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E invece si, abbiam bisogno di parole

venerdì, novembre 30th, 2012

Ancora Alda Merini. Che so’ giornate difficili.
E c’è che, al contrario di quello che dice Ron, noi abbiam bisogno di parole. Il punto è che devono essere quelle giuste.
(Grazie a Click)

Non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.

Superba è la notte
La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.

 

Il nome della cosa

martedì, giugno 21st, 2011

Post di blog che, a leggerli, ti sembra di sentire lo speaker di Superquark.

E insomma ho trovato un uomo che infin ci fornisce un primo vademecum oratorio dall’inequivocabile titolo “Le parole a letto”.

Vado a illustrare: “Comunicare -scrive l’esimio collega- è fondamentale nella vita quotidiana, nella vita di coppia e a maggior ragione a letto”. Che “la connessione mentale rinforza la connessione fisica”.
Avercela. La connessione mentale, dico.

E dunque, egli ci informa di
Come passare dal sesso silenzioso al giocoso sesso parlato“:
1) “Un primo passo per favorire l’intimità è dare un nome ai genitaliattribuire vezzeggiativi al pene e  alla vagina è senza dubbio un passo per rendere caldo e familiare l’eros. Conferire agli organi sessuali un carattere e una personalità può approfondire il contatto con l’intimità dell’altro ed aiutare la comunicazione intima”.

Caro, scusa, ma dipende. Che una volta la mia amica Giulia mi raccontò che finalmente aveva trovato l’uomo semiperfetto. Senonchè il semi era che lui, appassionato di politica e di una ministra in particolare, chiamava la di lei “l’onorevole” e a lei veniva ma solo da ridere. Che la evocava anche per telefono “E come sta l’onorevole” “e che dice l’onorevole”.  Peggio andò a Marcella, che lui la cosa la chiamava “Stefania”: “e salutami Stefania” e “stasera fai venire pure Stefania” e “come si è vestita oggi Stefania”.Ma va anche aggiunto che lo stesso accadde a Giacomo, la cui di lei chiama il suo di lui “Sergio”. Che “conferire agli organi sessuali un carattere e una personalità” magari aiuta ma chiamarlo col nome di un altro barra un’altra, ti assicuro, NO.  

2) “Il secondo passo è chiedersi: “perché non ho mai chiesto cosa desideravo mentre ero a letto? Oppure perché non ho mai esternato quello che provavo? Impariamo ad esternare e comunicare di più”.

Senonché anche qui, amico mio, purtroppo dipende. Che c’è gente che non riesce a dimenticare di essere presidente di Consiglio di amministrazione manco quando è in braghe, calzettoni e Church ancora allacciate e alterna lo sguardo concupiscente sulla di lei lingerie a quello arrapato sugli aggiornamenti di InvestCenter per iPad. Che purtroppo quando cala il titolo poi cala pure Sergio. E lo vedi, si, come sta combinata la Borsa da una decina d’anni.

E ancora:
3) Il linguaggio romantico (quello fatto di poesia, dolci parole, romanticismo) si rivolge alla femminilità, mentre vocaboli più licenziosi ed inviti eccitanti fanno appello alla mascolinità. L’uomo ha costantemente bisogno di essere lodato e onorato per eccitarsi, non per altro  una frase come “mio eroe” ispira il cavaliere in armatura lucente che si nasconde in ogni uomo, contribuendo a portare alla luce la sua forza virile.

Scusate io mo’ non so chi frequentate voi, però solo l’idea di dire acchissoio “mio eroe” produrrebbe che il cavaliere me rompe tutta l’armatura lucente in testa.

4) “A letto le parole che accendono una donna sono soprattutto quelle che solleticano ed apprezzano quello che “è” , mentre l’uomo è più eccitato da parole e frasi che riguardano ciò che “fa”.
No comment

5) “Il segreto di un sesso felice sta nel dire tutto ciò che vi provoca piacere, senza però trasformare il rapporto sessuale in una lezione di guida”.

Di guida? Ma che davvero immagini, esimio collega, che ancora ci sia chi pensa di cavarsela con un pacchetto di coordinate destra-sinistra-divieto di svolta? Guarda che c’è gente che manco col Garmin e Google map ne viene a capo. 

Non lo so, magari a voi sto Prontuario risulta utile. Eventualmente fatemelo sapere. A me e all’onorevole. E pure a Sergio e Stefania, già che ci siete.
Intanto vi metto Benigni che magari lo trovate. Il nome della cosa. 

Vorrei ascoltarti fra cent’anni. Perché mo’ invece t’osservo

giovedì, maggio 26th, 2011

Manuale ad usum amoris

Casa privata, interno sera, cena conviviale, divano

-E insomma è successo che alla fine lui gliel’ha detto, le ha detto che la ama
-Effinalmente
-Maddechè
-Eh?
-Maddechè, Meripo’, e a lei l’ho invece detto io: ma che ancora credi alle parole? Buone ‘ste olive
-E ma scusa però, e quando non ce lo dicono sono stronzi e quando lo dicono non dobbiamo credergli ma allora che si deve fa’?
-Tesoro, osservare i fatti. Sono la luce dei tuoi occhi? Quindi sei stato al buio questi quattro giorni che te sei dato? (trad. per quelli fuori dal Raccordo Anulare: sei sparito). Mi ami con tutto il cuore? Strano, perché m’era parso che ci fosse parecchio spazio anche per quella che ti mette le canzoni di Ron alle 11 di sera su Fèisbuc (guardate, se vi piace qualcuno scancellatevi immediatamente da Fèisbuc, sì con la “s”, ripeto: scancellatevi subito che sennò è l’inferno 2.0, ndmp – nota di meri pop. Che stavamo a dì? ah si)
-Si, in effetti. Quindi sono tutte bufale?
-No Meripo’ ci sono pure le mozzarelline passite
-No, dicevo sono tutte bufale quelle che dicono?
-No, non è detto. Però bisogna prevenire: lui parla tu ascolti tu archivi tu osservi
-E poi?
-Poi fai il bilancio: dire-avere. Non è che quando scadono i termini del 730 basta che rilasci una dichiarazione d’intenti: se non alleghi il bonifico sono cavoli. Chiaro? Sto prosecco è fantastico.
-Chiaro. E dunque?
-Se non arrivano i fatti si portano i libri in tribunale: risoluzione consensuale e ciao. Ammazza, buone ste crepes
-Ah. E quanto bisogna aspettarli sti fatti?
-Dipende. Dipende dal resto delle performance: sono un adeguato indennizzo? Si tira avanti. Sennò ciccia. Capito Meripo’? Passami un po’ le olive ascolane, va, grazie
-Si: lui parla io ascolto, io archivio, io osservo, io aspetto il bonifico, io tiro avanti sennò ciccia
-Esatto. Oh, Meripo’, ricordati pure di assaggià ste crepes che sono spaziali

Che imbroglio se per innamorarsi basta un’ora

martedì, ottobre 19th, 2010

Cara Meri,
conosciuto su Facebook, scocca la scintilla, fiumi di messaggi, chat a manetta, mi piace, gli piaccio. Stessi gusti, stessa sintonia, stessa musica.
Poi mi chiede il cellulare e lì qualcosa comincia a incepparsi Perché un conto è scrivere un conto è parlare. Però bene anche le telefonate. Certo non si decideva mai a chiedermi di uscire. Alla fine lo faccio io. E prendiamo anche un appuntamento. Rimanda una prima volta, rimanda anche una seconda. Rimanda la terza. E’ passato un mese. Non ne ho più saputo nulla.
Due mesi di simbiosi: che fine gli ha fatto fare? E io, ora, che faccio?
Lory

Cara Lory,
sono trent’anni che quella poveraccia della tua omonima Goggi si sgola per avvertirci. Ma noi niente. Che fretta c’era maledetta primavera. Abbiamo pensato solo a stare in guardia dagli amori fioriti nella stagione dei pollini: e invece la maledizione era la fretta.

Fretta di sapere, di prendere, di avere. Poi sono arrivati gli essemmesse e infine è arrivato pure Fèisbuc e la situazione si è planetariamente avviluppata attorno alle chat, ai messaggi privati e ai commenti, precipitando verso il baratro delle passioni virtuali tarate al massimo su 160 caratteri e della durata media di 160 minuti.

Certo è una gran cosa aver ricominciato a scrivere. Che a un certo punto si credeva di potersi incontrare solo sul filo di interminabili strazi telefonici rubati al resto della famiglia, origliante in attesa in corridoio. Jurassic love.

Stelle una sola ce n’è/che mi può dare/la misura di un amore. Ora che siamo digitali, invece, la misura ce la dà Zuckerberg e, in subordine, Jobs. E quindi parole, parole, parole. Parole scritte. Parole che iniziano a cercarsi, ad aspettarsi, a rincorrersi. Parole che ne chiamano altre, che si annusano, si scrutano, si occhieggiano, si fanno piedino, ammiccano, sfacciatamente propongono, imprudentemente promettono, a volte cocentemente deludono. Perché li si fermano. Senza più attraversare il rischio di incontrarsi anche fuori dai tasti.

“Se a mani vuote di te/non so più fare/come se non fosse amore”. Che ora invece le mani vuote non sanno più stare di tasti e di parole. Che volant. E spesso non ti ritornant. Anche se sul telefonino nascont ma non sempre restant.
Soprattutto illudont: che il più sia stato fatto finalmente incontrandosi, si, ma solo su una riga. Costruendoci un’oasi di T9 dove si ticchettano piccoli amori take away. L’amore che corre anche mentre scrive.  Che entusiasma. Che brucia. Che consuma. E lo fa in fretta. Ma, appunto: quando avete avuto il tempo di “scegliervi”? A mala pena c’è stato quello di essere travolti.
E quindi, ora che è autunno ma praticamente è già inverno, “se/ per innamorarmi ancora/tornerai maledetta primavera, che importa se/ per innamorarsi basta un’ora”?

Certo, Lorè. E se invece, per innamorarsi ancora, bastassero solo un po’ di pazienza e chiudere ‘ste tastiere?