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Zitti e Muti

lunedì, settembre 22nd, 2014

Nell’indimenticabile viaggio a Londra scortata dalla mia amica Mariapà scoprii, oltre alle mie radici di Viale dei Ciliegi, il fascino dello stalkeraggio artistico, cioè viaggiare inseguendo non solo bellezze ma anche bellezzi. Cioè sostanzialmente noi eravamo lì all’inseguimento di Jude Law versione Enrico V (intercettammo anche un Colin Firth seduto in prima fila). In realtà Mariapà poi insegue anche la Signora in giallo e svariati altri artisti e ogni tanto si regala questi piccoli grandi risarcimenti per l’anima: due giorni con volo low cost e alberghetto per afferrare questi sprazzi di mistero chiamata arte. E Mariapà non è l’unica.

Tutto questo per dire che Riccardo Muti lascia l’Opera di Roma per impraticabilità del campo.  Troppo casino, dice sostanzialmente. La mia amica Rossella sta già mettendo in rampa di lancio l’hashtag #nciafacc. Se una decisione simile l’avessero presa Totti o Tevez probabilmente oggi saremmo travolti da uno psicodramma collettivo. Per ora lo psicodramma ha riguardato di certo Grace, me e alcuni altri che aspettavano di fiondarsi sui biglietti dell’Aida che avrebbe diretto a novembre. Siamo purtroppo recidive e anche un po’ monotone, lo so: non ci è mai andata giù quella cosa di far saltare la Boheme a Caracalla e non perché si sia ostili ai sindacati e alla difesa dei diritti dei lavoratori ma perché, in questo caso, l’effetto finale è uno solo e danneggia tutti: affossare il prestigio del posto nel quale si lavora.

Dunque Muti fa le valigie. E Muti non è solo un direttore d’orchestra per cui Muto un direttore se ne fa suonare un altro: Muti è un marchio. Muti è la nostra pizza doc, il nostro Brunello di Montalcino, la nostra Ferrari. Attira attenzione, interesse, soldi, turismo. E trovo sconcertante che si rivolgano appelli “per farlo tornare”: come se il produttore del Brunello denunciasse che l’uva è immangiabile e invece di dirgli “ok, cambiamo l’uva” gli si dicesse “eddai, rifacci il vino anche se è una ciofeca”.

Non è Muti che deve tornare: son le cose che devono cambiare perché Muti torni. E queste cose hanno nomi, cognomi e responsabilità.

Stamattina, in una romantica telefonata di inizio settimana, chiedevo al Professor Pi, nell’ordine
-Senti, quando scendi a trovarmi? E come si propaga il suono?
Lui imperturbabile ha risposto:
1) Venerdì con il treno 2) Con l’atmosfera e l’ambiente

Perché le onde sonore si propaghino è necessaria l’atmosfera giusta, è necessario l’ambiente. Altrimenti l’onda resta ferma. E muta. Ma in questo caso rischia, pur stando ferma e muta, di travolgerci tutti.