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Quelli che restano

giovedì, novembre 13th, 2014

Tempo fa, mentre cercavo casa, mi capitò di andarne a vedere una molto molto bella alla Lungara a Trastevere. Sapete quelle con i soffitti in legno, senza ascensore, una cosa tra la soffitta di Mimì e un loft parigino figo. Nonostante il prezzo fosse davvero allettante non la presi. Perché affacciava su Regina Coeli. E il tizio del bar sotto mi disse “Qua se sta benissimo a parte certe volte che se sentono le grida da dentro”. Il giorno in cui andai a visitarla era anche l’orario di entrata dei parenti. E no, non feci mai un’offerta per quella casa. Alla quale ripenso, però, sempre. Nonostante

“A Via della Lungara ce sta ‘n gradino
chi nun salisce quello nun è romano
nun è romano né trasteverino”

Ma è a quella casa che ho continuato a pensare mentre leggevo il libro di Paola Musa, uscito in singolare coincidenza nei giorni del processo che ha assolto tutti gli imputati per la morte di Stefano Cucchi. Si chiama “Quelli che restano”. E insegue i pensieri di una secondina di Rebibbia in un’unica giornata lavorativa. Che veramente si dice poliziotta penitenziaria. Ma secondina fa più male e più capire.

E’ una cosa difficile leggere il libro scritto da una persona che conosci e che stimi. E’ difficile perché mentre leggi senti la sua voce, la vedi nei personaggi, la ritrovi negli anfratti. Invece volevo dirvi che già da pagina 12 ho mollato Paola e sono rimasta per 24 ore, 126 pagine e un interminabile tempo interiore con loro, con “quelli che restano”. Ho avuto freddo, caldo, ansia, claustrofobia e paura. Poi ho chiuso il libro e sono corsa ad aprire la porta di casa. E poterla aprire e richiudermela alle spalle per uscire è stato un momento indimenticabile.

pagina 12
“Sono arrivata, senza quasi accorgermene, e come sempre, prima di entrare, sollevo lo sguardo. Oggi il cielo è di un grigio metallico. Le previsioni danno però sole a mezzogiorno. Non ci farò caso. Il cielo esterno tra un po’ lo chiudo alle mie spalle, come un sipario. Mi sovviene un pensiero, per noi che andiamo e veniamo, noi carcerieri a ore con due vite entrambe sospese. È vero. È solo un’illusione. La battuta di ieri della collega Girotti mi scorre di nuovo lungo la schiena. Alla consegna dei beni a una detenuta pronta per essere rilasciata per la terza volta, ha detto: «Lo vedi, sono loro che vanno e vengono. Noi siamo quelli che restano”.

Paola Musa
Quelli che restano
arkadia