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Il chitemmuorto del cigno

lunedì, gennaio 16th, 2017

VIET POP 3

Lei gli aveva scritto, a scanso di equivoci, più volte prima della partenza.

-Professor Pi ho un ginocchio malconcio, questi brevi trekking ai quali si accenna nel programma sono impegnativi, in particolare quello di 10 km?

-Ma no, cara, si tratta di un falsopiano

Rassicurata nel fisico e nello spirito dal falsopiano la nostra Monica e la ginocchiera si erano iscritte senza indugio.

Il falsopiano ci attendeva giustappunto il 31 dicembre, reduci dal mercato di Tam Douang (i mercati asiatici non vanno intesi come tipo il Lidl per strada: sono raduni tanto epici quanto caotici di popolazioni in costume

Viet mercato1

Mercato di Tam Douang (Foto Meri Pop)

che affluiscono da ogniddove.

Viet mercato 3

Foto Meri Pop

Lo spettacolo dunque non è tanto la merce ma chi la porta) e dal Trom Ton Pass, un’ascesa (in pulmino) che culminava con vista sul Pha Xi Pang, anche detto il Tetto di Indocina, dove un molestissimo gruppo di giapponesi rifuggiva lo scatto con la montagna e si intestardiva a volersene fare uno col Professor Pi, considerato per mole e autorevolezza certamente più imponente dello Pha Xi Pang.

Viet cima Pop

Il Tetto d’Indocina (Foto Meri Pop)

Arrivati in quel di Sapa, la capitale del The North Face tarocco, dopo un frugale pranzo (cioccolata Ritter fondente alle nocciole, spicchi di pere e banane) il nostro Mister Chi, guida professionista, procedeva alle raccomandazioni di rito: crema solare, acqua, zaino, scarponi, annamo.

Era alla prima curva del sentiero che si spalancava questa cosa qui,

Viet trekking

Le risaie a terrazze (Foto Meri Pop)

che la fotografa è quella che è e magari non rende ma vi assicuro che si trattava di una cosa che lì per lì ti dici

-Qualsiasi sforzo ci attenda, questo posto lo merita

E più nel falsopiano si circumnavigavano ste risaie a terrazze

Viet trekking 2

più ci si spalancavano gli occhi e l’anima. E in certo modo pure lo stomaco, che sempre con due banane e un quadratino di Ritter stavamo. Il punto è, però, che dopo tipo un chilometro di sentiero tutto sommato accettabile, ci si spalancava pure la prima impettata de fango. La pora Monica, ginocchiomalconcio munita, strabuzzava l’occhietto ma con la consueta silente signorilità non tradiva il benché minimo disagio, pur dovendosi aggrappare tipo Tarzan a ogni arbusto e anche al bastoncino prestato da Claudia.

Ma è stato arrivati al ponte tibetano sospeso nello strapiombo (che a guardarlo da sopra avevo già ampiamente chitemmuortato) che ci si parava innanzi un cancello di ferro d’accesso sbarrato.

Mister Chi, dopo un conciliabolo con un operaio allocato su una escavatrice, si girava verso di noi annunciando

-It’s closed

Nun te sfugge gnente eh. Spiegava che sì il ponte era quello ma…. ancora non era finito.

-And quindi??

-We faremo un’altra strada, un pochino più lunga

Ed era a bordo escavatrice che ci si spalancava un falsopiano impettato tra le rocce, intervallate da colate di fango, pendenza 70%, pieno di rovi e arbusti. Già arrampicata come un geco sulla parete mi giravo verso Pi e soprattutto verso Monica che, con nonchalance, salutava le valli e i residui legamenti del ginocchio. Mister Chi, piuttosto disorientato, chiedeva l’aiuto di due aiutanti incontrate poco prima. Le quali signore, eccolequà,

Viet trekking aiutanti

Caschi verdi Onu in aiuto sul trekking (Foto Meri Pop)

con le pantofole e il vestituccio, si muovevano in quel casino come fossero stambecchi sulle cime. E prontamente alternavano manate sotto i nostri deretani per issarci in salita e braccia spalancate per raccoglierci in discesa. Il tutto confezionando, strada facendo, delle specie di origami con fuscelli d’erba raccolti all’uopo.

Giustappunto in uno di questi passaggi fangosi e rocciosi in discesa, a un tratto scorgevo la Lorena, inzaccherata come Indiana Jones, lanciarsi leggiadra giù dalla scarpata planando da Mister Chi come la Abbagnato nelle braccia di Bolle ne Il chitemmuorto del cigno.

Dieci chilometri. Dieci chilometri così.

-Ma potevano essere quattordici Meripo’, ho scelto il percorso breve, Maremmabbreviata, non ti sta mai bene niente

chiosava Pi mentre l’esausto ma indomito Vincenzo si detergeva il sudore con la sciarpa dell’Avellino calcio e Christian, stambecco delle nostrane cime italiche, si improvvisava pure lui Barysnikov nel raccoglimento di noialtre discendenti dai fanghi.

A un certo punto, mancando due chilometri al villaggio di arrivo, Chi e Pi lanciavano una ciambella di salvataggio con

-Ce la fate a proseguire o volete che chiamiamo il pulmino a prenderci qui?

che la risposta di ogni essere senziente sano di mente avrebbe dovuto essere

-E ce lo chiedi pure? Esci fuori subito sto pulmino

invece iniziava una sequela di

-Mah, come preferite voi, per me è uguale

Per me era uguale un par di palle. Ma no, non avevo fiato manco per protestare. Infangati come neanche dopo una seduta ad Abano Terme, dopo quattro ore e svariati slalom tra villaggetti rurali, si perveniva alle ore 18,30 della sera di Capodanno in quel di Tan Van ove avremmo soggiornato ospiti di una casa locale. La quale, a dir la verità, ci appariva bellissima, col parquet per terra, riscaldamenti accesi, materassi nel soppalco pronti ad ospitarci allineati in numero di sedici, otto per noi e otto per Vattelappesca chi.

E dopo giorni e giorni di noodlespapponi finalmente ci aspettava anche una cena coi controcavoli e rivoli di Hanoi Beer come fosse il Mekong.

Infine sì, il Capodanno brindando con il rice wine in un villaggio vietnamita per poi avvoltolarsi nel sacco a pelo della Stayhome entra, decisamente, sul podio. Come l’immagine della pora Lorena avvoltolata in sacco lenzuolo dentro sacco a pelo come Nefertiti colà intrappolatavisi fino alla mattina dopo.