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Non negli astri è il fato ma in noi stessi

lunedì, ottobre 28th, 2013

In attesa che la Gelmini riesca a uscire dal tunnel dei neutrini mi è gradito informare che, invece, la mia amica Anto ce l’ha fatta ed è uscita da quello dell’obesità. Vi sono chiare, senza nulla togliere a quelle della prima, le difficoltà insite nella seconda impresa.

Scrollarsi del peso di dosso è fissazione con la quale ciascuna esponente di sesso femminile quotidianamente si scontra con dubbi risultati perché spesso più l’ansia di riuscire avanza più avanza anche la voragine ansiogena da riempire preferibilmente con grassi e carboidrati.

Senonché in taluni casi riuscire a farlo non ha come obiettivo la prova costume, la conquista dell’esponente del sesso a noi avverso o il riuscire ad accettarsi e piacersi di più: a volte scrollarsi peso di dosso significa salvarsi letteralmente la vita. Perché il peso, quando è troppo, uccide. Tipo come succede anche con quello che accumuliamo dentro.

Insomma Anto è fuori e ce l’ha fatta. E questa è la buona notizia. La cattiva è che Anto è fuori e ce l’ha fatta da sola senza “aiutini” esterni. Nel senso che aveva provato ogni genere di qualsiasicosa vi venga in mente, non ultime alcune operazioni chirurgiche. Ma ce l’ha fatta solo quando ha eseguito un altro tipo di operazione, azionando il click nella sua testolina: l‘autoclick del Dai. Il Mobbasta moment.

Con questo non voglio certo dire che non servano aiuti, o amiche (e lei ne ha coi controcavoli), o spalle sulle quali piangere o con le quali incazzarsi: servono e come. Ma sono, appunto, aiuti. Che senza l’autoclick possono poco.

Che la cosa più difficile non è dire

-Io ti salverò

E’ dire -Io mi salverò

L’occasione mi è comunque gradita per ripescare dal colossale Hitchock la scespiriana dritta: “Non negli astri è il fato ma in noi stessi”. Che Gregory e Ingrid ci assistano.

Gregory Peck, Ingrid Bergman - Io ti salverò

Togliamoci il peso

mercoledì, giugno 6th, 2012

-E’ un verme che, mentre mangi, ti mangia dentro. E più lui scava e crea il vuoto, più tu mangi per riempire quel vuoto.
-Vedere un mondo bello, dove la gente vive e tu, come uno spettatore, sopravvivi.
-Dover gestire un corpo che non ti rappresenta.
-E’ una condanna. Il tuo io è prigioniero in un corpo che non sente suo.
-È guardarmi allo specchio e chiudere gli occhi sperando di essere qualcun altro.
-È il vivere sempre ai margini, sperando di non farsi notare.
-È un ostacolo alla vita anche perché non ti fa vivere la vita.
-Una prigione dalla quale bisogna trovare la forza di uscire. 
-È come essere una mosca finita nella tela del ragno.
-È sentirsi “diversi”.
-È un lungo elenco di “non posso”. 
-E’ la mia “non vita”.
-È un bambino che sghignazza e dice “papà hai visto che ciccione?”, mentre il padre sorride accondiscendente.

E’ l’obesità. E’ una malattia. Che uccide più della fame nel mondo. E’ l’obesità così come la racconta chi se ne è ammalato. In un libro. Che Marina Biglia, presidente dell’Associazione Amici Obesi, ha scritto a quattro mani con Carlo Gargiulo (ilmedicodiElisir).

Si chiama “Togliamoci il peso” (Mondadori Electa editore, Pagine 183, euro 16)

Parla dunque di obesità. Cioè di una battaglia durissima. Che molti intraprendono e dalla quale ancora in troppo pochi escono vincitori. Ma io ne conosco un bel po’, di vincitrici. Le mie Sex and the ciccia. Capeggiate da una specie di tsunami travestito da donna che si chiama, appunto, Marina. Biglia. Che, per dire, è una che ci crede nelle cose. Che crede addirittura all’amore. Insomma una dalle cause impossibili. Epperò poi alcune le vince. Anche se non riesce a esserne soddisfatta mai.

“Un malato ed un medico -dice Marina del libro- i due fronti della barricata. Io malata instabile, a tratti disperata, a tratti in rinascita e lui, vituperato medico di base, che, a volte non sa esattamente cosa dirmi, ma che riesce ad intravedere soluzioni assolutamente proponibili. Perchè ha saputo andare oltre: ha saputo guardare ai malati attraverso i miei e i vostri racconti. E, se lo ha saputo fare lui, lo sapranno e lo potranno fare anche tanti altri medici come lui. E tutto questo con la speranza che più nessuno ci guardi con sufficienza, ma con la certezza che ci possano aiutare e non giudicare, solo in virtù di ciò che siamo: malati”.

Una gran donna. Che ora è molto meno gran ma solo nel senso del peso, che ne ha perso un bel Pop. E un bel libro. Io, perdonatemi, l’ho amata perdutamente tanto in quell’altro (e non se ne abbia Carlo Gargiulo, son robe da donne). Ma mi sono molto felicemente perduta anche in questo.

E dunque togliamocelo, sto peso. No, non quello del volumetto. L’altro.

E ora una canzone che le piace molto. Non quella che Rosalinarosalina a me piaci grassottina, che quella la schifa. Quella di De Gregori.

Mangiare per vivere. E per morire

giovedì, marzo 15th, 2012

Non so se vi ho mai presentato le Sex and the ciccia. Ci terrei a farlo oggi, che è la Giornata nazionale dei Disturbi del comportamento alimentare. Erano ciccione, ora sono donne. In mezzo sono passate molte lacrime e qualche chirurgo, molti frigoriferi svaligiati di notte, svariati amori persi prima dei chili, molti di più quelli ritrovati dopo. “E ricordatelo, chi ha subito un danno è pericoloso: sa di poter sopravvivere” ammoniva Juliette Binoche. Donne che dovreste conoscere. E assaporare. Donne (ma anche uomini, eh) che ce l’hanno fatta. Mentre altre no. E “senza fame e senza sete, senza ali e senza rete son volate via”. Perché di cibo si vive. Ma spesso ci si ammala. E a volte, anche, si muore.

Oggi qui.

Mentre qui trovate qualche altra informazione per la Giornata.

E qui per le Sex and the ciccia.

Il bolero di Paolè

lunedì, luglio 25th, 2011

Post un po’ lungo, lo so.
Versione short:
Vi parlerò di due spettacoli della natura: le cascate Vittoria e mia sorella e le sue amiche.

Versione integrale:
Dunque mia sorella quest’anno compie un anno. Però lo compie mentre io starò nella Laustralia. E allora volevo dirle due cosette adesso, che eventualmente dovesse rincorrermi per menarmi lo può fare più agevolmente. 

Poi volevo dirvi un’altra cosa: io parto per la Laustralia ma pure lei è partita per un viaggio impegnativo e complesso. Mia sorella compie un anno mo’ pure se è nata un bel po’ fa (parecchio) a ottobre. Ma a agosto di un anno fa lei si è regalata una nuova vita insieme al nuovo giro vita. Che uno quando nasce cresce e invece lei quando è nata è perché ha iniziato a decrescere. Di circa, a oggi, 46 chili. Cioè tipo me tutta intera.

Che la mattina che l’accompagnavo in ospedale per operarsi lei, che pure sembra una roccia, in macchina mi raccontò che la sua bambina la sera prima le aveva chiesto “ma se il medico si sbaglia e muori?” (che lo pensiamo tutti, eh, pure prima di andarci a fare una devitalizzazione dal dentista ma solo i bambini riescono a metterci in contatto con questa strizza) e dunque le prese il momento del ommadonnamiachestoaffà e mi chiese: “ma starò facendo la scelta giusta?”.

E io, come Otelma, le risposi senza fare una piega: “fortunatamente non hai questo problema: è l’unica scelta possibile”. Lei si tranquillizzò un pochino io invece mi agitai all’inverosimile e, mo’ te lo dico, finché non si sono riaperte quelle cazzo di porte della sala operatoria e t’ho vista tutta gialla e bianca ma viva, mi so’ sentita morì.

Insomma ecco lei poco fa mi ha mandato un sms: “Mi sono comprata un bolerino nero di Sandro Ferrone. Taglia L. Ci entro. Un ciccinino strizzata ma c’entro. E sono felice”.

Io vi volevo dire questo: che certe volte la felicità la troviamo nei posti più impensati. C’è persino chi la trova dentro a un bolerino di Sandro Ferrone taglia L.
L’importante, forse, è non limitarsi a cercarla dove l’abbiamo sempre cercata. Perché magari sta da un’altra parte.

Poi vi volevo dire un’altra cosa: che la sua Laustralia mia sorella non l’ha attraversata da sola.

Io l’anno scorso stavo alla Laustralia dell’Africa e un giorno, arrivati alle cascate Vittoria, il professor Pi mi voleva far vedere uno spettacolo mozzafiato. Però bisognava sporgersi da un costone a strapiombo. E c’era acqua, e rumore d’acqua, ovunque: addosso, accanto, in terra, in cielo. E si scivolava. E io ho le vertigini. E allora gli ho fatto segno vai avanti tu che io no. E lui è andato da solo. Poi si è girato e mi ha teso la mano. Io continuavo a fare segno con il ditino NO NO ma lui stava impalato lì e non ritirava quella mano e io lo sapevo che con quella testa dura che ci ha era capace che rimaneva alle cascate Vittoria tutto agosto, e io con lui perché guidava lui. E allora io mi sono prima incazzata e poi mossa. E mi sono avvicinata. E non sono caduta (e poi lui invece si, un po’ è scivolato). E ho visto una cosa bellissima che non me la dimenticherò mai.

Ecco vi volevo dire che pure mia sorella ha avuto una squadra di amiche cocciute che sono andate avanti sul costone scivoloso, si sono affacciate e poi si sono girate e le hanno teso una mano: e hanno aspettato che arrivasse pure lei.

E io queste nostre amiche teste dure, che sono tante, oggi le volevo ringraziare. Perché hanno teso la mano a lei e pure a me anche il giorno che lei si operava. Io ne ringrazio due per tutte: Marina perché è la capobanda delle teste dure e Valentina perché da Trieste s’è fatta tutte le ore fuori dalla sala d’attesa con me, via sms.

Vabbè mi pare che è tutto. Ah, se sapeste che spettacolo. No, non solo le cascate Vittoria: pure mia sorella.

La musica io volevo mettere Rosalinarosalinatuttoilgiornioinbicicletta ma poi quelle si incazzano che dicono che la loro musica invece è la donna cannone. Eccove la donna cannone, maronna e che pazienza che ci vuole. Quanto poi al signor Sandro Ferrone ora gli mando il mio Iban, co’ tutta sta pubblicità gratis.

Precious

venerdì, dicembre 3rd, 2010

Prima di tuto vi volevo dire ke non e un film su la ciccia e nemeno su l’emarginazzione ma è un film su l’ignioranza. Che poi tute queste altre cose ke pure ci stanno vengono dopo. Ma prima ci sta l’ignioranza. E infati al inizzio del film ci stanno tuti i titoli cogli erori.

E’ un film ke se non ci avete l’ostomaco forte è melio che ve ne restate a ha casa ma io vi prego di uscire di casa e di andarlo a ha vedere. E non come quela signiora acanto a me al cinema ke diceva “a deto Gina ke lei non ci viene manco se la pagano”: Gina non sai ke ti sei perza, pegio per te.

Precious è obesa, è nera,  è violentata, sta in fondo a un pozo di disperazzione. Finché un giorno ariva una insegniante.

E Precious ha voglia di imparare. Perchè, dice un proverbio di non so dove, “quando l’allievo è pronto arriva il maestro”. E mentre impara a leggere e scrivere Preciuos impara a vivere, a ribellarsi, a scegliere, a rialzarsi, a riprendersi in mano la vita e condurla su altri binari.

Non è un film sulla scuola, perché della scuola americana il regista dice che:  “è un incubo. Non consente a chi non ha i soldi di avere un’istruzione adeguata”. Se vi viene un brivido lungo la schiena pensando a dove potremmo andare anche noi siete dei comunisti. Regolatevi di conseguenza. Ma non fate come Gina: andate a vederlo.

Lei: Gabby

La citazione: “L’amore non ha fatto niente per me. Ma mi ha violentata, mi ha fatto sentire inutile, mi ha fatto star male”

La recensione: “film durissimo. Ma necessario”.

Sorelle di taglia

venerdì, dicembre 3rd, 2010

Oggi Meri è anche qui:
http://www.ingenere.it/finestre/sorelle-di-taglia

con loro:
http://www.amiciobesi.it/

E a noi questa piace moltissimo:

Un cuore grasso da slegare

martedì, novembre 30th, 2010

di Marina

Domenica. Da sola a casa a piangere come poche volte prima. A cascatella, a rivolo, a fontana e a diga. Del Vajont. Mica pizza e fichi.

Riguardo le vecchie foto, vedo quella Marina così grassa, così ingombrante, così con quasi una persona in più sulle spalle, con oltre 40 kg a circondarla, e, con l’occhio affogato dal prodotto delle sacche lacrimali, mi chiedo come sia possibile che, ora, in questo istante, io la rimpianga.

Perché lo faccio? Perché quella Marina li aveva il cuore sotto grasso. Come i salami in Piemonte. Protetto e conservato. Anti-urto, anti-inganno, ben arrotolato. Nessun rischio di amare, perché il grasso le bastava. Allontanava chiunque. Compresa la stessa Marina.

Oggi. Quei 40 kg meno l’hanno di colpo spogliata. Resa vulnerabilissima, spaventata e temuta. Perché quel rimbombo nello stomaco non è più la peperonata della sera prima, ma è un cuore grasso, grasso da slegare. Solo che Marina è una dilettante. Si è dimenticata la lezione dei suoi primi 25 anni, o forse allora non serviva neppure studiare. E oggi il suo aspetto le fa orrore. Più di 40 kg fa. Perché oggi ha comprato uno specchio. E ci si guarda, si prova vestiti, si cambia, ma non sa davvero chi sia sta Marina nuova. E di fondo nemmeno le piace, perché, benchè se la racconti, non guarirà mai dall’ossessione del cibo. E forse, solo questo, la salverà.

Si ama così poco che non si concede neppure il beneficio del dubbio. Da grassa, grassissima, pensava: “Nessuno mi può amare perchè faccio splendidamente schifo.”. Da grassa, mediamente dimagrita, pensa: “Nessuno mi può amare perché faccio sempre splendidamente schifo”. Il tetro motivo conduttore non è affatto cambiato.

Pur comportandosi da donna da manuale, il minchia grande amore non appare. Non vede altre possibilità. E’ perchè è grassa. Meno grassa, ma grassa.

E poi, dopo questa valanga di lacrime domenicale, perdurata fino al lunedì mattina, come una batosta in mezzo alla fronte, un pensiero, l’unico sensato che poteva nascere, riesce a perforare la calotta cranica.
ECCHECCAZZO.
Un sano ECCHECCAZZO di quelli che sgorgano dal cuore. Anche da quelli magri.
E’ solo fottuta paura. E’ solo sostituire il grasso con qualcos’altro. In questo caso con un muro altissimo. E’ fingermi ciò che non sono e poi pretendere che qualcuno scavalchi quel muro di 20.000 mattoni che ho costruito con pazienza certosina, per trovare dietro una che ti chiede se vuoi giocare a Monopoli?

Credo di aver capito che, se non mollo io la paura, quella non mollerà mai me. Se non corro io il rischio, non saprò mai se ne sarebbe valsa la pena. E’ sempre la paura che fa 900, non solo 90.

E, di botto, ho sorriso. Facendomi largo fra le lacrime. E ho ricordato nonna che mi diceva: “Se una cosa si può sognare, si può fare”. E io, soffocata dalla paura, non ho più sognato.
Voglio riprendermi i miei sogni, là dove li avevo lasciati, voglio mollare un po’ di zavorra e concedermi il rischio di soffrire, ma avendo investito davvero me stessa nel tentativo di vivere…

Io sono una donna, mediamente grassa, consapevole di esserlo. Ma ancora troppo impaurita per non togliere quel grassa vicino alla parola donna. Quel grassa che, per anni, l’ha tutelata dalle emozioni. Ma posso lasciare li quel “grassa” e sbilanciarmi lo stesso.
Almeno in questo, essere donna di peso potrà aiutarmi.

Travolte da un insolito casino

lunedì, ottobre 11th, 2010

 (Mettetevi comodi che ‘sto post mi ha preso un po’ la mano)

 A vederci lassù, sul piccolo palco in penombra, dietro al banchetto matrimoniale, con un occhio di bue sparato a palla e il microfono del tiggì in bellavista come la spigola, più che Mari e Meri sembravamo Thelma e Louise.

E’ che io a Marina glie l’avevo detto: certo, che te lo presento il libro. Ma che ci devo fare con questo quarto d’ora che mi hai messo nel programma? Dopo che avrò detto “Io adoro questa donna” come li riempio gli altri 14 minuti e 58 secondi?

E invece eri stata tu, per sfiancanti e complessive tre settimane, a irrompere quotidianamente sul mio cellulare, come il cannone del Gianicolo a mezzogiorno, con un ansiogeno “si, Meri, ma io che dico?”. Essantamarina ci hai scritto un libro di 100 pagine, ciccia (affettuoso esortativo), riuscirai pure a trovare 40 righe, noo?

Fatto sta che alla fine l’altro ieri, appollaiate lassù, con la sala di quel localino strapiena, mentre Alessia ci annunciava il count down tipo arbitro che conta i pugili alle corde (annuncio i 5 minuti, eh? Signori fra 5 minuti cominciamo) ci siamo improvvisamente guardate e per la prima volta da quando ti conosco – che è poco ma è già abbastanza- sei ammutolita e hai lanciato i tuoi azzurrissimi occhi in cerca di una via di fuga. Purtroppo hai avuto subito un frontale con i miei, ugualmente increduli ma rassegnati. Ed è a quel punto che il palchetto è diventato l’abitacolo della macchina nel quale io, piede fermo sul pedale del freno lo sposto lentamente a sinistra su quello dell’acceleratore, ti guardo e citando una delle scene consegnate ormai alla storia del cinema, dico: “Marì, sembriamo Thelma e Louise, sei pronta?”. Ma tu come al solito invece di sceneggiare scemeggi e dici “Meri, io voglio essere quella che si faceva Brad Pitt, sei sicura che fosse Louise?”.

E dunque cara Mari, mentre smontavi uno dei capisaldi della cinematografia motivazionale femminile, a count down ormai quasi scaduto e sempre con quell’occhio di bue puntato addosso che ugualmente pochi minuti prima ti aveva suggerito solo un “siamo certe che ‘sta lenta rosolatura sia inevitabile?”, ecco dicevo mentre stavo lì per affondare il pedale nell’acceleratore, tu mi perfori improvvisamente il timpano con quel “Meriiiii scusa eh ma chi è quello spilungone là in fondo?”.

Che anche tu, professor Pi, che vivi solo nei tomi scientifici e nelle risposte melanzana, hai scelto un bel momento per il colpo di teatro, uscendo dalla lampada di Aladino e dal Frecciarossa per minare definitivamente le coronarie di Meri Toc. Quello del tiggì si era raccomandato assai: niente mani sul tavolo che il microfono è sensibile (lo capite, no, che solo un uomo può dire una cosa del genere riferendosi unicamente alla qualità dell’audio? Vabbè), che stavo a dì?, ah si mentre preservavo il microfono dalle mie mani ci sono invece praticamente svenuta sopra dalla sorpresa, iniettandoci dentro in diretta, accertato che l’occhio di bue mi stava accecando come Polifemo ma tu eri tu anche da cecata, un irrefrenabile “Osssssssssantoprofessorpichecaspitacifaituqui” con una contestuale mitragliata di “s” e di imprecazioni del povero tecnico del microfono del tiggì.

E quante persone, eh Mari.
Anto, mo’ te lo posso dire: io proprio non ci credevo che arrivavi sul serio. Pensavo che al massimo saresti arrivata al Meri’s bar che comunque è un gran bel posticino lo stesso. Che però certe volte diciamo sempre che ‘sti cosi dell’Internet sono impersonali. Ecco, abbracciatevi la Anto, poi ne riparliamo.

E quanti magri, eh Mari. Che il bello è che arriva il giorno che le amiche e l’amico ti dicono “Meripo’, allora veniamo pure noi, sabato” e Meri Pop dice “grazie, troppo gentili” e loro rispondono “eh ma mica per te Meripo’, per capirne di più noi”. Che Meripo’ ci è andata fino a Cuba per conoscerli e ce l’aveva due sotto al Cupolone e uno a Monteverde (e lo so fabiolì che a te ti ho conosciuto direttamente a Roma e non a Cuba ma mo’ non è che possiamo allegare il Garmin e l’Atlante al post).

E dunque vi vorrei dire pure di Alessia che, quando è salita sul palco a presentarci, sembrava la Carlucci ma risparmiandoci il principe che incespica nell’italiano e nei piedi. E vi vorrei dire di Bea, che stava in piedi da due giorni per finire un lavoro e le ore della nanna le ha usate per cucinarci l’aperitivo. E vi vorrei dire di Giovanni, unico uomo con il coraggio di salire su un palco e dire: ero un obeso e oggi non ho solo recuperato la linea ma anche il rispetto di me stesso. E vorrei dirvi anche di Paola che sta per strada ma mo’ arriva pure lei e di tutto quel colpo d’occhio sulla strafigaggine recuperata scippandola a chili e chili di zavorra e io lo voglio fare l’elenco, Louise, le voglio nominare tutte ma è l’una di notte e non è che ti posso telefonare per chiedertelo, che tanto trovo occupato pure a quest’ora.

Io sabato ho addirittura avuto cinque minuti di ottimismo: Mari, dai, che forse ce la facciamo entro il secolo a vedere i magri che non ridono più dei ciccioni, la tua associazione senza manco più un iscritto e il centrosinistra unito. Non esageriamo, dici, in che senso? Ah, per il centrosinistra.

Che stavo a dì? Si, che sabato dovevamo presentare il libro di Marina. Ma quello magari lo facciamo un’altra volta. Perché sabato, come avete visto, ci abbiamo avuto un sacco di cose da fare.


Marina Biglia
“Il Peso irragionevole. Storie di ordinaria obesità
Presentazione a cura del Prof. Nicola Scopinaro
Collaborazione del dott. Marco De Paoli ”

 

www.insieme-amiciobesi.it

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infochiocciolinainsieme-amiciobesi.it

Accavallare

venerdì, settembre 24th, 2010

di Marilla

Sono seduta in sala d’attesa, nello studio del dentista.

Accavallo le gambe. Ma solo dopo alcuni istanti mi rendo conto di quello che ho appena fatto.

Io ho accavallato le ginocchia, sono li, una sull’altra e il piede destro è tanto, tanto vicino al polpaccio sinistro. Sorrido come un’ebete e so perfettamente che questo è un gesto normalissimo per la maggior parte delle persone.

Ma non lo è per me. Non lo era più da vent’anni.

Sono un’obesa dimagrita. Attorno a me c’erano almeno 50 kg di troppo. Ora ce ne sono molti, molti meno. Così tanti meno, da consentirmi di accavallare le gambe, e non solo le caviglie, come potevo miseramente permettermi.

Vent’anni di obesità grave sfumati guardandomi le ginocchia. Vent’anni che avrebbero potuto uccidermi, non avessi scelto di salvarmi la pelle, non avessi scelto di vivere. Grazie ad un intervento chirurgico per sconfiggere l’obesità.

Non riesco a distogliere gli occhi, come quando non riuscivo a smettere di guardare quanto spazio in meno io occupassi sulla poltrona, o come mi districassi con mosse da anguilla, nel parcheggio iper affollato, o come la porta girevole della banca non fosse più un incubo, nel terrore di sentire la voce: “Entrare uno alla volta”…

Piccoli, ma per me, enormi doni che la vita mi sta facendo. Pur con la paura di tornare indietro, la paura di non farcela più, la paura di non riuscire più a sorridere come adesso.

Mi dispiace che l’infermiera mi stia chiamando, perché devo smettere di guardarmi le ginocchia. Ma so che, fra pochi minuti, potrò rifarlo e rifarlo e rifarlo ancora.
E, qui, in questo preciso istante, io sono felice.

 

Vai Marina

lunedì, maggio 24th, 2010

Meri Pop ha un’amica. Che non ha mai visto. Che non ha mai sentito. Ma che ora sente di conoscere profondamente.

Un’amica che si è nascosta per anni dentro una corazza di chili. Non una quotidiana scivolata golosa: un vero e proprio piano scientifico di accumulo portato avanti con determinazione negli anni. Una guerra. Una guerra contro se stessa.

Finchè un giorno ha detto basta e di guerra ne ha iniziata un’altra, stavolta per sé. Ed è così che, dopo una vita pesante, se ne è regalata un’altra. La nuova vita leggèra di Marina e di tante Marine coraggiose. Tutte da leggere. Da leggere e amare, come recitava il titolo di un bel libro di Annamaria Testa nel quale bastava cambiare gli accenti perchè cambiasse anche la prospettiva.

Non so chi lo abbia detto ma forse è vero che “un perdente trova sempre una scusa. Un vincente trova sempre una strada”. Strade in salita, accidentate, piene di buche e scivoloni ma finalmente strade da percorrere e non più vicoli ciechi.

Il libro si chiama “Il peso irragionevole. Storie di ordinaria obesità” ed è gratis. Per richiederlo e saperne di più potete andare qui.
Forza Marina, vai.