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Come Parigi ci ha insegnato a vivere. E a guidare

martedì, settembre 11th, 2018

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita. Ed è per questo che, ultimato il percorso del viaggio Bretagna-Normandia, Grace ha detto

“e poi tre giorni a Parigi. Che è sempre quella buona idea”.

Io a Parigi, stavolta, ci sono entrata guidando. Guidando una macchina (che mi sentivo Napoleone ma senza cavallo), dopo otto anni in cui non lo facevo più. L’ho fatto, come facciamo tutti i passi avanti della vita, per disperazione, che è arrivata sottoforma di blocco della schiena di Grace. E “La disperazione è la madre dell’originalità”. Per cui su un’autostrada in Bretagna a un certo punto ha messo la freccia, ha accostato, ha tolto le chiavi dal cruscotto e me le ha passate dicendo

-Ora non puoi più rimandare

E in quel preciso istante, veloggiuro, da quella playlist da paura che Grace ha sul cellulare, è partita la musica di Rocky Balboa. Questa:

Non sapevo se ridere o piangere per cui mi sono acconciata a fare tutte e due le cose insieme, sempre col sottofondo di panico, sia chiaro. E insomma strada francese, navigatore in inglese, Grace schiantata ma vigile, macchina mai vista prima, ho ingranato la D (del cambio automatico) e sono partita.

Embeh strada facendo non ho trovato un gancio in mezzo al cielo ma sì ho sentito la strada far battere il tuo cuore, per il panico più che altro, e sì a un certo punto ho financo visto più amore. Nel senso che mi è tornata in mente la frase di un mio saggio amico psicologo, una volta in cui gli chiesi

-Ma secondo te esiste una ricetta per far funzionare una relazione o siamo destinati a finire sempre fuori strada?

E lui mi rispose

-Sì esiste: non consegnare il volante in mano al bambino che ci portiamo dentro

Quel bambino, o bambina, spaventato, insicuro, disorientato, che cerca l’amore perfetto al quale si era abituato da piccolino, con la mamma sempre presente, sempre pronta lì a capire di cosa avesse bisogno senza doverglielo manco spiegare.

Non consegnare il volante in mano alla bambina. Che sembra facile e invece, diciamocelo, quante volte le nostre decisioni amorose le prende lei al posto nostro. Quella pupa un po’ smarrita e bisognosa di tutto che mattiparemai che ti devo spiegare cosa voglio, chenonlocapiscidasolo? E tiparemai che non mi dai tu tutto quellochevvoglioio?

E insomma vediunpocotu se una deve andare fino alla Bretagna e alla Normandia per sbarcare su un pochetto di consapevolezza.  Che poi, però, forse scoprirlo viaggiando è proprio il momento migliore. Viaggiare. Cioè questo continuo esercizio: cercare, trovare, godere, ripartire, lasciar andare. Che se ci pensate è lo stesso ciclo vitale dell’amore.

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova.

Ma la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere, a guidare. E certune anche a ri-guidare. E intende continuare a farlo.

Marie Curie, la donna che irradiò di passione il mondo

martedì, novembre 7th, 2017

Storie calme di donne inquiete

E’ che a vederla con quell’aria austera e la crocchia di capelli elettrici in testa penseresti solo alla grande scienziata e non, istintivamente, a una donna piena di passioni anche erotico amorose.

Marie Sklodowska  Curie nata il 7 novembre di 150 anni fa a Varsavia, figlia di insegnanti progressisti nella Polonia occupata dalla Russia in cui le donne non possono fare studi superiori: dunque va a Parigi e si laurea in Fisica alla Sorbona (dopo aver mantenuto la sorella Bronya lavorando come istitutrice in famiglie ricche, dandosi il cambio alla di lei laurea) e poi sposa il fisico Pierre Curie dal quale avrà due figlie. Marie che, fra stenti e difficoltà, nel 1897 scopre con il marito due nuovi elementi: il radio e il polonio. Ma mai vorranno “brevettare” nulla affermando che le scoperte scientifiche sono di tutti.

Marie che nel 1903 termina il suo dottorato e nello stesso anno ottiene il Premio Nobel per la fisica, insieme a Pierre e a Henri Becquerel, per la scoperta della radioattività naturale. Inizialmente per il Nobel, e come ti sbagli, si fa solo il nome del marito: sarà solo dopo le proteste di Pierre se lei non ne sarà esclusa. Ma, attenzione, viene pregata di “stare zitta” alla cerimonia: il discorso di accettazione viene tenuto solo dal marito.

Nel 1905 nasce la seconda figlia ma l’anno dopo Pierre muore travolto da un carro a cavalli. Lei sprofonda nella depressione. Le viene offerta la cattedra del marito in qualità di professore incaricato. Due anni più tardi le viene riconosciuto il titolo di professore ordinario: la prima donna ad ottenere questo incarico alla Sorbona. Ma non verrà mai ammessa all’Académie Française des Sciences perché una donna giammai.

Di lì a poco esplode lo scandalo della sua relazione con Paul Langevin un collega più giovane, sposato e con quattro figli, che trasformerà il premio Nobel in “una straniera ladra di mariti”, una polacca spudorata che attenta ai valori della famiglia. Scandalo che per poco non le costa anche l’assegnazione del secondo Nobel che riceverà nel 1911 per la Chimica.

E dunque Marie Curie prima donna a vincere un premio Nobel e prima persona a vincerne due in due ambiti differenti

Nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale fonda e organizza il servizio di radiologia per il fronte. Continua a essere esposta e a incamerare sostanze radioattive. Viene quindi colpita da una grave forma di anemia.

Muore nel 1934 nel sanatorio di Sancellemoz di Passy  nell’ Alta Savoia, mentre prepara il suo ultimo esperimento con l’attinio. “Ancora oggi –racconta Sara Sesti- tutti i suoi appunti di laboratorio successivi al 1890, persino i suoi ricettari di cucina, sono considerati pericolosi a causa del loro contatto con sostanze radioattive. Sono conservati in apposite scatole piombate e chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione”.

La grandezza di Marie Curie credo sia contenuta soprattutto nelle parole che Wislawa Szymborska pronuncerà quando verrà insignita del Nobel per la letteratura, rendendo omaggio alla connazionale nel discorso tenuto a Stoccolma.

Ne parlerà per cercare di spiegare cosa sia l’ispirazione: L’ispirazione, qualunque cosa sia, -dice Wislawa Szymborska- nasce da un incessante “non so”. Perché ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so”  sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca”.

Dal 1995 il corpo di Marie Curie riposa al Pantheon di Parigi, prima donna in un luogo riservato ai grandi -maschi- di Francia. La sua bara, per paura di contaminazioni radioattive, è stata avvolta in una camicia di piombo.

 Marie Curie due

La generazione-Sabrina: come Parigi ci ha insegnato a vivere

mercoledì, novembre 18th, 2015

La generazione-Sabrina ci è cresciuta, a Parigi. E ha sempre pensato che fosse una buona idea. Tanto che ha continuato ad andarci nelle diverse stagioni atmosferiche e della vita.

La generazione-Sabrina se la gode anche col maltempo. Perché “Sapete che cosa si fa il primo giorno che si è a Parigi? Ci si procura un po’ di pioggia: una pioggia che non sia troppo forte però, e una persona veramente carina con la quale girare in taxi per Bois de Boulogne. La pioggia è importante perché essa dà a Parigi un profumo speciale, sono i castagni bagnati dicono”.

La generazione-Sabrina l’ha amata in bianco e nero, soprattutto, Parigi.

Sabrina Parigi

La generazione-Sabrina non ha ancora imparato a rompere le uova con una sola mano ma ci prova

Sabrina, uova

Ma la generazione-Sabrina ha imparato dal babbo Thomas anche che “La democrazia può essere molto ingiusta alle volte, Sabrina. E nessun povero è mai stato detto democratico per aver sposato un ricco”.

E infine la generazione-Sabrina si è stampata dentro che “È notte ed è molto tardi, qualcuno qui attorno sta suonando La vie en rose. È la maniera francese per dire: “Sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa” ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.

Sabrina amore

E dunque la generazione-Sabrina a Parigi ha imparato a vivere. E intende continuare a farlo.

La ‘nduja oltre la siepe

martedì, dicembre 3rd, 2013

Pranzo dalla mamma, interno giorno, lei ed io. Quantità di cibo da stoccaggio ipermercato.
-Ti ho fatto il brodo, che tu chissà ogni quanto te lo fai
-Mamma non l’ho mai fatto in vita mia
-E ti ho preso i tortellini al negozio di Sabrina (è il nostro Fauchon, livelli altissimi)
-Grazie ma ti avevo detto una cosetta leggera, che devo tornare a lavorare
-Infatti, poi c’è solo una fettina di polpettone con i piselli
-Burp
-Senti, piuttosto, tu non ti fai mai sentire ma io penso sempre che ora non hai più nessuno che si accerti che la sera rincasi…
-Beh effettivamente è una delle poche  controindicazioni per chi abbia optato a favore di un divorzio, disciamo
-Eh inoltre io sono sempre un po’ preoccupata e penso spesso “E se la sera qualcuno si apposta dietro una siepe mentre rientri?”
-Mamma ma quale siepe, che non c’è manco un filo d’erba?
-Intendo dove abitavi prima, ero preoccupata prima, per la siepe. Ma anche ora
-Mamma però scusa mi hai sempre detto che una donna deve essere autonoma, che se ha una buona testa non ha bisogno di uomini
-E si, bellamia, autonoma. Ma mica sola eh. Ora però sbrigati che c’è anche la ventricina buona di papà