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La primavera addosso

giovedì, aprile 12th, 2018

Si sono rivisti dopo trent’anni, che l’ultima volta era stato alla cena dopo la maturità, Maria e Francesco.
A Milano, che sapessi com’è strano.

Lui è lo stesso cazzoncello di trent’anni fa, ha fatto un bel po’ di strada ma è sempre un gigione. La strada l’ha fatta pure lei e nell’amarcord della serata hanno lavoro facile tutti e venti i commensali a ricordare le goliardiche imprese di classe. Nel senso il Quinto B. Alcune amicizie del liceo hanno questo: che le ritrovi quasi intatte appena ti siedi a tavola davanti a una pizza, al netto delle decine d’anni che i segni li hanno  lasciati sì, ma solo sul contorno occhi e nelle ripetute ammaccature del cuore.

E’ primavera sul calendario ma fuori è ancora inverno. Un invincibile inverno. Piove che dio la manda. Quasi nevischio.

Vabbè, si è fatta nacerta anche a Milano. Che strada fate voi? Dove abiti tu? Ti riaccompagno a casa. In motorino. Si scivola. E si ride molto, a bordo. Poi ecco, grazie, arrivata, tieni un attimo la borsa, prendi il casco, ciao, ciao, alla prossima, ciao.

E’ un quarto d’ora dopo che Francesco si conferma il senzacapa che è, e arriva il uozzappo
-Ma che per caso c’è un mazzo di chiavi fuori casa tua, per terra? Che non trovo più le mie…
-Passa il tempo ma la tua testa è la stessa eh. Scendo e controllo
-O le trovi o mi devi ospitare, vedi che puoi fare

Maria scende, struccata, con i pantaloni del pigiama sotto e il piumino incappucciato di sopra. Esce, si fa luce col cellulare, guarda in terra, vicino alle fioriere, vicino al citofono e poi rialza la testa e inizia a scrivergli che No quelle chiavi non ci sono e Sì, è invece allora, sotto al nevischio di aprile, che l’imprevisto sbuca da dietro la fioriera, le prende il viso tra le mani e la bacia. La bacia per cinque spettacolari minuti.

-Ma tu che hai fatto?
-Meripo’, ho chiuso gli occhi. E mi sono sentita la primavera. La primavera addosso.
-E poi che è successo?
-E poi lui ha rimesso il casco e se n’è andato E io, io “ho compreso, infine, che nel bel mezzo dell’inverno, vi era in me un’invincibile estate”.

Che imbroglio se per innamorarsi basta un’ora

martedì, ottobre 19th, 2010

Cara Meri,
conosciuto su Facebook, scocca la scintilla, fiumi di messaggi, chat a manetta, mi piace, gli piaccio. Stessi gusti, stessa sintonia, stessa musica.
Poi mi chiede il cellulare e lì qualcosa comincia a incepparsi Perché un conto è scrivere un conto è parlare. Però bene anche le telefonate. Certo non si decideva mai a chiedermi di uscire. Alla fine lo faccio io. E prendiamo anche un appuntamento. Rimanda una prima volta, rimanda anche una seconda. Rimanda la terza. E’ passato un mese. Non ne ho più saputo nulla.
Due mesi di simbiosi: che fine gli ha fatto fare? E io, ora, che faccio?
Lory

Cara Lory,
sono trent’anni che quella poveraccia della tua omonima Goggi si sgola per avvertirci. Ma noi niente. Che fretta c’era maledetta primavera. Abbiamo pensato solo a stare in guardia dagli amori fioriti nella stagione dei pollini: e invece la maledizione era la fretta.

Fretta di sapere, di prendere, di avere. Poi sono arrivati gli essemmesse e infine è arrivato pure Fèisbuc e la situazione si è planetariamente avviluppata attorno alle chat, ai messaggi privati e ai commenti, precipitando verso il baratro delle passioni virtuali tarate al massimo su 160 caratteri e della durata media di 160 minuti.

Certo è una gran cosa aver ricominciato a scrivere. Che a un certo punto si credeva di potersi incontrare solo sul filo di interminabili strazi telefonici rubati al resto della famiglia, origliante in attesa in corridoio. Jurassic love.

Stelle una sola ce n’è/che mi può dare/la misura di un amore. Ora che siamo digitali, invece, la misura ce la dà Zuckerberg e, in subordine, Jobs. E quindi parole, parole, parole. Parole scritte. Parole che iniziano a cercarsi, ad aspettarsi, a rincorrersi. Parole che ne chiamano altre, che si annusano, si scrutano, si occhieggiano, si fanno piedino, ammiccano, sfacciatamente propongono, imprudentemente promettono, a volte cocentemente deludono. Perché li si fermano. Senza più attraversare il rischio di incontrarsi anche fuori dai tasti.

“Se a mani vuote di te/non so più fare/come se non fosse amore”. Che ora invece le mani vuote non sanno più stare di tasti e di parole. Che volant. E spesso non ti ritornant. Anche se sul telefonino nascont ma non sempre restant.
Soprattutto illudont: che il più sia stato fatto finalmente incontrandosi, si, ma solo su una riga. Costruendoci un’oasi di T9 dove si ticchettano piccoli amori take away. L’amore che corre anche mentre scrive.  Che entusiasma. Che brucia. Che consuma. E lo fa in fretta. Ma, appunto: quando avete avuto il tempo di “scegliervi”? A mala pena c’è stato quello di essere travolti.
E quindi, ora che è autunno ma praticamente è già inverno, “se/ per innamorarmi ancora/tornerai maledetta primavera, che importa se/ per innamorarsi basta un’ora”?

Certo, Lorè. E se invece, per innamorarsi ancora, bastassero solo un po’ di pazienza e chiudere ‘ste tastiere?