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Helen Hulick, che ci regalò il diritto di portare i pantaloni

giovedì, gennaio 17th, 2019

I ladri le hanno svaligiato casa e lei deve presentarsi in tribunale come testimone. E’ così che una storia di ordinario furto si trasforma in una Storia con la S maiuscola. Perché a quell’udienza Helen Hulick, di professione maestra di scuola materna, si presenta in pantaloni. E’ il 1938 e il giudice del Tribunale di Los Angeles, Arthur S. Guerin, non è pronto a un simile oltraggio. Sospende l’udienza e le intima di tornare vestita “da donna”.

Per tutta risposta Helen, che all’epoca ha 28 anni, replica

-Dite al giudice che farò valere i miei diritti. Se mi ordina di mettermi un vestito non lo farò. Mi piacciono i pantaloni. Sono comodi.

Si ripresenta cinque giorni dopo. Con un bel paio di pantaloni arancioni e verdi. Il giudice è furibondo:

L’ultima volta che si è presentata a questa corte vestita come lo è ora, ha attirato l’attenzione di tutti più del procedimento in corso. Le è stato chiesto di tornare con un abito più consono per un processo in tribunale. Oggi è tornata indossando dei pantaloni, sfidando apertamente la corte. E la corte le ordina di tornare dunque domani con un abito adatto. Se insiste a indossare i pantaloni, le verrà impedito di testimoniare. Ma sia pronta a essere punita secondo la legge per oltraggio alla corte

Secondo voi cosa risponde a quel punto, la sventurata?

-Tornerò con i pantaloni, signor giudice. E se lei mi metterà in prigione spero che questo possa aiutare le donne a liberarsi per sempre dagli anti-pantalonisti.

Neanche a dirlo, si presenta il giorno dopo con i pantaloni e con un avvocato, William Katz, che a sua volta si trascina dietro quattro volumi di citazioni sul diritto ad indossare anche in tribunale l’abbigliamento voluto.

A conferma del fatto che “il coraggio fortifica ma l’ostinazione diverte“, Helen spiega:

-Signor giudice, d’altra parte io indosso pantaloni dall’età di 15 anni, non ho altri vestiti se non uno da gran cerimonia, e non vorrà mica che mi presenti qui in abito da sera, immagino.

Helen viene condannata a cinque giorni di carcere dove, sì, dovrà indossare un abito, un abito di jeans, che è la divisa delle detenute.

Il suo avvocato a quel punto porta la questione in Corte d’Appello che, signore e signori, sancirà finalmente il diritto di Helen e di ogni donna di indossare i pantaloni anche in tribunale.

E siccome “un fatto è la cosa più ostinata del mondo”, è il 17 gennaio 1939 quando Helen Hulick, di nuovo convocata come testimone sul furto a casa propria e dopo aver prevalso sia sul giudice Guerin che sulla mentalità bacchettona dell’epoca, finalmente si presenta in tribunale… vestita in abiti femminili.

 

La pioniera americana dei pantaloni fu in realtà Mary Walker, una delle prime donne medico del Paese che rifiutò, ovviamente derisa, di indossare le lunghe, scomode e anti igieniche gonne che raccoglievano dalle strade sporcizia e polvere. Pare abbia così magistralmente riassunto la situazione, nel 1871:
I più grandi dolori quotidiani di cui soffrono le donne sono fisici, morali e mentali, causati dal loro modo poco igienico di vestire“.

Ma saranno le aviatrici e attrici come Marlène Dietrich, Greta Garbo e Katharine Hepburn ad ostentare e liberalizzare i pantaloni femminili. E solo nel 1960, millenovecentosessanta, André Courrèges e Yves Saint Laurent presenteranno ufficialmente nelle sfilate di moda il pantalone femminile, contribuendo finalmente alla cancellazione del divieto.

Annie Smith Peck, la “quota rosa” che voleva i pantaloni

lunedì, luglio 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/38

Non avrebbe sfigurato nel campionario delle mie amiche ArcheoGnok, Annie Smith Peck, archeologa e insegnante di latino, da Providence, classe 1850. Vorrebbe frequentare la Brown University ma è donna e le porte per lei sono sbarrate. Va in quella del Michigan che, bontàssua, le donne le accetta. Lì si laurea con onore in lingue classiche, specializzazione in greco. Ed è la prima donna a frequentare la Scuola Americana di Studi Classici di Atene, mentre continua a studiare anche archeologia, francese, spagnolo e portoghese. Vette culturali altissime nel curriculum. Che però non le bastano. Perché lei di vette vorrebbe scalarne altre, proprio in quota. E nel 1885 inizia da Capo Miseno, Italia, poi prosegue in Svizzera e Grecia e insomma a un certo punto molla trowel, pala, picchetti e picconi e decide che la sua vita sarà tutta in salita. In ogni senso ma soprattutto in montagna.

Annie Smith Peck Miss

Solo che scalare il Cervino con la gonnella è, oltre che problematico, anche molto rischioso. Cosicché lei si mette i pantaloni. E apriti cielo. Perché portare i pantaloni per una donna, nel Milleottocentosuo, signorimiei, non è sconveniente: è proprio un reato, che prevede l’arresto. Lei non si arrende e la questione pantaloni scala, oltre che le montagne, polemiche, dibattiti e litigate e arriva fino al New York Times.

Annie Smith Peck

Annie tiene lezioni, promuove il panamericanesimo -la pace in America Latina- e scala, scala, scala. Scala il Pico de Orizaba e il Popocatepetl in Messico nel 1897. Ha già più di cinquant’anni ma Annie vuol fare a tutti i costi una salita molto speciale. Cerca una montagna più alta dell’ Aconcagua argentina (6960 m). Nel 1908 con una spedizione americana sarà la prima donna a salire sull’Huascarán in Perù (6768 m).

Annie non si sposerà mai con un uomo: il “finché morte non ci separi” lo pronuncerà solo alle montagne, fino alla fine. Ha 65 anni quando conquista una delle cime della Coropuna in Perù nel 1911. E quando raggiunge finalmente la cima cosa ci pianta? Una bandiera, sì. Ma sopra c’è scritto “Women’s Vote”. Là in cima rende omaggio alla lega delle Suffragette di  Joan of Arc Suffrage, di cui diventerà poi presidente. Lo fa perché capisce che anche quel passaggio lì, quello del voto alle donne, sarà arduo, faticoso, pericoloso. Ma senza quello non potrà arrivare mai nessuna vera indipendenza per le donne.

La sua ultima montagna sarà il Madison del New Hampshire, a 82 anni .

Annie inizia un tour mondiale nel 1935 a 84 anni ma si ammala mentre si arrampica sull’Acropoli di Atene. Torna a casa a New York dove morirà di polmonite bronchiale il 18 luglio 1935. 

Ciò che Annie pensava delle arrampicate probabilmente potrebbe essere un buon viatico per esplorare anche le strade controcorrente della vita: “L’arrampicata è un lavoro duro e ostico. L’unico vero piacere è la soddisfazione di andare dove nessun uomo è stato prima e dove pochi potranno seguirti”.