Un uomo anziano inizia a raccontare, male, una barzelletta inutilmente lunga in una pubblica sala. Indulge sulle parole più volgari. Si eccita all’idea di poter sempre contare sull’altrui obbligata compiacenza.
Stupra uno dei dialetti, e una delle arti, più belli del mondo. Infierisce senza pietà contro il buongusto, la commedia dell’arte e l’arte di saper onorare la commedia.
Rende volgari anche le parole più innocenti, si agita impacciato, incespica con la lingua e con il mezzobusto, si sbraccia malamente, protende un corpo ormai semovente che solo lui continua a percepire come plastico e offre scene ormai grottesche che solo lui continua a percepire come divertenti.
E che succede di fronte a questa pena infinita? Che invece di alzarsi e andarsene lasciandolo solo, quell’emiciclo di sindaci con la fascia tricolore messa a tracolla ride. Ridono di uno spettacolo di quart’ordine che sta umiliando prima di tutto loro e la loro terra.
Ed è così che all’uomo dei miracoli riesce anche quello di trasformare la maschera napoletana in un mascherone decadente che copre di pena un intero Paese sul quale, però, risuonano -più forti della vergogna- ancora gli applausi.