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Non è bello ciò che è bello

giovedì, novembre 5th, 2015

A Natale di quattro anni fa con il professor Pi e un delizioso e coraggioso manipolo di eroi andammo in Etiopia. Tra le tribù dell’Omo river.

Non ricordo di preciso il giorno. Ma giurerei che fosse comunque prima di Capodanno. Fatto sta che a un bel momento del viaggio, dopo una settimana di scambio di cortesie con autisti, guide, armati, poliziotti, scorte e ogni ben di dio di esponenti locali, tra convenevoli a suon di “Hay”, “Ciao”, “Hey”, una di noi, per uno di loro, è passò da “Farangi” (straniero) a “Yene Konjo” (la mia bella).

Che, ve lo volevo dire, l’amore è come il Natale: quando arriva arriva. E non sai mai quando, e soprattutto dove, può decidere di venirti a cercare.

Perché ve lo racconto stasera? Perchè poco fa, sul canale 50 LaEffe, hanno trasmesso un documentario sulle tribù dell’Omo sul tema della bellezza: cos’è e com’è la bellezza, al di fuori di qui? Tutti gli uomini di tutte le tribù intervistate, alla domanda “cos’è che rende una donna bella?” hanno risposto

-Le donne sono tutte belle. Perché sono una diversa dall’altra. Dunque non si possono fare paragoni: ciascuna è come è. Ed è bella. Perché è unica. Cambia strada facendo, ma è sempre unica

Hamer women

(Queste per esempio sono le donne Hamer – Foto Meri Pop)

Mi è sembrata una delle cose più sagge e sensate mai sentite. Una specie di Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che è unico. E mi è sembrato pure di aver un po’ meno paura di cambiare, a causa del tempo che passa o di altre variabili. Poi, comunque, sono andata a mettermi la crema idratante e a farmi una tisana allo zenzero.

 

Karo amico

mercoledì, gennaio 18th, 2012
1 gennaio 2012
Strana sensazione. Quella di iniziare un nuovo anno in un nuovo posto. Ti sembra di cominciare non dico meglio ma di più. Poi c’è sta cosa che in questi viaggi col professor Pi quasi ogni mattina ti devi rifare lo zaino e ripartire. Cosa della quale ho cura, in loco, di lamentarmi abbondantemente. Però a pensarci qui mi piace mi da’ soddisfazione mi voglio lamentare ugualmente ma un po’ di meno.
Insomma è il primo gennaio 2012 e io, se mi guardo col geolocalizzatore, sto in un puntino in mezzo alla savana etiope con direzione villaggio Kolcho, tribù dei Karo. Che se qualcuno me l’avesse preannunciato solo un paio di anni fa l’avrei fatto ricoverare con TSO, trattamento sanitario obbligato. E fa un caldo pazzesco, il sole frigge il cervello già alle 10 del mattino, io mi sono spellata il naso già due volte, giro bardata tendenza burqa e costello ogni giornata di ansie di vario tipo (non bere acqua, non prendere ghiaccio, no verdure crude, non toccarti gli occhi, non toccarti la faccia, che è sta bolla, che è st’animale) ma è dopo ore di viaggio che il professor Pi ci fa infine arrivare su un promontorio affacciato su una vallata verde e rigogliosa sotto alla quale, a strapiombo, scorre sua Maestà. L’Omo river. E’ qui che ci aspettava questo:

Karo Omo (Foto Professor Pi)

E anche questo:

Karo mio (Foto Professor Pi)

che dico la verità m’aveva messa un po’ in soggezione e manco sono riuscita a fargli la foto. Però mi accertavo che gliela facesse il Professor Pi.

E poi in quel momento mi sono dimenticata di tutto, anche della crema protezione schermo globale. Sono scesa senza fiato e senza parole. E mi volevo abbracciare tutto l’Omo river. E l’Africa.

Meri Omo Pop (Foto professor Pi)

Però ci avevo accanto solo il professor Pi. E così mi sono abbracciata un po’ lui. Che è molto alto e quindi ne abbraccio di norma metà/due terzi al massimo.

Ed è allora che sono sgusciati fuori tutti i Karo: sono considerati i maestri della decorazione del corpo, si dipingono con una polvere bianca, calcare della montagna. Parecchio aggressivi. Soldi soldi soldi. Le prime ore di permanenza non sentivamo altro che “bir, bir, bir”. Il cattivissimo col fucile, là sopra, era il peggiore. E il professor Pi aveva pure detto:
-Di solito la gente si ferma qui un’oretta, li fotografa, li paga e se ne va. Noi resteremo. Anche la notte
Certo, visto come sono ospitali, maporcapaletta che bell’idea tranquillizzante.
E insomma per sottrarci alle continue richieste e strattonate ci rifugiavamo in una specie di capannotta dove allestivamo un frugale desinare. Loro fuori, a osservarci. Torvi.
Una loro guida, rinchiusa con noi, ci illustrava usi e costumi locali. Cose terribili tipo: “se a un bambino scende prima il dente di sopra anziché di sotto è considerato presagio di sventura e il bambino viene ucciso”.
CHE COSA???
E lui: – Si, anche se ora stiamo cercando di debellare questa usanza. Ma alcuni continuano a praticarla
E ancora: quando c’è un funerale le donne piangono e gli uomini sparano. Se sparando uccidono qualcuno “si dispiacciono molto”. Ah, che sensibilità lodevole.
No, proprio non ci siamo, Kari. Mi stavo infastidendo. Inorridendo. Spazientendo. Arrabbiando. Disagiando. Intanto passavano le ore.
Ed è stato quando abbiamo definitivamente messo via le nostre macchine fotografiche che, piano, piano, loro si sono riavvicinati incuriositi da sto gruppetto di matti che avrebbe pernottato su tende a picco sul costone.
E’ allora che ho visto Laura, 10 anni, fare i compiti circondata di bambini Karo, con le faccette dipinte di bianco: non ho idea in che lingua si parlassero ma piano piano loro sono entrati nel capannotto e si sono messi al tavolo con lei. Scambio di quaderni. Tipo le referenze degli ambasciatori.

E poi dopo di lei il guerriero cattivissimo s’è portato via Alice. Io stavo a morì di paura. Ma il suo papà e la sua mamma no e quindi ho capito che ero io che mi dovevo dare una calmata. E infatti poco dopo ce l’ha riportata. sana e salva. E TUTTA DIPINTA. Bellissima:

Alice nel Paese delle meraviglie dei Karo (Foto Professor Pi)

Tanto sono aggressivi, avidi, intrattabili quando si mettono in posa per estorcere soldi tanto poi si squagliano quando a disarmarci siamo noi. Insomma poi il guerriero ex cattivissimo s’è messo a fare lui le foto. A Sven e Alice.

Cheeeessseee (Foto Meri Pop e guerriero Karo)

Noi  nel frattempo avevamo visitato il loro villaggio e al termine avevo trovato la fila da Sven, che di suo sarebbe un dentista ma stava lì a ricucire piedi, ferite, mani. Insomma il disarmo bilaterale stava funzionando. Sarà che comunque, come aveva avuto modo di osservare il professor Pi, avere tre bambine, piccole donne al seguito ci stava aiutando nel contatto con queste popolazioni perché si predispongono meglio sia loro che noi, fatto sta che, per finire, la sera ci hanno portato e offerto anche un liquore all’anice, imbevibile, di circa 450 gradi. Il suggello alcolico scorreva sopra, l’Omo sotto.

La qui presente, invece, nella tenda, senz’acqua e senza bagni, senza luce e senza niente ma con una vista a picco sul fiume d’argento sotto luna piena specchiantevicisivi, firmava la resa al nemico con un fastidiosissimo e inspiegabile “peròcchebbello” che vagava indisturbato e a piede libero nella testa semidormiente senza cuscino. E pure con una colonna sonora. Questa:

che in macchina, quando c’erano con noi Laura o Julie, ci chiedevano sempre di metterla. E così ho pure svecchiato un po’ il mio parco musica. Che sto tizio non l’avevo manco mai sentito noiminare. Come l’Omo. Vedimo’.

The river

lunedì, gennaio 9th, 2012

24 e 25 dicembre 2011
Pensare che l’ha scoperto un italiano. L’Omo river. Sto fiume di mille chilometri in mezzo alla savana africana e alle tribù cattivissime e selvagge l’ha trovato un esploratore italiano che si chiamava Vittorio Bottego. E che ti fa? Se ne parte alla fine dell’Ottocento dall’Italia che, se pure sempre un po’ sgarrupata, sempre meglio di là stava combinata, e si avventura in quell’iradiddio di caldo, malattie, zanzare, savana, animali feroci e uomini ancora di più. Che uno dice: i matti.  Riempiono il mondo. Certe volte lo allargano. E qualche altra lo salvano pure.

Io non sapevo manco che esistesse, st’Omo. Finchè un altro matto mi ha detto che ci andava e mi ha chiesto se volevo andarci pure io. Insieme ad altri 14 matti: età dai 10 ai 77 anni. Ripeto: Laura 10, Giancarlo 77. Come caspita fai ad accampare scuse di qualsiasi genere?A dire “ma io veramenteeee??”.

E poi, come diceva l’amico Albert Einstein, “Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la fa”.

A questo ho pensato quando la sciaguarata rispose. Rispose Si. E si ritrovò in un amen a trascorrere la notte di Natale su un Roma-Cairo-Addis Ababa con comodo arrivo alle 5 del 25 in una strada fatiscente anzichenò della capitale etiopica sulla quale si affastellano grattacieli e capanne di fango, alberghi e baracche di lamiera. Noi stavolta albergo. Eh ma calma, eh. Che dopo 24 ore di carte di imbarco puoi solo svenire nel letto, ovunque si trovi, e provare a dire, alle ore 13 del 25 “maaa tipo mangiare una cosa?”
e sentire la saggezza atavica della scienza rispondere:
“vediamo cosa troviamo”.
Lui, dopo esserci trascinati per qualche chilometro sulla strada non mi ricordo come si chiama di Addis Abeba fuori dall’albergo, trovava uno sgarrupo nel quale faceva capolino un doppio sgarrupo travestito da simil bar. Solo uomini dentro. Neanche una donna tranne la sottoscritta e la signora che preparava i caffè. Il Professor Pi entrava a passo deciso. Io speravo entrasse solo a chiedere informazioni. Lui invece si accomodava allo sgarrupato tavolo di formica con sedie rotte in un tutto buio pieno di mosche e qui mi fermo.
“Possiamo avere due caffè?” ordinava sicuro come fosse all’Harry’s bar. Quindi, indicando col ditone una cosa che un tempo era un bancone con un vetro ove giacevano mosche morte e altra fauna in come vigile, avvistava una specie di muffin fritto contestualmente chiedendo
“e quello cos’è?”. Non capendo assolutamente la risposta ne ordinava due.
“Se pensi che io possa mangiare sto coso ti sbagli di grosso”
“Meripo’ fai come vuoi, fino a stasera non ci sarà altro”
Dopo averlo sezionato e aver trovato solo unto e tracce di cose inidentificabili, decidevo di passare alla fase “lo ingoio intero” poi ripiegavo su “vabbè lo addento e butto giù”.
Che poi non era proprio terribile eh, una specie di Ayers Rock a mappazza fatto fritto. Si, ecco. Ingoiato sosrseggiando un caffè quasi allo stato solido tanto era concentrato, servito in una tazza che, ve lo giuro, secondo me era quella delle sperimentazioni della penicillina. Il Il tutto mentre gli astanti osservavano sta gnappetta bianca fare tanto la difficile di fronte a un Ayers Rock fritto ammappazzato.
Vabbè, detto questo si tornava in albergo e si procedeva alla visita di musei e dello scheletro di Lucy dei quali lo so che non ve ne frega nulla.
Quindi, se avete digerito l’Ayers fritto, possiamo comodamente avviarci al 26 mattina, che ci stanno aspettando le jeep. 

26 dicembre 2011
Si chiama David: sarà il capoautista delle quattro Toyota Land Cruiser in dotazione, nonché driver della nostra per i prossimi 15 giorni. Il che, soprattutto in Africa, significa praticamente affidargli la vita. Che le strade sono quello che sono e a volte sono pure la parte migliore. Insomma David si è fatto dieci anni di esercito e due guerre, pur avendo meno di 30 anni: è stato ferito e ha ferito. Ha anche dovuto uccidere. Uno solo. Ne ha viste che manco lo voglio sapè. (Il curriculum deve essere sembrato sufficientemente adatto per fronteggiare pure Meri Pop). Dopo dieci anni ha detto basta ed eccolo qua.
Saluta e poi:
“Sono previste piogge straordinarie. Per il 31. Forse dovremo cambiare qualche itinerario”
Ora vi avevo accennato che stavolta niente campeggio ma alberghetti, ostelli e capanne. Solo tre giorni di tenda. Mo’, da 1 a 10, secondo voi quando caspita ci toccano le tende? Chevelodicoaffà. Vabbè, intanto vediamo di scavallare il 26 e vediamo di arrivarci, a sto 31. E che poi le previsioni si fanno a due giorni, che è sta fretta?

Dunque si comincia sotto buoni auspici: annunci monsonici e visita ad alcune stele funerarie preistoriche in quel di Tiya. Poi dice che una si dispone male. Però poi David ci porta pure allo Ziway Lake: marabù, pellicani dal becco giallo, pescatori, barchette.

Ziway Lake - Foto Meri Pop

E infine a dormire al Wenney Ecolodge sul lago Langano: e qui, va confessato, il professor Pi segna un punto a favore nel capitolo sistemazione logistica. Un bungalow. Di bambù e paglia. Tipo. Bello. Certo, senza luce. Che la luce c’è dal tramonto alle 22 poi ciccia. Però meglio. Perché così la parete di formiche dietro al letto l’ho vista solo la mattina dopo.

Wenney bungalow - Foto Meri Pop

Un bungalow con vista lago, in mezzo alla foresta. E con audio notturni che però io non ci sono molto abituata pur vivendo a Roma in un posto rumorosissimo: però no ululati, scalpiccii, scavicchii, sgarrupii, latratii. Insomma, tempo dieci minuti e uno dei due letti a una piazza e mezzo veniva improvvisamente disabitato nottetempo. Compensativamente il professor Pi vedeva restringersi il suo spazio vitale a una striscia di Gaza e di garza (zanzariera), essendomi ivi rifugiata con risibili scuse.
Dunque nella notte buia e rumorosa, oltre ai latrati e tutto il resto dell’orrore savanico, si udiva anche un
-Meripo’, che c’è?
-No, niente. E’ che sento dei rumori
-E allora devi metterti i tappi, non cambiare il letto (mi chiedo perché mi ostini a viaggiare con un matematico, professione che per sua stessa ammissione ha più a che fare con la logica che non con i numeri, ndr)
Mi mettevo dunque i tappi. Ma me  ne restavo ugualmente rintanata nell’altrui spazio vitale. Avendo i tappi non sono qui in grado di testimoniare se il matematico abbia in seguito approfondito il tema filosofico di cui sopra o il russamento. Così in Etiopia, Omo river valley, nella notte di Santo Stefano.

 

A tutto il meglio che ci meritiamo, eccheccavolo

sabato, dicembre 24th, 2011

Questo post esce per farvi gli auguri e poi se ne torna in aeroporto. Che io a quest’ora dovrei essere in qualche imbarcadero di imbarcaggio su una tratta  Roma-Cairo-Addis Abeba. E vi penserò. Tanto. Perché io, senza sto blog e sto Fèisbuc e ora pure sto Twitter chissà invece dove sarei a quest’ora. A terra, credo. In tutti i sensi.

Tribù Karo, Omo river

E insomma a me scrivere ha fatto anche un po’ volare. In senso figurato. E anche no. Mi ha fatto prendere aerei per Paesi che manco avevo mai sentito nominare, per dire. Ma mi ha fatto soprattutto raddoppiare il tempo della vita: una la vivo e una la racconto. E raddoppiare contestualmente anche il tempo dei viaggi: uno lo faccio con il professor Pi e i compagni del primo viaggio e uno lo rifaccio con voi quando torno e ripartiamo perché ve lo racconto. E lo capite che, mentre per il primo c’è una quota da pagare, quello con voi è impagabile. E di questo non solo vi ringrazio ma proprio vi meripoppo.

E ci auguro tutto il meglio che ci meritiamo. Che ce lo siamo meritato eccome. Eccheccavolo. E buon Natale. Oh.

(E vi metto questo che a me senza questa musica non è Natale. E questo video mi fa impazzire, che fra l’altro il direttore mi sembra Harry d’Inghilterra)

Ci vediamo l’8 il 9 gennaio. Che mi date un’innafiata alle piante? Ah e spegnete le luci prima di andarvene la sera. Se poi v’avanza qualcosa del cenone lasciate pure in frigo. Inoltre… e vabbè ho capito che vi sto scassando i cabbasisi e allora ciao eh. Cià.

Omo River

mercoledì, dicembre 21st, 2011

Volevo dirvi che a Natale vi riporto in Etiopia. Ma non nella Dancalia. Resta comunque fissa la temperatura da 10 a 30 gradi. Andiamo nella valle dell’Omo. Non lo so precisamente dove sta. Ma ci scorre un fiume lunghissimo che si chiama appunto Omo, lo specifico prima che si agiti inutilmente Giovanardi.

“Qui in un’area relativamente ristretta vi è un insieme di etnie fra le più varie ed interessanti dell’intera Africa, rimaste fedeli alle loro tradizioni grazie all’isolamento in cui hanno sempre vissuto e anche all’ostilità reciproca. La loro bellezza e armonia, i loro disegni corporali e le acconciature, le scarnificazioni e deturpazioni, lasceranno un ricordo indelebile ma dobbiamo essere preparati ad un’avventura-esplorazione che richiede un altissimo grado di adattabilità unite a una disponibilità illimitata per viaggiare in gruppo”.

Cioè ma uno che altro ti deve scrivere per scoraggiarti? E’ dentro quell’ “altissimo grado di adattabilità” che pure stavolta potrebbe insinuarsi la sòla. Per non dire delle “scarnificazioni e deturpazioni”. Taccio su “indelebile”.

Ah ma io gliel’avevo detto al professor Pi, dopo un mese di Laustralia:
-Guarda, io ti ringrazio tanto. Ma basta tenda
E lui, come mi stesse comunicando l’avvenuta prenotazione del de Russie locale:
-Infatti, qui ci saranno solo tre notti in tenda. Il resto alberghetti, ostelli, ricoveri, capanne.

Capanne. Che è Natale e quindi che ti metti a fare la difficile, con tutto quello che ha dovuto passare GesùBambino?

Ed è stato a un certo punto, mentre facevo tutte queste storie, che mi ha fatto vedere questa foto qui:

e io allora ho detto Si.

E lo so che i precedenti giurisprudenziali non mi aiutano. Perché, come tutte le volte che si dice Si, ci si ritrova prima o poi dentro a un’aula di tribunale.