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Di cosa abbiamo veramente paura

martedì, marzo 3rd, 2020

Penso alla mia amica Sara. Che è partita un mese fa e rientrerà domani in Italia. E’ andata in un posto molto bello, a lavorare, un posto pieno di sole e di programmi di sviluppo da coordinare. Quando è partita, un mese fa, era lei che atterrava da loro per portare aiuti. Poi ieri un medico locale tutto bardato ha bussato alla sua porta. L’ha interrogata, le ha misurato la febbre e l’ha visitata. E lo ha fatto perché è “italiana”. Me lo ha scritto lei ed è da ieri che mi si è stretto il cuore pensando a Sara e immagino come si sia stretto anche il cuore di Sara.

Cara Sara, domani, quando atterrerai,  troverai un Paese cambiato, spaventato, diffidente, smarrito. Rientrerai in un’Italia in cui è sconsigliato darsi la mano, abbracciarsi, baciarsi. Sentirai spesso odore di alcol e l’Amuchina è inodore altrimenti sentiresti anche quella. Rientrerai in un Paese più sterilizzato, nell’igiene e nei sentimenti. Perché anche il contagio della paura è velocissimo.

Domani rientrerai in un Paese in cui una mattina ci siamo alzati e ci siamo scoperti tutti più spaventati. E soli. E forse è di questo che abbiamo più paura: di essere lasciati da soli. E’ che non siamo più abituati a non sapere, a non controllare, a non avere in mano la situazione, a essere in ostaggio di cose sconosciute. Che è un po’ uno smarrimento simile a quello che ci viene quando ci innamoriamo, quella paura che scorre silenziosa ma presente sotto la felicità. La paura di quello che ora c’è ma potrebbe non esserci più. La paura di perdere tutte le cose che davamo per scontate e che per questo ci sembravano senza molta importanza.

Cara Sara, ieri ho pubblicato una storia, una storia d’amore, quella fra Marina Abramovich e Ulay: ha battuto il record di tutto quello che ho pubblicato finora. E ho pensato che ieri -e oggi- avevamo bisogno proprio di questo: di credere ancora. Di credere ancora in qualcosa di così impalpabile ma anche di così concretamente avvertibile come l’amore. Che lui -l’amore- non aspetta che noi gli si apra le porte: lui le sfonda e si piazza. Avevamo bisogno di stringerci insieme attorno a qualcosa. Di stringerci col pensiero, certo. Che ora ci consigliano di stringerci solo così. Proprio ora che invece avremmo bisogno di un bell’abbraccio stropiccioso.

E io però a pensarci mi sono sentita meglio. Mi sono detta che dai, se abbiamo ancora voglia di credere all’amore, e di farlo insieme, non tutto è perduto. Ecco, Sarè, pensa come stiamo.

Dai, su. Ti aspettiamo. E lavati spesso le mani.

L’attimo stringente

martedì, febbraio 12th, 2013

Ci stavo ripensando oggi, al fatto che ieri l’Ansa non solo ha fatto lo scoop del secolo ma pure la foto della vita:

L’ha fatta il fotografo Alessandro Di Meo. Naturalmente sono ventiquattr’ore che viene passata ai raggi X per accertare che non sia un taroccamento di Photoshop e la Cassazione pare abbia sciolto la riserva: verissima.
Sostanzialmente lui ieri sera si è piazzato là davanti a prendersi secchiate d’acqua per oltre 40 minuti, che a Roma pioveva -è il caso di dire- che Dio la mandava. Che tra i mestieri ingrati a volte pure il fotografo ha i suoi perché.

Senonché aspetta e aspetta, prova e scatta, butta e ricomincia, pulisci l’obiettivo e ricomincia, è arrivato l’attimo. Quella frazione di secondo nella quale ti passa davanti la vita e soprattutto sulla testa il fulmine.

E’ a quel momento che ripenso. E cerco di immaginarmelo. L’attimo. Tutti abbiamo il nostro. Quello nel quale sapevamo che ci stavamo giocando tutto. L’attimo dell’idea. Il cervello che si illumina. Il lampo, appunto. Che o la va o me spacca. Non so, tipo avvicinarsi per il primo bacio. O la pazza idea che ti cambia la giornata. O la vita.

E di solito non è mai, prima, un attimo felice: è un attimo di panico. Poi, solo poi, forse, ci dirà bene. Ma quello che ci tiene in vita temo sia questo: l’attimo prima della felicità. Cioè un po’ di sana strizza.