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Emanuela Loi, ci sono state donne che hanno scritto pagine

mercoledì, luglio 19th, 2017

Emanuela Loi, agente scelta. Emanuela Loi da Sestu, Cagliari, diploma magistrale ma poi la tentazione del concorso in Polizia. Studia insieme alla sorella, si preparano ma alla fine passa solo lei, con il massimo dei voti. Vedi a volte le scelte della vita, nel senso che è la vita che sceglie. Ha 20 anni e parte per i sei mesi di addestramento a Trieste, città di frontiera che in qualche modo le sta predicendo la sorte, perché è proprio in una zona di confine che viene destinata: Palermo. Il confine non è solo quello con il mare: è quello con la mafia. Ed è a Palermo che arrivano anche gli sfottò dei ragazzini che vedono la divisa addosso a una donna. Lei tira dritto. Con la speranza di poter tornare a casa, prima o poi.

Le affidano alcuni piantonamenti poi la assegnano alle scorte.

A un amico che le chiede prudenza dice “Maddai, finché non mi mettono con Borsellino, non corro nessun rischio. Solo con lui mi possono ammazzare». Il 17 luglio 1992, rientrata da un periodo di ferie in Sardegna, è proprio a Paolo Borsellino che l’assegnano. Lui, incontrandola, le dice «Lei dovrebbe difendere me? Dovrei essere io a difendere lei».

Il primo giorno di scorta va tutto liscio. Alle 16,58 del secondo, in via D’Amelio Paolo Borsellino va a salutare la madre: il giudice ed Emanuela sono appena scesi dalla macchina quando esplode una Fiat 126. E con quella Fiat tutto il mondo intorno. Emanuela ha 25 anni. E’ la prima agente donna della Polizia di Stato a restare uccisa in servizio.

Con lei a via D’Amelio muoiono, oltre a Paolo Borsellino, anche i colleghi Walter Eddie CosinaAgostino CatalanoClaudio Traina e Vincenzo Li Muli.

«Eravamo giovani, io avevo 23 anni, lei 24. Amava la vita, e il suo obiettivo era quello di rientrare in Sardegna. Ma non certo in quel modo», racconterà a Rainews la collega Claudia Cogoni, sarda come Emanuela. E sarà proprio lei ad accompagnarla a prendere quell’aereo per Cagliari. L’ultimo.

C’è una bella canzone di Fabrizio Moro che si intitola “Pensa” che andrebbe riscritta anche al femminile:
“Ci sono stati uomini -e ci sono state donne- che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile.

Ci sono stati uomini -e ci sono state donne- che passo dopo passo
hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
con dedizione contro un’istituzione organizzata
cosa nostra… cosa vostra… cos’è vostro?”

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Il 5 agosto del 1992 Emanuela Loi ha ricevuto la medaglia d’oro al valor civile

Rita Atria, la disperata dignità del coraggio

martedì, giugno 6th, 2017

Dodici donne portano a spalla una bara nel cimitero di Partanna, paese siciliano devastato da faide e da lupare. Solo donne, un centinaio, sono venute a seppellire in un cimitero semideserto e arroventato -è agosto ed è il 1992- Rita Atria, morta di mafia e di disperazione a 18 anni. Non c’è, fra quelle donne, la madre di Rita, che l’ha ripudiata quando lei figlia di boss ha iniziato a parlare, a svelare il marcio che c’era anche in casa sua. Non c’è neanche il suo fidanzato. Quando si dice il coraggio dell’amore.

Rita ha 11 anni quando suo padre viene ucciso da Cosa Nostra. Sei anni dopo le fanno fuori anche il fratello. E’ allora che, seguendo le orme della cognata, Rita decide di parlare: non è pentita di mafia perché non ha mai commesso nulla ma sarà testimone. In una terra in cui la parola testimone significa autocondannarsi a morte. Ma Rita lo fa perché ha fiducia in una persona di giustizia. In un giudice. Che si chiama Paolo Borsellino. E che poco a poco diventa per lei come un padre, “il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa”, racconta Paolo Di Stefano sul Corriere della sera.

Ma a Via D’Amelio a Rita fanno saltare in aria pure il secondo padre. Stavolta è troppo. E una settimana dopo, il 26 luglio 1992, la «picciridda” spalanca una finestra e si butta giù dal settimo piano del palazzo di Roma in cui è costretta a vivere in segreto.

La dignità in vita l’ha lasciata da sola. Della dignità della morte molto si parla in queste ore ma Rita, cui è venuto a mancare tutto, non riesce ad avere neanche la dignità della sepoltura. Perché alcuni mesi dopo il funerale sarà proprio la madre a entrare al cimitero, avvicinarsi a quella tomba e, impugnando un martello, devastare il marmo che la ricopre strappando anche la sua foto.

Rita Atria

Eccola la sua foto. Ed ecco le sue ultime parole:
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. 
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita” 

L’importanza di chiamarsi Paolo

venerdì, luglio 19th, 2013

La questione, oggi, potrebbe apparire secondaria, al limite dell’irrilevanza. Ve la dico lo stesso: se vai in un’Aula istituzionale e ti accalori e sventoli agende rosse e ti infervori e ti scaldi e ti indigni e ti scalmani e allora NO, non puoi chiudere la requisitoria urlando di voler ricordare

Salvatore Borsellino

e di voler sapere dov’è finita la sua agenda rossa.