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A Bologna, dove ogni cosa è illuminata

lunedì, novembre 19th, 2012

E’ stato quando mi ha presa in consegna il mio amico Marco (che a Bologna, sabato scorso, ho fatto una sentimentalstaffetta con alcuni amici di Zuckercoso ma questo ve lo racconto dopo) che,  arrivati all’angolo fra via Rizzoli e piazza Nettuno, lui ha alzato gli occhi, mi ha indicato un grande lampione liberty (e la stolta per una volta ha guardato proprio il lampione e non il dito di Marco) e mi ha detto:
-Meripo’, se siamo fortunati, mentre sei qui potrebbe illuminarsi almeno una volta

Io non volevo contraddirlo e soprattutto non volevo fare la figura della babbiona un po’ rinco e quindi prima ho accennato un poco convinto
– Aahh
poi ho ceduto e ho chiesto
-E perché si illumina?
E lui
-Si accende ogni volta che a Bologna nasce un bambino

Io a Bologna c’ero stata, c’ero stata e come, ma questa storia del lampione appeso a Palazzo Re Enzo, non l’ho saputa mai: l’hanno collegato alle sale parto del Sant’Orsola e dell’Ospedale Maggiore e, giorno e notte, si illumina ogni volta in cui arriva un cittadino nuovo.

Che poi il lampione è stato giusto il coronamento di una giornata vissuta pericolosa mente, nel senso che ci sarebbe da uscire scemi a pensare com’erano certi miei weekend prima di trasferirmi su Zuckercoso: che giusto tra oggi e domani cade l’anniversario di quando andai a conoscere Lamicamia e conobbi pure il marito del Lamicamia e Gilduzza e Giorgio e un po’ di cucuzzaro che avevo visto solo nelle fotine su Facebook per mesi e mesi.

Fu l’inizio di una serie di appuntamento al buio fino alla Carinzia, marescià stia calmo, dei quali il lampione di Bologna fa giustamente da coronamento e accendimento. E raccontarvi  tutta la Bologna che ho visto sabato, nella staffetta Mara-Arianna-Marc ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinnova la paura soprattutto a loro all’idea che possa tornarci. è evidente.

Si sappia che, dal balcone di Lucio Dalla, al bar più affollato del globo che è l’Impero di via Indipendenza, a certi angoli belli belli glamourfèscion che solo con una donna si possono scoprire, al goccetto all’Osteria del sole (che invece poi ce ne sono altri che solo con un uomo si possono scoprire, dove tutti entravano con dei cartocci e io chiedo -Ma che si portano? e Marco -Da mangiare. E io -E qui che ci vengono a fare? – Meripo’ a bere. E il mangiare se lo portano da casa. Insomma posti ancora così poi non mi dite che quando si prendono i treni non si entra nella macchina del tempo) io sabato quando ho ripreso il treno per andarmene ci ho pensato: Santichepaganoilmiopranzononcen’è e invece Marco, per dire, me lo ha pagato al Roxy Bar. E mai avrei pensato di vogliounavitaspericolata e ho trovato in qualche modo pure quella.

P.S.
Ah, il lampione mentre ero lì non si è illuminato mai. Però, credetemi, ogni cosa era illuminata, caro Jonathan Safran Foer.
Grazie a Mara, Arianna, Marco e tutti quelli che m’hanno acceso st’illuminazione di andare in viaggio anche su Zuckercoso.

La patata deve girare

mercoledì, novembre 30th, 2011

Per la serie “Grandi donne del nostro tempo” ieri Gì aveva un pranzo di lavoro con un collega.
Gì è una bellissima donna, morbida quanto basta ad attenuare l’impatto di un caratterino che lèvati. Gì, che pure tiene molto alla propria cura, non è tipo da insalatinascondita e acquanaturaleresiduofissobasso: no, lei possiede e trasmette una innata predisposizione al godimento papillare.
Dunque Gì arriva all’appuntamento al ristorante col collega. Pranzo di lavoro. Si siedono e ordinano. Lei, chevvelodicoaffà,

-Pollo con patate al forno e un calice di rosso, grazie
-Signora mi scusi ma abbiamo finito le patate. Cosa le porto?

Gì, che si stava già dedicando alla pratica lavorativa, rialza lo sguardo interdetta, fissa il Malcapitato cameriere e dice
-Nooooooo lei non può darmi una notizia del genere così

Lui, comprensibilmente, sgrana l’occhio e tenta un’apertura di mascella per replicare ma gli vengono a mancare, dopo le patate al forno, pure le parole. Riprende lei:
-Non posso pensare di mangiare un pollo senza le mie patate al forno

E’ in quel momento che, dietro al Malcapitato, passa un collega cameriere con due piatti inequivocabilmente pieni di patate al forno. Dopo aver fatto il papatascanner Gì rilancia

-Scusi e quei due piatti?
E il cameriere – Sono gli ultimi due e sono per questi signori
dice indicando due altri avventori sciaguratamente accomodatisi al tavolo dietro a quello di Gì.

Gì si volta e vede planare le sue due ultime speranze sul tavolo. Altrui. Uno dei due commensali, impegnato al telefonino, neanche le guarda. Lei sì, lei comincia, voltatasi, a sorridere intensamente al signore che siede di fronte al piatto incriminato. E l’altro ricambia. Divertito. E ignaro. E’ a quel punto che lei gioca il jolly:

-Sa che il suo amico ha preso l’ultima possibilità di una cosa che io desidererei molto?

Il poveraccio sorride. Non un sorriso da emiparesi, un sorriso vero. L’altro chiude la telefonata e si rende improvvisamente conto che una bellissima donna girata di spalle lo fissa. Fissa, per meglio dire, il suo piatto di patate.
-Salve
-Salve, sa che lei ha l’ultimo piatto di patate disponibili in questo posto e il mio pollo è solo?

Il resto è consegnato alla storia. Della psichiatria. Perché il tizio sorride, si alza e consegna il malloppo sul tavolo di Gì.
Non ho avuto notizie sull’esito del pranzo di lavoro. Dico solo che ve l’ho raccontato perché io, mentre me lo raccontava lei, vedevo improvvisamente illuminarsi ogni cosa, che Jonathan Safran Foer se lo sogna (“Ogni cosa è illuminata“, volendo anche film).
Illuminarsi d’olio extra vergine d’oliva. Anche. E di piacere. Del piacere di godersi la vita. Di non sentirsi in colpa, oltre a tutte le pippe mentali delle quali siamo capaci, pure di fronte a una coscia di pollo con le patate.

Perché la vita, diceva il poveruomo (trattasi dell’ex marito, il mio, non di Gì), non si misura solo in lunghezza ma anche in profondità. E a volte in deliziose patatine al forno. Che la patata, lo diceva anche quell’altro, deve girare.

PS.
Al momento del conto, l’avete capito, si, il cameriere la informa: “Il signore ha voluto pagare le sue patate”. Roba che nelle intercettazioni di Tarantini farebbe curriculum. Se non fosse che qui ha, effettivamente, pagato le sue patate. Al forno.