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The River

martedì, gennaio 19th, 2016

Ogni viaggio, come ogni incontro, ha il suo “momento”. Cioè quell’attimo, quella sensazione, quell’immagine che per prima e sempre ti apparirà e accompagnerà quando ci pensi. A lui, a lei o al viaggio.

E di codesto Laosse -che ancora nessuno sa bene indoll’è- più dei massaggi, delle tribù, delle impettate e delle risaie, c’è alla fine un unico, grande protagonista: il Mekong, la madre di tutte le acque. Il Mekong non è un fiume: è uno stato dell’anima. E’ una cosa immensa. Un mare, un Oceano, una piena che fluisce all’infinito. Che parte dall’altopiano del Tibet e attraversa la Cina dello Yunnan, la Birmania, la Thailandia, Illaosse, la Cambogia e il Vietnam.

E dunque, lasciata Nong Khiaw su una barca e attraversato il Nam Ou fino al villaggetto di tal Pak Nga Dam si cambiava barca e si cambiava fiume per andare alle grotte di Pak Ou, uno dei più incredibili luoghi di devozione

Laos Rob grotta

Pak Ou caves – Foto Roby D’Aria

con oltre quattromila -QUATTROMILA- statue del Buddha di metallo, gesso, bronzo, terracotta e simil oro ammassate dentro grotte pensili alle quali si accede,  e come te sbagli, solo via fiume prima e a piedi poi con una discreta impettata di gradoni su una parete calcarea.

Laos Rob grotta2

Foto Roby D’Aria

Ed è stato da sopra alla collinetta della grotta che l’ho visto, là sotto, per la prima volta nella sua maestà

Laos Mekong da Pak Ou caves

Il Mekong dalle grotte di Pak Ou

E nonsoccome ma mi si è innescato in automatico The Boss nelle orecchie

The River. Quel, River. E ho pensato a quanto venisse da lontano, a quanta strada avesse già fatto e quanta ne avesse ancora da fare, quanta roba si fosse già trascinato via e quanta nuova ne avrebbe incontrato. Un po’ come una persona. Una personciona. Che a stare su una barca su quel fiumone col Boss che ti accompagna nel rullaggio meritava, sì, i due giorni di viaggio per arrivarci e gli altrettanti per tornartene a casa.

The River: che mentre scorre nutre i villaggi che gli si affacciano in braccio ( e come è cambiato, il paesaggio, appena abbiamo lasciato il nord e abbiamo incontrato l’acqua), che culla i naviganti e innaffia le risaie e sì a volte esonda e devasta e che, a pensarci, è un po’ quello che succede pure dentro di noi quando ci invade qualche passione.

Sì. Guardando quell’immensità chiamata fiume, mentre il Boss faceva la sua parte nelle orecchie, me ne sono convinta ancora di più: le passioni sono fiumi. Fiumi anche in piena. Che a volte ci nutrono e ci cullano e a volte ci devastano. Ma poi passano, continuano a fluire. E lasciano spazio ad acqua nuova. Che potrà rigenerarci. E tornerà a trasportarci e a cullarci durante la navigazione. A farci nuovamente viaggiare. Perché, alla fine, i viaggi e i fiumi sono come le storie d’amore: iniziano molto prima di iniziare e finiscono molto dopo esser conclusi. A volte -a volte- non finiscono mai.