallelo ai proprio impegni istituzionali, come acuta osservatrice di costumi e di sentimenti.

Utilizzatrici finali e donatrici di spunti del blog “Supercalifragili” (dove fragili e fondamentali) sono state, inizialmente, una cerchia ristretta di amiche ed estimatrici. Il passaparola ha condotto alla corte di Meri Pop anche dei maschietti, molti in funzione di osservatori permanenti (per studiare le mosse del nemico?), fino a creare un folto pubblico di affezionati followers. Poichè desidero studiare quello che è ormai diventato un vero fenomeno mediatico-sentimentale, farò un’eccezione alla regola della mia rubrica, dedicata a persone fotografabili, intervistando un avatar.

D’altronde, per noi giornalisti, è norma professionale non rivelare le fonti”. (continua)

Aò, donatrici di spunti, utilizzatrici finali, osservatori permanenti e fenomeni mediatico-sentimentali, in questa intervista si parla di voi eh. (Grazie ad Annamaria Barbato Ricci che si è presa sto caffè con l’avatar e anche con un poco di zucchero)

Illustrazione di Cristina Romeo