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I sepolcri

venerdì, marzo 29th, 2013

Triduo pasquale/2
Il venerdì Santo, comunque iniziasse la giornata, verso le tre virava verso freddo e pioggia. Mia nonna Aida alzava un occhio alla finestra e, con la stessa naturalezza con la quale avrebbe detto “ritiriamo i panni”, spiegava che “Gesù muore quindi anche il cielo piange”. Poi si dirigeva verso la sua camera da letto e aggiungeva:
-Copritevi che andiamo ai sepolcri

Andare ai sepolcri significava andare all’unica Chiesa del paese in cui era stato allestito, dopo la Messa in Coena Domini, l’altare funebre. Si “adorava la croce”, si dava un bacetto “sul costato di Gesù” sanguinante, ci si inginocchiava -mia sorella ed io, quasi uniche bambine col cappottino colorato in una schiera di donne anziane di nero vestite e velate- e si iniziava a pregare. Pregare era un diffuso bisbiglìo in latinodel quale non riuscivo a intercettare neanche una parola, comprese quelle di mia nonna, per cui ricordo che una volta, per non stare zitta, iniziai pure io a dire consonanti e vocali a casaccio in fila per imitarne l’effetto, una cosa tipo:
-aaaavvvvvvmmmmmmmrgrrrzzzzpllll dddmmmmuuummmm

Solo qualche anno dopo, alle scuole medie, riuscii ad aggiungere le lettere mancanti fino ad ottenere un più comprensibile

-avemariagratiaplenadominustecum benedictatuinmulieribus

Non capivo ma mi sentivo comunque partecipe di un momento importante. Sacro. Ricordo gli sguardi imploranti con i quali le vecchiette nerovelate si rivolgevano alle statue circostanti e avevo la certezza che, qualsiasi cosa stessimo facendo, da qualche altra parte avrebbe dispiegato un perché. Che ci avrebbe aiutati.

Poi si usciva per la processione, a passo lento. Ma siccome nonna a una certa ora doveva aprire il negozio piano piano acceleravamo e ci limitavamo al giro breve.
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo
diceva fra sé e sé nonna accompagnando la giustifica verbale con il segno della croce

Poi si andava ad aprire il caspita di negozio e quando vedeva i vecchietti, maschi, fuori in fila che aspettavano per le sigarette, si rigiustificava dicendogli
-Eh nu poc di sacrificio vi fa bén

Il rito dei sepolcri durava si e no un’ora. Dice il professor Pi che invece lui doveva farsi “il giro delle sette Chiese”, che iniziava la mattina e finiva il pomeriggio.  Ed è uno dei motivi per i quali sono grata di essere pasqualmente cresciuta in un paese piccolissimo che di Chiesa ne aveva una sola.

E siccome lui, il professor Pi, non mi sembra strutturalmente molto devoto mi stupivo sempre del fatto che lo ricordasse con un discreto entusiasmo. Così ieri gli è scappato. E ha detto che
-Certo Meri, che facevo il giro delle sette chiese. Era un ottimo modo per andare a giro tutto il giorno

Non so che ne pensi nonna Aida: e cioè se anche per il professor Pi valga quel
-Il Signore lo sa che è per rendergli servizio in un altro modo

Erezioni anticipate

martedì, dicembre 4th, 2012

Dunque, donne, la notizia è questa:

SESSO: PROBLEMI ERETTILI SE GENGIVE INFIAMMATE

“Gli uomini con gengive infiammate triplicano le possibilitá di soffrire di disfunzione erettile. E’ il risultato di una ricerca dell’Universitá di Malatya in Turchia pubblicata sul Journal of Sexual Medicine. I ricercatori turchi hanno comparato i dati ottenuti dalle analisi effettuate su ottanta uomini tra i trenta e i quarant’anni con disfunzione erettile con quelli rilevati da un gruppo di controllo di ottantadue uomini senza problemi di erezione. Circa il 53 per cento degli uomini con disfunzione erettile ha avuto una diagnosi di gengive infiammate”.

Spero sia chiaro a tutte che la già difficoltosa ricerca di un partner compatibile diventa a questo punto disperata.
Se alle fondamentali cinque prove (uso del congiuntivo, del calzino, della canotta, del deodorante e della stretta di mano) dobbiamo aggiungere anche l’ortopanoramica voi capite che nel frattempo la passione s’appassisce fino a evaporare insieme al deodorante di cui sopra. Che alle note barriere archi-tettoniche, caratteriali, psichiatriche e igieniche si debba inserire anche il sanguinamento delle gengive è prova che sfinirebbe anche la più determinata virago.

Tanto più che ora, è certo, ai faldoni e agli studi sociologici sulla difficoltà della coppia nell’era moderna andrà aggiunta la branca di studio “sesso del cavo orale”. Ci si rassegni dunque mestamente alla doppia calata di spry sulle gengive e spread sulle borse.

E voi, uomini, ricordate che se qualcosa di blu dovete ingurgitare meglio buttarsi sul Listerine.

Lady Vendetta è un piatto che va servito Alfredo

mercoledì, marzo 16th, 2011

(seconda puntata)
Insomma, rimugina che  ti rimugina, quel pomeriggio accade una cosa strana. Lei scopre che Lui, per uno di quei weekend in cui non potrà in alcun modo riuscire a vedere Lei, ha prenotato un volo per Firenze. Firenze lo sai non è servita a cambiarla, cantava il tristanzuolo Ivan Graziani. Ma invece Lei la cambia si.

Che va  a fare Lui a Firenze? Il rovello si inchioda lì, dalla pelle al cuore direbbe Venditti, tra la mente e il cuore dirà il suogastroenterologo: ma più propriamente sopra allo stomaco. E insomma tra pasti saltati e chili che se ne vanno, tra inappetenze, pippe mentali e via cantando, per un paio di settimane Lei si sdoppia: una che continua a parlare al telefono con Lui come se niente fosse e l’Altra, che si ficca in un tunnel pieno zeppo di domande e in un fiume pieno di Maalox.

Finché Lei, dal tunnel, s’illumina d’intenso: conosce gli orari di quel volo. In quelle due settimane Lei lo stuzzica, lo provoca, lo tana ma ancora non lo stana. Lui, tra una punzecchiata e l’altra, tira fuori che accidentipurtroppomannaggia, proprio in quel weekend dovrà farà un viaggio in Germania per una visita medica e pensa un po’ tu, ce lo accompagnerà il figlio.
Che i biglietti per la Germania, non so se ve l’avevo detto, sono due: Alfredo e signora. 

Lei, tanto per cominciare, va in avanscoperta a Firenze: dove sta ‘sto caspita di aeroporto, come ci si arriva a quell’ora, come ci si ripartirà dopo. Poi va dal capufficio e comunica che quelgiornollà Lei proprio non  ci sarà. Quindi entra da una modista e compra un cappello a larghe tese dove intabarrare i suoi inconfondibili riccioli. Che in scena vuole entrarci quando ha deciso Lei, non un attimo prima. L’operazione “Armami Alfredo” può avere inizio.

Alle 7 del mattino è su quel treno, con una mini molto mini ma con grossi occhiali da sole molto grossi. Arriva all’aeroporto. Va alla toilette e si sistema il cappello. Sceglie un angolo dal quale potrà osservare senza essere vista e si apposta. Che per fortuna, almeno, l’aeroporto di Firenze non è Heathrow.

Ed ecco che  la vede: una donna vestita di un nero, almeno dieci anni più di Lei, ansiosetta anzichenò. L’aereo da Catania atterra. Atterra pure il principe pistacchio Alfredo: Lui si guarda intorno e sì, è la donna in nero quella alla quale va ad avvinghiarsi.

Ed è a quel punto che l’agghiacciata parte di Lei che soffre ne vede spuntare improvvisamente un’altra, più forte: che la tragedia non è mai tale se a un certo punto non entra in scena anche la farsa. Perché è quel sottile confine tra il pianto e il riso che fa la differenza: a volte basta fare uno sforzo e varcarlo subito, per mettersi in salvo per tutta la vita. Che certi  dolori può seppellirli definitivamente solo una risata.

Lei entra finalmente in scena: sorridendo. Che mo’, con tutto il distacco del cronista, però pure Meri Pop avrebbe voluto essere una webcam e godersi la scena: sto bel quadretto di Lui e l’Altra, fusi come le barre del reattore nel fedifrago abbraccio, che si vedono piombare questo incrocio fra Kay Scarpetta e Fiorella Mannoia.

Lei disinvoltamente gli si piazza davanti e, con l’innata classe e l’acquisito imbufalimento, prima disimballa i riccioli dal cappello poi lo sguardo dai megaocchiali e glielo dice: “Salve, volevo augurarvi buon viaggio”. 
Lui, come molti suoi colleghi, appena riesce a richiudere la bocca dopo l’emiparesi da sbigottimento, la riapre per sbagliare battuta con un: “Che ci fai tu quiiii?”

L’Altra a mo’ di stoccafisso, con faccia da ebete,  guarda prima Lui poi Lei, come il cagnolino semovente che si metteva da piccoli sul vetro posteriore della macchina.
Lei chiede spiegazioni a Lui. Lui, pensate un po’, risfodera il modello classico “signorinachecifanelmioletto?” e sbaglia pure la seconda, di battuta con l’altro, grande classico: “Non è come pensi tu”. No, infatti tesoro, non è come penso: è come sto vedendo.

Fino a che Lui, finalmente, ammette: sono un bugiardo. Internazionalmente certificato nell’aeroporto di Firenze.

Missione compiuta. Lei rinforca occhiali e cappello, saluta e se ne va. Il resto della giornata la passerà a fare del sano, liberatorio shopping.

“La morale? Non c’è. C’è solo che, a volte, prendersi soddisfazioni che non hanno prezzo sui pezzi di merda signori che incontriamo lungo la strada è possibile. Basta saper aspettare il momento giusto. Perché per tutto il resto, invece, c’è Mastercardshopping Gold”: signore e signori, Curly.

Grandi donne della storia: Lady Vendetta

martedì, marzo 15th, 2011

E’ una storia che sa di pistacchio, canditi, tango y pasiòn.
Lui è bello, siculo ed ivi residente. Lei l’ha conosciuto l’estate precedente. Ballano il tango e si incontrano, proprio come sarebbe piaciuto a Fred Bongusto, in una rotonda sul mare della playa catanese. Lei bella ma non sicula, ivi però ballante: dopo la terza tanda lui le dice ‘resta’ e lei, con i biglietti pronti per la mattina dopo, risponde “si”. E non parte più.

Perché i grandi amori e le grandi catastrofi inizano e finiscono sempre con un si e con un biglietto, di norma aereo.

Di biglietti questa storia è piena: dei Roma-Catania e dei Catania-Roma sono disseminate per un intero anno le sale e le attese, le piste e i weekend. Un amore travolgente, ballerino e pendolare.

Insomma, quel pomeriggio di un anno dopo lei è lì, a centinaia di chilometri dal di lui fisicaccio e dalle bioches col gelato, seduta su una scrivania ma con la testa altrove. Succede da un po’. Persa dietro a un chiodo fisso di quel certo nonsocchè. Quello che ti si arrovella dentro, quando l’orologio del suo amore dice stop ma tu acciacchi la sveglia e ti giri dall’altra parte.

E’ che sono settimane che non si vedono. Ogni volta una scusa. No, non posso salire. No, non puoi scendere. E sì, lo so dice oggi lei, che a guardarla adesso vi pare facile. Che quella sveglietta le sta dicendo “Scappa, lui non ti vuole più e, in quanto medio man, non ha il coraggio di dirtelo”.

Ma noi non capiamo mai perché: perché non dirlo. “Tesoro, scusa ma è finita”. Cinque crudeli ma definitive paroline. E’ vero che subito dopo vi arriva tutto il servizio da 12 di porcellana bavarese in testa, compresi i pezzi da portata, ma almeno la si chiude con qualche punto di sutura e buonanotte.

Forse per questo di solito non le dicono, le paroline, per non intasare tutti i “codice rosso” dello Stivale. Un atto di riguardo al Servizio sanitario nazionale. E ai servizi di piatti. Non le dicono quasi mai: puntano sul tuo intuito. Soprattutto sulle tue corna. Che tutto si tiene, no? E quindi, di conseguenza, tutto si porta. 

Che a lei invece dà dolore realizzare che ama un vigliacchetto: fa decisamente meglio all’autostima continuare ad amare un tanguero, beddamatri. E poi chissà, magari non è vero che è finita. In fondo lui è un principe e l’amore è una coppa reale che profuma di pistacchio e frutta candita. Pure se la frutta sta andando a male.

E siccome il destino, quando smette di essere meraviglioso, diventa improvvisamente stronzo crudele,  succede che, sul biglietto che li ha fatti incontrare, ne sta arrivando un altro in perfetta rotta di collisione. Ora presunta di impatto: le diciannove di fra un mese ancor.

(segue)

Se telefonante. Galateo del “giorno dopo”

mercoledì, febbraio 16th, 2011

Al termine di un tanto illuminante quanto alcolico giro di aperitivi con una eterogenea platea di amiche molto ben messe e cervellomunite, si scopre che pur essendo l’uomo riuscito a mettere con successo il piede sulla luna, la mano nella sequenza del genoma umano, la manata sul sedere e il naso negli imperscrutabili misteri della clonazione, lo stesso uomo ancora stenta a mettere un dito sul telefono “il giorno dopo”. A fronte di linee intasate la sera prima.

Ritengo quindi doveroso ricordare qualche elementare regola non di corteggiamento ma di semplice buona educazione. Scusate se ci atterremo solo ai fondamentali ma, nel file “dimenticabili”, il desaparecido del giorno dopo almeno qui ce lo siamo risparmiato.

Allora, uomini, “il giorno dopo” si telefona. A meno che non siate vittima di una paresi bilaterale da esondazione emotiva (plausibile ma statisticamente molto bassa come eventualità), si prende quel cazzo di il cellulare con il quale vi siete atrofizzati il dito “prima”, lanciandovi in una serie di lusinghe, battute, adescamenti, trattative, e si compone quello che presumibilmente è uno degli ultimi numeri in memoria – che dovrebbe apparirvi di norma con orario notturno – si fa squillare e si dice “Ciao, buongiorno, grazie, è stato bello, volevo dirtelo”.

Otto parole. Otto micragnose parole che però vi saranno sufficienti a passare il guado degli stronzi ingrati per approdare nella terra promessa dei “riconoscenti e indimenticabili”.

Volendo esagerare piazzatene anche nove, parole: aggiungete l’accrescitivo, “molto” a “bello” e con una scarna parola di cinque lettere ne uscirete come statisti.

E’ giusto il caso di ricordare che non ha nessuna importanza la valutazione tecnico-ginnica della performance: si ringrazia e basta, come si fa il giorno dopo un invito a cena. Non è che perchè l’arrosto era un po’ secco e il vino bianco tiepido voi la mattina dopo vi rendete irreperibili con la padrona di casa: di norma chiamate e ringraziate e anzi vi complimentate. (Eh? No, non ditemi che avete accordato il monopolio della serata a uno che neanche ringrazia quando lo invitano a cena, vi prego almeno questo no).

Dunque, dicevo, si telefona. Tutt’al più, ma siamo davvero al minimo sindacale e a meno che non siate -beh avete capito chi- non credo che la mattina dopo vi possiate permettere il minimo sindacale, ecco dicevo eventualmente si manda un sms molto affettuoso. Ma molto.

No, non mi sembravate timidi, ieri sera. Quindi non vedo cosa possa essere sopraggiunto per annullare il vostro spirito di iniziativa e intraprendenza. (Ora no, non mi dite che avete lasciato campo libero a uno con il trauma del dito che neanche riesce a compulsare un basilare “Grazie virgola tesoro punto è stato bellissimo punto”, che siamo ai fondamentali dell’alfabeto morse eh, mica si pretende che scioriniate la Divina a memoria, essantocielo).

Arrivati a questo punto dovrebbe essere tutto molto chiaro: appuntamento, serata, telefonata il giorno dopo possibilmente entro l’ora di pranzo.

Evitateci, insomma, di dovervi sottoporre -oltre al solito screening di base per il quale, credeteci, già abbiamo dovuto rivedere al ribasso le aspettative di partenza- anche all’umiliante “presentarsi solo se telefonante”.

Love me Fender

lunedì, novembre 22nd, 2010

Cara Meri,
hai qualche consiglio su come distogliere uno che alla veneranda età di anni 48 ha deciso di emulare Jimi Hendrix, scoprendo un’insana passione per la chitarra elettrica, così elettrica che lo sta distogliendo dalla mia, di passione?
Capisco che il mio problema possa sembrarti secondario rispetto ad altri ma ti assicuro che essere preferite a una Fender è più frustrante che essere preferite alla Hunziker.
Suonata 65

Cara Suonata 65,
intanto ti giro il parere di Gimbo Hendrix del Comitato Lasciauncommento, accomunato al Nostro tuo dalla grande ammirazione per Jimi: “Cara, la prima cosa da fare sarebbe chiedersi come mai, alla veneranda età di anni 48, il soggetto in questione preferisca emulare Hendrix anziché dedicarsi a te. Chiediti: in cosa ho sbagliato? Datti una risposta e prova a risalire la corrente. Elettrica”.

Quanto a me, cara Suonata, non sono d’accordo con il collega Gimbo: non vorrei che tu ti chiedessi dove hai sbagliato, vorrei che lui si chiedesse dove ha svoltato. Prima di andare a sbattere.
E prendendo spunto dalla Fender di Jimi, la Stratocaster, dirigerei la mia attenzione sulle migliorie apportate con “l’introduzione del ponte mobile e di conseguenza della leva del vibrato”, nel senso che, esperito un portentoso tentativo di tornare a farlo vibrare senza chitarra, gli farei capire che il ponte più che mobile è levatoio: e se non si dà una mossa tu lo alzi. Il ponte. E te ne vai. Chiaro?

E adesso, per favore, rimbocchiamoci le orecchie. E gli occhi. Io e Anne. E Norah.

Pse – Caro quasi fidanzato di Letizia

giovedì, luglio 8th, 2010

Caro quasi fidanzato di Letizia,

che dobbiamo fare? Tu capisci che se entri nella rubrica Pse -Pronto Soccorso Emotivo- l’ora è grave. E soprattutto è ora.

Ricapitoliamo: tu e Letizia. Anni fa. Scocca la scintilla. Scocchi tu. Scocca pure Letizia. Vi bruciacchiate. Poi scatta anche la chimica e lo sai, caro quasi fidanzato di Letizia, che se al cuor non si comanda alla chimica ancora meno. Alla chimica ci si deve solo arrendere.

Invece voi fate i superiori e continuate a reciprocamente annusarvi, sfiorarvi, incantarvi, irretirvi, accalappiarvi ma mai a consumarvi. Passa il tempo. La chimica no. Quella resta. Resta insieme agli ammiccamenti, ai messaggini ogni tanto, al tuo fare capolino, al suo farsi trovare. Ripassa altro tempo. La chimica non ci pensa proprio a passare: quella, caro, resta. Perchè esiste un unico modo di rendere un amore matematicamente inestinguibile: non viverselo fino in fondo.

Romantico un tubo: perchè così ci si resta impigliati dentro tutta la vita, tipo mattanza dei tonni, altro che. Solo che mo’ basta: per favore, caro quasi fidanzato di Letizia, ora tu ci liberi finalmente Letizia da ‘sta rete. 

Domani tu la chiami, la inviti, vi vedete in un bar, vi guardate ben bene negli occhi, vi dite cose che nessuno ricorderà una volta usciti quando però sarà già troppo tardi per rimettere il dentifricio nel tubetto. A quel punto la procedura è nota: brevissimo stato di resistenza attiva e passiva a una serie di lampanti controindicazioni, di “ma” e di “però” anche di “no”, che verranno comunque travolti ad aperitivo ancora in circolo. A quel punto basterà solo attendere l’inizio della parabola discendente che vi libererà, finalmente, dall’incantesimo.

Chiaro, no? Se siete fortunati domani si inziano le procedure di dismissione.

Certo, esiste sempre la possibilità che, invece di disimpigliarvi dalla rete, ci finiate definitivamente avvoltolati. Ma è raro. Certo, la sfiga, di norma, se ne infischia delle statistiche.
Però ti devi sbrigare. Perchè lei già dice che, invece, un po’ le dispiacerà e, in fondo in fondo, ‘sta porticina vorrebbe continuare a tenerla sempre aperta.

Vabbè, allora domani.  

Pensiero stupendo, nasce un po’ navigando

venerdì, luglio 2nd, 2010

Cara Meri Pop,

inutile girarci intorno: ha un’altra. Una a cui sta dedicando sempre più attenzioni, energie e tutto il suo tempo libero. Si chiama Sibilla. Ed è una barca. A vela.

Capisco che possa sembrare un’usurpatrice di serie B ma, credimi, questa passione non è meno coinvolgente o pericolosa di quelle tradizionali. Tra l’altro io soffro il mal di mare.
Ho provato a dirglielo in ogni modo ma lui non recede di un passo e di un’ora.
Certi giorni penso che, tutto sommato, mi misurerei più volentieri nella competizione con un’altra donna. Così, invece, come si fa?
Alessia

Cara Alessia,

pesco la tua mail nel gruppo di chi, invece, deve quotidianamente vedersela con Ludmilla, Irene ma anche Maria Caterina che non sono certo barche a vela, al massimo navi scuola.

Non sottovaluto affatto Sibilla: stai scrivendo a una che ha frequentato con profitto un corso di patente nautica e ha provato il brivido di uscire in mare a gennaio con -5°, che ha correttamente eseguito la manovra di “recupero uomo a mare” con obiettivo fissato “a ore 3”. Non che questo le sia minimamente servito a recuperare il suo, di uomo. Ma le ha fatto scoprire una passione che andrebbe, se non incoraggiata, rispettata e possibilmente condivisa.

Tutto sommato, se davvero ci tieni a questo Moitessier, potresti provare a spendere 12 euro per i cerotti Transcop e imbarcarti anche tu con lui almeno una volta.

Potrebbe persino capitarti, durante la navigazione, di scoprire che più ancora di Moitessier, ti piace andare di bolina.

Buon vento, Alessia, e buon weekend a te e a tutti i super cali fragili.

 

Il segreto dei suoi occhi

mercoledì, giugno 30th, 2010

E’ un film su due ergastolani: ognuno rinchiuso nel proprio amore impossibile.

E’ un film sul tempo che scorre e che lascia irrisolti ma intatti, oltre ai casi giudiziari, gli amori non dichiarati. Perchè forse è vero che la donna più desiderabile è quella che non potrai mai avere. Senonchè, a volte, lo è anche quella che hai avuto per troppo poco.

E’ un film sull’amicizia quando è forte da morire. E da morirne.

E’ un film su come si risponde al telefono.

E’ un film anche su Cold Case, col suo bel delitto efferato, ancora aperto dopo vent’anni. Anche se, alla fine, i delitti che non ci perdoniamo mai, e che continuano a inseguirci per tutta la vita, sono pure quelli delle storie non vissute, quelli dei rimpianti, delle cose non dette, dei baci non dati, delle carezze interrotte.

E’ un film su una giovane sposa violentata e uccisa, su un marito che non si rassegna, su un funzionario della Corte di Giustizia che non si rassegna neanche lui per quel delitto impunito ma delinque quando si rassegna di fronte al proprio, di delitto. Quello di chi, per paura, uccide il vero amore consegnandosi a una vita vuota.

E’ un film in cui, incredibilmente, si ride tanto e si ride amaro.

E’ un film che ti fa ascoltare quando”los ojos hablan”. Y no mienten jamás.

E’ un film sulla parola “temo”. E su una macchina da scrivere che non ha la “a”.

E’ un film sulla naturale paura di amare. E sull’eroico coraggio di superarla.

E’ un film che ve lo metto in spagnolo porque es mejor y se entende ugualmente.

E’ un film che dovete farvi un regalo e andare a vederlo.

 

Bright Star

martedì, giugno 22nd, 2010

Dopo addio alle armi mi pare che oggi ci sia un’aria di addio al cazzeggio. Ne approfitto. Solo oggi, eh, non fatevi strane idee. Domani si ricomincia.

In pillole
E’ un film sul ricamo e sul cucito. Sull’arte di trasformare il tessuto e su quella di tenere insieme le parole.

Dunque, lei si occupa solo di ruches e cappellini, lui solo di versi finchè le loro anime di incontrano e non ce ne sarà più per nessuno.

E’ un film sulla poesia e già questo sembra un azzardo sufficiente: che qualcuno possa ancora pensare di tenere testa ai Vanzina con John Keats. Senonchè qui è ancora peggio perchè, si, la storia d’amore c’è, e che storia, e c’è la passione che arriva, travolge e spazza via ogni cosa senza mai scoprire una sola parte del corpo.

Questi due neanche si baciano: al massimo congiungono o appoggiano labbra, intrecciano mani, sfiorano visi, accarezzano vestiti.

Eppure neanche Tinto Brass è mai riuscito a trasmettere una carica erotica e passionale come quella che Jane Campion (quella di “Lezioni di piano”) fa passare in due mani che si cercano attraverso un muro, da dietro una porta chiusa, sul foglio che, scrivendomi devi prima baciare perchè io che lo ricevo possa, ribaciandolo, poggiare le mie labbra dove tu hai già poggiato le tue. Una pazzia. Appunto.

E’ un amore senza sesso e senza scampo, dal quale si uscirà solo con la morte e forse neanche più con quella.

E’ una storia di lettere scritte a mano che devono attraversare anche gli oceani. Non hanno l’immediatezza dell’sms. Non ti portano l’amore di adesso ma quello di un mese fa. Un amore pieno di niente, per come lo osserviamo ormai da qui.

Eppure quando sulla poltrona di ciascuno di noi è arrivata la notizia della sua morte, la sala è ammutolita e ha iniziato a disperarsi in quel grido senza fine di Fanny Browne in una scena che, da sola, vale il prezzo del biglietto. Una scena nella quale vorresti alzarti anche tu e far spegnere i suoi singhiozzi tra le tue braccia.

E’ un film su un amore che è l’ordito e la trama, su un ago che penetra con fatica nella tela ma che, quando riesce a farsi strada, costruisce un ricamo perfetto; è un film su un amore che non ha bisogno di toccare continuamente perchè “il tatto ha memoria”; un amore che è lavoro paziente, cura costante, attesa struggente, desiderio sempre acceso, domanda che ti appaga anche senza la risposta.

E’ un film che non finisce nemmeno quando esci dalla sala, che senti ancora addosso tre giorni dopo e sai che, in quel modo, ce l’avrai sempre. Scritto sull’acqua e scolpito nel cuore.

Perchè di “una cosa” dopo queste due ore, adesso sei certa:
che “una cosa bella è una gioia eterna”.

In un minuto:

 

In cinque:

Ode to a Nightingale