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Sostiene Pereira

lunedì, dicembre 15th, 2014

C’è che La Scala di Milano ha deciso di posticipare di cinque minuti l’inizio delle recite “per tutelare le maschere”. Perché “gli spettatori che non erano puntuali aggredivano i dipendenti”. Ve lo riscrivo: uno dei principali Teatri d’Opera del mondo ha deciso di adeguare l’orario di inizio delle recite ai ritardatari perché altrimenti menano le maschere.

Il sovrintendente Alexander Pereira, austriaco, ha spiegato che “ogni volta che uno spettatore che ha pagato il biglietto intero di Platea, costoso, si trovava escluso per essere arrivato anche con un solo minuto di Pereira si mostra molto aggressivo con le maschere”. Ecco perché ha deciso di “introdurre questo periodo di tolleranza”.

Questo vuol dire che mentre voi siete lì, seduti, puntuali, magari a costo di uno scapicollo, e iniziate a godervi l’Ouverture del Fidelio o la cavatina del Barbiere di Siviglia, arriva Cacini (a Roma Cacini è l’emblema del macchittecredid’esse, del bullo, del prepotente) e fa alzare voi e tutta la fila.

Ora io vi chiedo: può mai avere salvezza un Paese così? E più della decisione trovo umiliante il motivo: dice ma perché Cacini può arrivare e disturbare tutti? Perchè sennò mena le maschere. Quindi invece di prendere per la collottola del frac il Cacini e consegnarlo alle guardie, mettiamogli il tappeto rosso e portiamogli pure un whiskino alla poltrona quando si presenta quando je pare.

Dopodiché al prossimo che viene a dirmi che il primo problema dell’Italia è il pil e non l’educazione je meno io.

Se una sera d’inverno un Direttore

lunedì, marzo 14th, 2011

E a un certo punto succede che uno dei più grandi direttori d’orchestra del mondo, già sul podio e con la bacchetta in mano, si volti verso il pubblico e, prima di scrivere un’altra pagina di musica italiana, ne scriva anche una di civiltà e di disperazione. Succede, all’Opera di Roma, che Riccardo Muti esordisca l’altra sera dicendo: “Il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica tesa all’unità  ed all’identità dell’Italia. Oggi, 12 marzo 2011 non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica”. Segue lancio di volantini dalle balconate: “Italia risorgi nella difesa del patrimonio della cultura”, e  “Lirica, identità unitaria dell’Italia nel mondo”.

Ce ne sarebbe già abbastanza per morire dalla vergogna. Ma il bello deve ancora venire

Il Nabucco inizia e va avanti ma arrivati al coro del terzo atto, al ‘Va’ pensiero’, Muti decide di scrivere anche una pagina di storia. Ferma lo spettacolo, si volta verso il pubblico e dice: ”Sono molto addolorato per ciò che sta avvenendo, non lo faccio solo per ragioni patriottiche ma noi rischiamo davvero che la nostra patria sarà ‘bella e perduta’, come dice Verdi. E se volete unirvi a noi, il bis lo facciamo insieme”.

A quel punto si alza in piedi tutto il teatro e iniziano a cantare. Nuovo lancio di volantini: “Viva Giuseppe Verdi”, “Viva il nostro presidente Giorgio Napolitano”. Ed è invece a questo, di punto, che ce n’è a sufficienza per umiliare agli occhi di tutto il mondo una Nazione che fra tre giorni celebrerà i 150 anni dall’unità nazionale.

La Patria del belcanto, dell’Opera, della cultura musicale è dunque ridotta così: a costringere un gigante della musica a fare l’esecutore testamentario della sua stessa arte. Che questo è: un direttore d’orchestra costretto ad arrendersi a un direttore di ministero inesistente, che dopo aver portato all’estero il cervello deve averci portato anche il resto del corpo perché da mesi non si ha più traccia manco di quello, mentre il direttore del Paese si nasconde dietro a un cerotto per coprire la ferita della propria sciatteria culturale, prima ancora che politica, ormai impegnato a far sdoganare dal Parlamento solo salvacondotti e sottosegretariati.

Che ci fa un post così su un blog che vorrebbe parlare di amore?
Piange la fine di un grande amore: quello che legava un grande Paese a una grande tradizione musicale. Senza che nessuno, ripeto nessuno, senta la necessità non dico di giustificarsi ma neanche di chiedere, almeno, scusa.

Perché, evidentemente, “a tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo”: cala un altro sipario. Ora, sì, restano solo i teatrini.

(Grazie al Professor Pi)